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VirusLibertario.it Nunzio Miccoli |
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Il mito rappresenta il pensiero fantastico ed è una caratteristica dei primitivi e dei bambini, infatti, la psicologia di primitivi e dei bambini sono molto simili, i miti nacquero nella protostoria e alimentarono il fascino dei capi delle nazioni, sono una speculazione sull’origine delle cose; gli antenati mitici erano visti come fondatori di arti, tecnologie e istituzioni, questi eroi, condottieri e legislatori, furono anche divinizzati. Gli antichi eroi sono stati i capi delle nazioni e spesso sono stai divinizzati, tra loro ricordiamo Mosè, Ercole e Romolo.
Gli antichi, nel periodo della protostoria, cioè tra la preistoria e la storia, fantasticavano come bambini e creavano i miti, erano timorosi della natura, vittime di paure e di ansie, i miti nacquero con l’ignoranza, lo stupore e la paura. Gli antichi ebrei avevano i terafin, specie di idoli e divinità domestiche, i romani avevano come divinità domestiche i penati, i lari, che erano immagini degli antenati, e i mani, le anime dei morti domestici.
I primitivi guardavano il mondo con gli occhi di un bambino, con i miti si volevano spiegare i misteri della natura, si voleva anche vincere paure e ansie; i miti nacquero con l’ignoranza, lo stupore, la superstizione e la paura, poi fornirono la base della religione, perché l’insicurezza dell’uomo e il suo bisogno di protezione, spingono alla fede religiosa. Secondo il mito greco, Prometeo aveva creato l’uomo e gli aveva insegnato le arti, mentre Vulcano gli aveva insegnato la lavorazione dei metalli; anche le religioni hanno conservato pratiche magiche, nel cristianesimo lo sono la messa, l’esorcismo, i sacramenti, ecc.
Oggi i maghi sono seguiti più da una clientela che dalla società, sono ottimisti perché credono di poter dominare la natura, la magia bianca è benefica, quella nera è malefica; la magia omeopatica postula che e cose che si somigliano sono le stesse, quella contagiosa che quelle che sono state a contatto hanno le stesse proprietà, quella simpatica che l’offesa all’immagine ferisce anche il rappresentato.
Anche Mosè era un mago, divinatore e astrologo, i magi di Persia erano maghi e astrologi ed erano una casta sacerdotale e una tribù come i leviti ebrei, anche i bramini indiani sono una casta sacerdotale. Ai primitivi il nome era attribuito all’adolescenza, dopo una cerimonia d’iniziazione e dopo aver individuato alcune caratteristiche dell’individuo, lo abbiamo visto anche con i pellirosse americani; questo nome, che corrispondeva al soprannome dei tempi moderni, era capace di condizionare le sorti e i comportamenti di chi lo riceveva.
Il neo-platonismo fu una filosofia della salvazione e fornì una base filosofica al cristianesimo, suo fondatore fu Ammonio Sacca di Alessandria d’Egitto (2° secolo) maestro di Origene e di Plotino, il misticismo cristiano è essenzialmente neo-platonico. Aristarco di Samo e i pitagorici avevano una concezione dell’universo più vicina alla realtà della bibbia, per Aristarco (310-230 a.c.) il sole era al centro del sistema solare e la terra ruotava su un asse inclinato, determinando le quattro stagioni.
Per Ovidio (43 a.c. 18 d.c.) il caos precedette l’universo ordinato, poi Dio separò le acque dalla terra e il cielo dal mare; per i greci Prometeo creò l’uomo, gli insegnò le arti e gli regalò il fuoco, mentre Vulcano gli insegnò la lavorazione dei metalli. Anche Zeus provocò un diluvio universale, dal quale si salvarono solo i coniugi Deucalione e Pirra, che approdarono con una nave sulla cima del Parnaso, era un mito come quello degli assiri-babilonesi e degli ebrei; gli eroi antichi, come Mosè, sono stati i creatori delle nazioni, e sono stati divinizzati come Ercole; Perseo, Sargon, Mosè, Romolo e Remo furono abbandonati alle acque, è un altro caso di sincretismo transnazionale.
Tra i greci, Xenofane era monoteista, Eraclito disprezzava gli idoli, Euripide negava che gli dei fossero simili all’uomo, Platone credeva l’anima immortale e alla retribuzione nell’altra vita, Plutarco era monoteista e affermava che Dio era buono mentre il male era opera di demoni; Pitagora sostenne il monachesimo e affermò che la materia era all’origine del male, gli stoici dicevano che Dio era immanente nell’universo e consideravano i sacrifici un insulto alla divinità, Cicerone (106-43 a.c.) credeva a un Dio unico creatore dell’universo, nella Provvidenza e nell’immortalità dell’anima.
Dalla somma di animismo, magia, mito, astrologia e teologia, nacque la religione, per i cristiani il dolore santifica, per i primitivi aumenta le energie vitali; la stregoneria è già religione, perché si fonda sull’organizzazione sociale, anche se può essere povera di mitologia. Il totem, collocato in una radura o in un centro di raccolta, era il genio protettore, in genere era un animale, era l’emblema della tribù, da esso derivarono dei locali e santi locali.
Con il tempo, il totem fu portato in battaglia, come le aquile romane, fu rappresentato in statue e in stendardi precedenti i combattenti. Gli stemmi delle case nobiliari rappresentavano l’animale totemico di un clan primitivo, cioè di una famiglia allargata; l’astrologia e la divinazione nacquero nell’ambito della magia, i primitivi erano abituati a fissare le stelle, allora il cielo era anche più terso, con l’astrologia si pretese di leggere negli astri il destino delle nazioni e degli uomini.
La coincidenza del potere religioso con quello politico era particolarmente rilevante in Israele, in altre culture, anche antiche, i poteri erano separati; i sacerdoti di Israele erano anche governanti, giudici, legislatori e beneficiari del gettito fiscale, detenevano una somma di poteri assoluti. Il battesimo, praticato in Medio Oriente e India, era una cerimonia magica d’iniziazione e purificazione, che toglieva i peccati e le malattie, che erano visti come una conseguenza; si era capito che l’igiene teneva lontani gli spiriti maligni, cioè i batteri cattivi che facevano ammalare; la circoncisione era una cerimonia d’iniziazione all’adolescenza.
Il mito di Caino e Abele, l’unico ebraico, ricorda la lotta per la terra tra popoli agricoltori e allevatori, il diluvio ricorda una grossa alluvione locale; si credette a un diluvio universale a Babilonia, in Persia, in Israele e in Grecia. Il peccato originale ricorda l’età felice dell’oro, cioè prima della caduta o decadenza dell’uomo, quando questo era immortale e non lavorava.
L’uomo teme la morte, di più la morte per fame, di più la morte violenta e di più teme di essere mangiato, questo timore superstizioso è di origine animale; teme il lavoro, soprattutto quello fisico, che appare come una costrizione, sul quale non si può autodeterminare, esattamente come avviene nella schiavitù; i lavoratori più liberi sono gli artigiani e i contadini, gli unici uomini liberi sono quelli che vivono del lavoro degli altri, sono detti uomini d’onore.
Nella magia, nella stregoneria e in religione sono importanti le formule magiche, ripetute dai celebranti e di significato oscuro per il pubblico, la messa in latino svolgeva questo ruolo e alimentava il mistero sulla cerimonia. Gli sciamani sono stregoni che operano in stato di trance, come i medium, spesso sono malati nervosi, epilettici o isterici; sono visti dagli uomini come esseri sovrumani, in contatto con il mondo degli spiriti, sono considerati mediatori tra gli spiriti e gli uomini. Ci sono stati malati nervosi anche tra profeti, vati, veggenti e tra santi cristiani; Santa Teresa, Socrate e Pascal non furono esenti da allucinazioni. Amuleti e talismano servono a proteggere dal male, sono dei portafortuna, lo stesso ruolo lo svolgono le medaglie di santi e i crocefissi appesi al collo.
I simboli sono usati in religione, scienze e matematica, servono ad abbreviare l’esposizione e i teoremi, sono un superlinguaggio figurato che supera l’inadeguatezza del linguaggio ordinario, servono anche a comunicare dei valori. Sono simboli statali la bandiera e il trono, simboli religiosi la croce, l’altare, il pastorale o bastone di comando, che ricorda che il governante è pastore e il popolo è il gregge; sono simboli gli stessi numeri.
Poiché l’antropomorfismo rischiava di trasferire a Dio forme e comportamenti umani, per non sminuire la divinità, in Israele si cominciò chiamare Dio con pseudonimi, come angelo di Dio, spirito di Dio, verbo o parola di Dio; col tempo, questi attributi, per ipostatizzazione o personificazione, divennero personaggi distinto da Dio. Quindi il politeismo, scacciato da Abramo e Mosè dalla porta, rientrò dalla finestra, accadde con gli angeli per gli ebrei e con Cristo e lo spirito santo dei cristiani.
Il dogma della trinità fu un espediente per riportare le divinità dalla pluralità all’unità, per conciliare un politeismo pratico con un monoteismo teorico, però poi il panteon cristiano si arricchì anche del culto della madonna e dei santi. Alla vigilia dell’era volgare, un egiziano aveva fatto notare che Geova in copto significava asino, perciò gli ebrei limitarono ancora di più l’uso del nome, sostituendolo con il verbo o Signore; dal nome ebraico di Dio, Elohim (plurale di maestà, cioè dei), deriva Allah degli arabi.
Anche intorno a Cristo è stata costruita una mitologia, il mito dà una risposta sull’origine dei costumi e delle tecnologie, molti popoli cedettero che l’uomo fosse stato plasmato d’argilla; da Babilonia, all’Oceania, ai pellirosse d’America è diffuso questo mito della zolla di terra. La bibbia sostiene che, dopo 900 anni dalla creazione, l’uomo suonava l’arpa e lavorava il bronzo e che prima del diluvio fosse erbivoro, malgrado Abele fosse pastore.
La lotta tra Caino e Abele simboleggia la lotta tra popolo agricoltori e popoli pastori, Abele rappresentava Israele che era pastore, Caino invece rappresentava la civiltà agricola di Canaan, che resisteva alla penetrazione dei nomadi ebrei, Abramo, infatti, era pastore. Gli ebrei erano semiti provenienti dal sud del Mar Caspio, culla del ceppo caucasico, da cui derivarono camiti, semiti e ariani, con differenze soprattutto linguistiche e culturali, più che somatiche, perché la pelle più scura dei camiti era un adattamento al clima caldo dell’Africa.
Per quanto riguarda il mito della nascita di Mosè, re Sargon (2.380 a.c.), della dinastia di Accad, ebbe un’origine simile alla sua; anche nel mondo ellenistico esistevano profeti, vati e veggenti, le profezie bibliche però furono aggiunte a fatti verificati, anche Virgilio, con finzione poetica, fece predire a Giove il destino dei troiani e la grandezza di Roma. I veggenti erano spesso malati nervosi che avevano allucinazioni o si procuravano allucinazioni con allucinogeni, Budda otteneva questo risultato con dei funghi, alcuni segni del profetismo ebraico sono la schizofrenia delirante e la paranoia.
La bibbia ebraica o Tanakh fu composta in ebraico dal X secolo al II secolo a.c. poi, dal V secolo a.c., con ritorno dalla diaspora babilonese, iniziò la compilazione scritta; alla vigilia dell’era volgare videro la luce anche apocrifi ebraici, scritti in ebraico, aramaico e greco. Dal III secolo al I secolo a.c., gli ebrei di Alessandria tradussero in greco la bibbia ebraica, nacque così la bibbia dei settanta, mentre in Palestina se ne faceva la traduzione in aramaico o targum. Il canone biblico o misura in ebraico, si divide in canone ebraico, samaritano, ortodosso, cattolico, protestante, copto e siriano, i testi al di fuori del canone sono detti apocrifi o deuterocanonici.
Il canone definitivo ebraico palestinese nacque alla fine del I secolo d.c., un po’ prima delle prime scritture gnostiche-cristiane. La traduzione greca dei settanta includeva libri non usati a Gerusalemme, perciò, il canone palestinese costituiva un canone breve, quello alessandrino un canone lungo; i primi cristiani adottarono la versione del vecchio testamento dei settanta. Il cantico dei cantici fu inserito in ritardo nella bibbia ebraica e ne furono esclusi i Maccabei.
Dagli ebrei furono considerati non canonici i libri non scritti in ebraico, il Siracide, i libri cristiani e gli apocrifi del vecchio testamento. Il canone ebraico consta di 24 libri, per raccordarlo al canone cristiano dei settanta, bisogna contare separatamente i dodici profeti minori, i due libri di Samuele, i due libri di Re, Esdra, Neemia e i due libri di Cronache, così si hanno 39 libri. Il canone samaritano conteneva solo i cinque libri della Torah o Pentateuco e Giosuè.
La traduzione dei settanta contiene apocrifi per ebrei e protestanti, cioè i libri di Giuditta, Tobia, primo e secondo libro dei Maccabei, Sapienza di Salomone, Siracide, Baruc, la lettera di Geremia e le aggiunte a Daniele ed Ester. I vangeli si basano su una raccolta proto-evangelica, la cosiddetta fonte Q; tutto il nuovo testamento è letteratura sub-apostolica, perché risale al II secolo, cioè dopo la morte degli apostoli; gli apocrifi del II secolo furono protocristiani, soprattutto gnostici e soprattutto gentili, Marco originale era protocanonico.
Il pentateuco o Torà o legge mosaica è uno sforzo collettivo attribuito a Mose, si tratta di leggi consuetudinarie secolari e di leggi naturali sentite dal popolo, raccolte e ordinate da legislatori; le vecchie leggi del codice dell’alleanza, cioè il trattato fatto da Israele con Dio, e quelle del deuteronomio hanno delle differenze, perché il diritto ebraico si era evoluto quando il popolo si era trasformato da nomade in sedentario.
Quindi, il rispetto verso la legge di Mose non era il rispetto verso una legge univoca e immutata, perché anche le norme si evolvono con i costumi. A quei tempi il popolo aveva un atteggiamento reverenziale e acritico verso le scritture e la legge non sanciva l’eguaglianza degli uomini, la schiavitù era ammessa, la donna aveva meno diritti degli uomini e i primogeniti avevano più diritto degli altri fratelli.
Durante il giubileo, ogni 50 ani, si liberavano gli schiavi e si rimettevano i debiti, probabilmente questo istituto non ebbe mai pratica applicazione, però rivelava una sensibilità nei legislatori, colpiti da danni dell’usura che rendeva schiavi gli uomini; l’usura era vietata dalla legge e per i debiti ci si vendeva anche schiavi, accade ancora oggi nel terzo mondo. La pasqua ricordava la fuga dall’Egitto e segnava l’inizio del raccolto, la pentecoste la fine, i tabernacoli la vendemmia; queste feste erano legate al ciclo agricolo di un popolo divenuto da allevatore agricoltore e forse erano state prese dai precedenti popoli di Palestina.
Gli ebrei erano convinti di essere i soli depositari della vera religione, è lo stesso atteggiamento odierno dei musulmani, il che li faceva essere sprezzanti verso i pagani, che rispondevano con sentimenti antisemiti e osteggiavano i costumi ebraici; gli ebrei erano contro i matrimoni misti e per loro, entrare nella casa di un pagano, determinava un’impurità e impediva di accostarsi all’altare. Come fanno oggi i musulmani con ebrei e cristiani, gli ebrei chiamavano i pagani cani e porci.
Gli esattori per cono dei romani o pubblicani erano considerati impuri per i rapporti con romani, i pubblicani erano dichiarati incapaci di testare e la loro casa era maledetta; gli ebrei non tolleravano il censimento generale dei romani, perché questo era alla base dell’imposizione fiscale, per loro l’imposta era dovuta solo al tempio e il denaro prelevato dall’erario romano era considerato rubato e atto di vassallaggio, Giuda il galileo diceva che era atto di paganesimo pagarla.
Gli ebrei erano sessuofobi, condannavano adulterio, incesto, omosessualità e prostituzione, per loro contaminava tutto ciò che aveva relazione con la nascita, la vita e la morte dell’individuo; per San Paolo, com’è richiesto oggi nell’Islam, le donne dovevano portare il velo, non potevano insegnare e non avevano diritto alla parola nelle assemblee, le quali per gli ebrei maschi erano libere tribune. Nel tempio di Gerusalemme le donne erano separate dagli uomini; gli ebrei si riposavano un giorno su a sette, in occidente questo giorno di riposo divenne poi una conquista sindacale; la cultura ebraica era la loro religione, oggi è così in alcuni paesi islamici.
Alla base di una cultura ci sono lingua, religione e costumi, prima di essere chiusi nei ghetti, gli ebrei non avevano disdegnato vivere separati, rifiutando di integrarsi, così conservarono la loro cultura e la loro religione e, diversamente da altri popoli estinti, sono giunti fino a noi. L’astrologia giudaica derivava dalla religione astrale assiro-babilonese, dalla quale gli ebrei presero gli angeli Michele, Gabriele e Satana; con il dualismo e il manicheismo, Satana divenne il principe del male. Le arpie dei greci, gli angeli della bibbia, i geni degli assiri e dei babilonesi, la sfinge egiziana erano metà bestie e metà uomini, poi gli ebrei cercarono di rendere gli angeli sempre più umani.
La prima apocalisse fu il libro di Daniele, poi scrissero apocalissi Enoch, Esdra, quindi vennero l’apocalisse di Giovanni e le apocalissi apocrife di Pietro e di Paolo; gli ebrei aspettavano il regno di Dio, cioè il ritorno dell’età dell’oro, alla fine delle ere, allora il mondo sarebbe stato sotto una sola legge, però l’avvento sarebbe stato preceduto da calamità naturali, perché il diavolo, rotti i ferri che lo tenevano legato, si sarebbe avventato sulla terra.
Mentre Cicerone e Aristotele affermavano che era impossibile trovare un nobile pensiero negli artigiani, i farisei erano artigiani, Hillel era falegname come Gesù, San Paolo era costruttore di tende e tanti apostoli furono pescatori. Gli Hilleliti ammettevano all’insegnamento anche poveri e peccatori, Hillel fu il primo codificatore del metodo talmudico; distrutto il tempio, i cristiani videro ostili, ricambiando, tutti i farisei, autori del commento rabbinico o Midrash e animatori delle sinagoghe dal III secolo a.c.
Secondo Giuseppe Flavio, i sadducei servivano i romani, gli zeloti li combattevano e i farisei erano neutrali, massima autorità dei farisei erano gli scribi o dottori della legge, che avevano una sinagoga anche dentro il tempio, nella quale istruivano i fanciulli; facevano parte del Sinedrio scribi, sacerdoti e anziani, il sinedrio aveva anche un comitato esecutivo. I farisei seguaci di Hillel predicavano la mansuetudine, la carità, l’amore verso il prossimo e la misericordia.
Invece i seguaci di Shammai erano formalisti, predicavano tanti comandamenti, insegnavano solo ai ricchi e osservavano rigorosamente la legge. La virtù cristiana dell’umiltà è d’origine hillelita; il talmud contiene la frase poi citata da Gesù: “Chi si umilia sarà innalzato e chi si esalta sarà abbassato”; il talmud, iniziato nel IV secolo a.c., rimase orale fino al II secolo d.c. e fu poi riportato per iscritto, dopo la compilazione delle scritture cristiane.
L’espressione di Gesù: “Padre nostro che sei nei cieli” era comune ai farisei, Hillel era portato verso umili e pagani e insegnava prima di Gesù: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, prima di Gesù, rabbi Akiba e Hillel avevano detto: ”Ama il prossimo tuo come te stesso”; Gesù di Sirach o siracide aveva pronunciato aforismi non meno elevati di quelli di Cristo. Le chiese locali nacquero sul modello delle sinagoghe, dove erano ammessi i proseliti, cioè gentili simpatizzanti; prima di esse bloccati dalla chiesa trionfante, anche gli ebrei facevano proselitismo e conversioni.
Il talmud era una libera tribuna, è il commento rabbinico alla bibbia; Gesù conosceva la tradizione rabbinica e se ne serviva, la sinagoga era luogo di preghiera, di studio, era una scuola e una libera assemblea, gli interventi erano aperti a tutti, ma non alle donne, era presieduta da un rabbino. Cristo da vivo era stato in buoni rapporti con farisei seguaci di Hillel, con la sua morte, fu la guerra tra chiesa e sinagoga e chi affermava che Gesù era messia o peggio ancora Dio, era espulso dalla sinagoga, inoltre i giudei o giudaizzanti, polemicamente, erano attaccati alla legge di Mosè.
Farisei vuol dire separati, era il partito dei devoti o puritani, però il fariseo si faceva chiamare anche maestro, mentre, secondo i vangeli, Cristo rifiutò il titolo, probabilmente però l’autore voleva solo rimarcare la sua personale antipatia verso i farisei e i giudaizzanti, non sapremo mai come si sono svolti veramente i fatti. Cristo apparentemente, se è esistito, ma è difficile, non conobbe la filosofia di Filone, ma conobbe la dottrina di Hillel, degli esseni e del Battista.
Tra i farisei, gli scribi erano i dottori colti della legge, Anna fu sommo sacerdote dal 6 al 25, suo genero Caifa dal 26 al 36, la classe sacerdotale era ostile ai movimenti popolari e legata ai romani, diversamente dagli zeloti, era collaborazionista, l’alto clero apparteneva al partito sadduceo. Il sinedrio era composto di anziani, sacerdoti e scribi ed era presieduto dal pontefice o sommo sacerdote; i sacerdoti del tempio erano numerosi, erano sommi sacerdoti anche quelli decaduti dalla carica. I sadducei, diversamente dagli zeloti, non disprezzavano la cultura greca, ma erano ortodossi della tradizione, cioè non avevano accettato le innovazioni come l’immortalità dell’anima, l’inferno e la resurrezione dei corpi.
In Israele i sacerdoti erano stati giudici, legislatori e governanti, avevano sommato tutti i poteri, però, sotto i romani, la carica era decaduta e appaltata e i sommi sacerdoti erano spesso sostituiti; i sacerdoti erano controllati dai romani, in teoria sanzionavano i peccati, cioè avevano potere giudiziario, ma non potevano comminare la pena di morte; i romani annullavano le decisioni più importanti dei sommi sacerdoti, i quali, in compenso, per stare buoni, avevano forti entrate fiscali.
Gli zeloti rappresentavano il partito nazionalista, nel 45 a.c. Antioco IV Epifane introdusse una statua di Zeus nel tempio e ci fa la rivolta nazionalista dei maccabei; anche Caligola (12-41), cercò di introdurre una sua statua nel tempio e provocò un’altra rivolta. Gli zeloti rifiutavano il tributo a Cesare e consideravano la sua immagine scolpita sulle monete, un peccato contro il primo comandamento.
L’imperatore Claudio (10 a.c.-54 d.c.), a causa dei moti dei nazionalisti, espulse tutti gli ebrei da Roma, nel 6 d.c. in Palestina un’insurrezione di zeloti fu capeggiata da Giuda di Gamala, detto il galileo, che si era ribellato al censimento di Quirino, che, grazie a esso, aveva introdotto l’imposta di testatico o di famiglia; la legge mosaica vietava il censimento generale, ammetteva solo quello dei combattenti, gli zeloti consideravano l’imposta suddetta un’empietà, perché, secondo loro, le tasse erano riservate solo al tempio.
Nel 35 d.c. gli zeloti si ribellarono a Pilato, che aveva confiscato il tesoro del tempio per costruire l’acquedotto a Gerusalemme, in quell’occasione Barabba uccise un soldato romano; dal 66 al 70 d.c., gli zeloti fomentarono un’altra ribellione e Gerusalemme e il Tempio furono distrutti dai romani di Tito; un’altra rivolta ci fu dal 132 al 136, sotto il messia Simone Barcocheba, sostenuto dal grande rabbino Akiba.
Girolamo (347-420) tradusse la Volgata latina da testi ebraici, però i masoreti ebraici, che erano farisei, avevano incluso nel testo osservazioni critiche e glosse, errori di copisti e di traduttori; il testo era stato già alterato anche prima del controllo dei masoreti, fin dal tempo di Mosè; il midrash è il commento rabbinico alle scritture, che non possediamo in originali. I masoreti introdussero punti e linee, per le vocali, la punteggiatura e la pronuncia, tuttavia ci sono arrivate pronunce e vocali diverse, che a volte cambiano il senso di una frase; il testo masoretico fu iniziato dai rabbini o farisei nel II secolo a.c. e fu riportato per iscritto nella seconda metà del I millennio d.c.
Il targum è il testo della bibbia ebraica in aramaico, la lingua che sostituì l’ebraico in Siria e Palestina al ritorno dalla cattività babilonese, questo testo eliminò l’antropomorfismo di Dio, però il traduttore dell’originale ebraico di Giobbe rimanipolò completamente il testo. I cristiani non si comportarono diversamente, l’epilogo di Marco (16.9-20) è un’aggiunta e non si trova nei manoscritti più antichi; una glossa è stata trovata nella prima lettera di Giovanni (5,7) e non si trova nei testi più antichi, afferma: “Vi sono tre testimoni in cielo, il padre, il figlio e lo spirito santo”, evidentemente il libero traduttore sosteneva la trinità.
Nel corso dei secoli, copisti e traduttori riversarono il loro stile su originali più scarni, anche perché gli ebrei avevano un vocabolario molto ristretto; per tutte queste ragioni, l’opera di falsificazione della bibbia appare ininterrotta nel corso dei secoli. Il pentateuco è attribuito a Mosè, evidentemente, la parte che parla della sua morte, è stata aggiunta da altro autore, però l’autore dei primi capitoli di Genesi è detto Jahvista perché chiama Dio, Geova, l‘autore che parla della vocazione di Adamo è chiamato Elohista, perché chiama Dio, Elohim, al plurale d’intensità; questo fatto rivela la mano di due autori diversi, queste manipolazioni sono avvenute anche negli altri libri.
I più antichi manoscritti biblici sono stati rinvenuti nel 1947 a Qumran, nel Mar Morto, sono opera della comunità monastica ebraica degli esseni, il manoscritto più antico è del 250 a.c., tra essi, è stato rinvenuto anche il profeta Isaia al completo. Il testo masoretico ebraico (masora vuol dire in ebraico tradizione) costituì per gli ebrei il testo definitivo, include le osservazioni critiche a opere dei rabbini e fu iniziato nel 2° secolo a.c.
I testi premasoretici pervenuti fin a noi sono quelli di Qumran, la traduzione dei Settanta e la Volgata latina. La divisione in capitoli e versetti della bibbia fu dovuta a S. Langton (XIII sec.) e R. Estienne (XVI sec.), negli originali delle opere questi mancavano e non esistevano nemmeno i titoli; la tradizione ebraica segue un canone alessandrino e un canone palestinese, il secondo s’impose presso i rabbini, il talmud è d’origine babilonese e palestinese.
La versione greca dei Settanta nacque nel III secolo a.c. in Egitto, patrocinata da Tolomeo II, in essa il testo di Gobbe è molto più corto dell’originale, in questa versione è scritto che Mosè parlava in visione con Dio, invece che faccia a faccia, com’è scritto nell’originale ebraico. La volgata latina di San Girolamo nacque alla fine del IV secolo e fu stampata la prima volta nel 1453 a Magonza, costituendo il primo libro stampato; nel 1546 il concilio di Trento la dichiarò unica traduzione autentica della bibbia, però già nel 1592 Clemente VIII ne fece fare un’edizione corretta e riveduta, che conteneva a sua volta altre imprecisioni.
La bibbia è opera umana, di sacerdoti ebrei, di scribi, rabbini e dirigenti cristiani; le vicende bibliche sono il risultato d’azioni naturali e umane e non d’interventi divini. Le scritture ebraico-cristiane si possono dividere in sette parti: il Pentateuco, i libri storici, i libri poetici, i libri profetici, i vangeli, gli scritti apostolici, i vangeli apocrifi e le eresie. I libri del nuovo testamento sono stati divisi in storici, epistolari e apocalittici; per noi, lettori moderni, ogni libro della bibbia equivale a un capitolo della bibbia.
Il primo canone si ebbe al concilio di Nicea (325), sotto il vescovo Ireneo e l’imperatore Costantino, mentre il canone alessandrino fu imposto da Sant’Agostino (354-430); il concilio di Trento (1545-1565) fissò definitivamente il canone biblico in 73 libri, dei quali 46 appartengono al vecchio testamento e 27 al nuovo; però, secondo gli ebrei, i libri canonici, tutti del vecchio testamento, sono 24, secondo i protestanti sono 66, tra vecchio e nuovo testamento.
I libri del vecchio testamento non ispirati per ebrei e protestanti o deuterocanonici, quindi non inseriti nel loro canone, sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruch, l’epistola di Geremia, i Maccabei e le aggiunte di Ester e Daniele; aggiunte però che esistono in tutti i libri della bibbia, Baruch o Baruc denuncia la mano di tre autori diversi; per gli ebrei, i libri ispirati cessarono nell’anno 200 a.c. Alla metà del II secolo d.c. nacque il cristianesimo gnostico e alla fine del 200 d.c. cominciarono a nascere le altre scritture cristiane, prima ariane e poi cattoliche; gli ariani erano nati nell’ambito dello gnosticismo.
Il cristianesimo è un prodotto del sincretismo giudaico-pagano, non abbiamo gli originali delle scritture e nessun libro della bibbia è autografo, le sacre scritture sono falsi di generazioni di uomini estranee a Dio; forse solo l’Ecclesiastico ha un autore certo, cioè Giosuè o Gesù di Sirac, detto il Siracide, il nome degli autori dei libri è stato identificato dalla tradizione con il personaggio più eminente di ogni libro.
Tra i fatti e la redazione s’inserì la tradizione che li ingigantiti e li alterò, altre manipolazioni o falsificazioni avvennero per colpa di copisti, traduttori e commentatori, che inserirono le loro note nel testo; il tutto a fini apologetici della religione e in ottemperanza ai desideri della burocrazia religiosa. Per la mancanza degli originali, alcune di queste manipolazioni sono state accertate, altre no.
L’opera di corruzione dei testi cessò alla fine del IV secolo d.c., quando nacque la Volgata latina di San Girolamo (347-420); da allora il contenuto dei libri canonici e rimasto quale noi lo conosciamo, l’ispirazione divina dei testi sacri è affermata anche per le altre grandi religioni, cioè per il corano e i libri religiosi indiani. L’uomo ha creato i libri sacri e la sua visione di Dio, in definitiva Dio stesso, la stessa dottrina della salvezza generale dell’umanità, annunciata dal regno di Dio, non è altro che la risposta dell’uomo alle sue ansie, alle sue aspirazioni di giustizia e alle sue speranze.
La bibbia fa capire che l’età dell’oro è esistita a principio con il paradiso terrestre, dove non si lavorava per vivere e si era immortali, e tornerà alla fine con il regno di Dio, che restituirà all’uomo l’originaria purezza e immortalità e lo libererà dalla schiavitù del lavoro. L’uomo ha sempre considerato il lavoro una costrizione, al quale si sottraevano solo gli uomini liberi o uomini d’onore, spesso liberati anche dalle tasse e muniti di altri privilegi; così la pensavano i romani e gli aristocratici medioevali europei; furono i rabbini a rivalutare il lavoro fisico, ritenendo un dovere morale per loro l’esercizio di un lavoro artigiano.
Poiché la bibbia è ispirata, dovrebbe essere immune da errori, però Agostino avvertiva che se c’imbattiamo in un passo che ci sembra in contrasto con la storia, con la scienza e la realtà, dobbiamo affermare: “ Qui o c’è uno sbaglio del copista, o il traduttore non ha reso bene l’originale o io non capisco”; se vi è contrasto tra bibbia e insegnamento della chiesa, bisogna seguire l’altro consiglio di Agostino: ” Non questo afferma la divina scrittura, ma questo intende solo l’umana ignoranza”. Comodo no?
La bibbia è stata scritta in epoca tanto diversa dalla nostra, lo stesso senso letterale è reso difficile perché applicato a lingue morte, come l’ebraico e l’aramaico, prive nella forma scritta di vocali, punteggiatura e capitoli; oltre il significato elettorale esisteva quello simbolico. Per contrastare le eresie, la chiesa cattolica si arrogò il diritto di interpretare le sacre scritture e fu ostile alla libera traduzione, alla libera lettura e al libero esame della bibbia.
La parola della bibbia va inquadrata nella precisa cornice storica e geografica, le lingue usate sono state ebraico, aramaico e greco antico; se i libri apocrifi sono quelli non ispirati, tutti i libri sacri sono apocrifi. La chiesa sostiene che gli scrittori ispirati e oracolanti sono immuni da errori, però non si spiegano le contraddittorie testimonianze dei diversi autori, soprattutto nei vangeli; comunque, nelle varie religioni, sono stati tanti quelli che hanno preteso di parlare per bocca di Dio.
I masoreti ebraici facevano osservazioni critiche alla bibbia ebraica e fissarono definitivamente il testo dei libri sacri e nel VI secolo d.c., riportarono per iscritto il Talmud, cioè la tradizione orale ebraica, che affiancava la bibbia ebraica, esisteva un Talmud babilonese e un Talmud palestinese. La versione greca della bibbia ebraica, detta dei settanta, è stata composta tra il II e il III secolo a.c., alterando il testo ebraico; la Volgata latina di San Girolamo è della fine del IV secolo d.c., questo spesso si basò più sul senso che sulla lettera delle scritture, però il concilio di Trento (1545-1565) sanzionò l’autenticità della sua Volgata.
La chiesa cattolica si oppose alla traduzione libera dei testi sacri; per paura delle eresie, vari concili proibirono le traduzioni non approvate dai vescovi, per questo, per il mercato delle indulgenze e per la mancata riforma della chiesa, scoppiò la rivoluzione protestante; con l’indice dei libri proibiti, approvato dal concilio di Trento, si prescrisse che non si potevano leggere le traduzioni della bibbia in lingua volgare, senza licenza del vescovo o del Sant’Uffizio.
Il codice di diritto canonico richiede la censura preventiva sulle pubblicazioni bibliche, in questo momento però, a causa della rivoluzione liberale subita dalla chiesa, la prescrizione riguarda solo le case editrici cattoliche; intanto i protestanti continuano nella loro libera traduzione e con la loro analisi critica della bibbia che, fino ad oggi, ha dato vita ad approfondimenti critici molto validi e interessanti.
Nel 1947 sul Mar Morto furono scoperti i testi dei monaci ebraici esseni, precursori dei cristiani, contenenti libri sacri, apocrifi e libri sconosciuti, tra cui Isaia al completo, la loro redazione andava dal IV secolo a.c. al I secolo d.c.; da questi testi si evince che le maggiori manipolazioni sono state fatte dalla tradizione, più che dalla traduzione. I popoli antichi, che si tramandavano i fatti, erano vittime di suggestioni e superstizioni, perciò la parola biblica va inquadrata nella precisa cornice cronologica, storica, geografica, culturale e linguistica.
Gli autori ufficiali della bibbia sono tutti ebrei, eccetto Luca, gli autori veri non si conoscono, anche se sono per lo più ebrei, mentre gli autori degli apocrifi sono per lo più gentili convertiti; la chiesa afferma che i libri canonici sono stati ispirati dallo Spirito Santo e hanno Dio come autore, inoltre, ne rivendica il monopolio nell’interpretazione. Secondo le cronologie bibliche, passarono circa 2.000 anni dalla creazione ad Abramo, 2000 da Abramo a Cristo, 2000 da Cristo a oggi; la scienza afferma che l’universo e l’uomo sono molto più antichi, però questi 6.000 anni sono gli anni della storia dell’umanità e dell’invenzione della scrittura.
Il popolo ebraico era un popolo caucasico, di ceppo semita, dal punto di vista culturale risentiva l’influenza di altre culture superiori, come quelle egiziane, caldee e babilonesi; nessuna cultura o religione è completamente originale, anche un poema babilonese parlava di creazione e di diluvio universale. Sotto il regno di Davide e Salomone (X secolo a.c.), Israele raggiunse la massima potenza e l’unità dello stato.
La tradizione ha attribuito il Pentateuco a Mosè e l’Iliade e l’Odissea a Omero, però questi libri sono opera della tradizione e sono opera di diversi redattori anonimi; infatti, esistono differenze di stile nel Pentateuco o Torà e nelle opere di Omero. Il Pentateuco o Torà è diviso in cinque libri: genesi, esodo, levitico, numeri e deuteronomio. Genesi è un racconto di tradizioni antichissime, anteriori alla nascita del popolo ebraico, si divide in due parti, la parte preistorica e la parte storica dei patriarchi; nella prima parte la parola di Dio è rivolta all’umanità intera, nella seconda parte al popolo ebraico.
Non sono indifferenti gli influssi egiziani sugli ebrei, che erano di casa in Egitto; dall’Egitto, dalla Grecia e dalla Persia gli ebrei, alla vigilia dell’era volgare, trassero l’idea dell’immortalità dell’anima. Melchisedech era sacerdote e re di Salem o Gerusalemme, la città, prima che fosse occupata dagli ebrei, era abitata dai gebusei; la tradizione ebraica fece passare Melchisedech per essere semidivino, capostipite di un ordine sacerdotale soprannaturale, anche perché non se ne conosceva la genealogia, come per gli altri patriarchi ebraici. Alla fine i cristiani rivendicarono a Cristo l’ordine sacerdotale soprannaturale di Melchisedech.
La religione ebraica iniziò ufficialmente con Abramo, capostipite degli ebrei, il quale si stanziò come pastore nomade a Canaan o Palestina, era originario della regione di Ur in Caldea e, introdotto dagli egiziani ai valori del monoteismo, fu poi convertito da Melchisedech alla religione di Geova. Il libro di Esodo e si articola in tre parti, oppressione del popolo e comparsa di Mosè, uscita dall’Egitto e promulgazione della legge e del codice dell’alleanza sul monte Sinai.
Il Pentateuco o Torà era il codice degli ebrei e prova che la vita civile degli ebrei era intimamente connessa con la religione, comunque, ci sono connessioni tra la Torà o Torah e il codice babilonese di Hammurabi. Il primo libro è Genesi, che traccia la protostoria e i miti di Israele, presi in gran parte ai babilonesi, il secondo libro è Esodo, che tratta dell’uscita dall’Egitto, guidata da Mose.
Il legislatore ebraico non furono né Dio, né Mosè (XIII secolo a.c.), perché le norme consuetudinarie e il diritto naturale, sentito dalle genti, nascono dalle tradizioni e dai costumi; Mosè non è certo che sia un personaggio storico, come Licurgo a Sparta, si limitò a raccogliere ciò che già esisteva, predisponendo un codice organico e univoco per tutti, esponendolo nella migliore chiarezza possibile, per dirimere le controversie tra il popolo. In Grecia Solone (635-559 a.c.) fece la stessa cosa, i codici servivano a ridurre l’arbitrarietà dei giudici nelle sentenze.
Forse la presenza degli ebrei nella terra di Gessen, sul delta egiziano, fa favorita dalla penetrazione degli Hyksos nel paese, della stessa razza degli ebrei, iniziata nel 1730 a.c.; nel 1570 gli invasori furono espulsi e gli ebrei furono resi schiavi. Forse gli ebrei nomadi erano stati mercenari degli Hyksos e rimasero in Egitto dal 1728 al 1513 a.c. per 430 anni; per altri però l’esodo avvenne nel 1290 a.c., sotto il faraone Ramsete II.
Il libro di Levitino prende il nome dalla tribù sacerdotale dei leviti, discendente di Levi, figlio di Giacobbe o Israele, alla quale appartenevano Mosè e suo fratello Aronne; contiene norme religiose raccolte da Mosè, attinenti ai sacrifici e ai cerimoniali. I leviti dirigevano il culto sacrificale del tabernacolo che, durante la loro vita nomade, era un santuario portatile che conteneva arca e candelabro.
Rispetto alle altre tribù, i leviti erano una casta sacerdotale privilegiata, con numerose entrate fiscali, erano legislatori, governanti, giudici e sacerdoti, rappresentavano un governo assoluto, tra loro erano i massimi sacerdoti e il sommo sacerdote; secondo alcuni, dall’Egitto furono cacciati ebrei residenti che appartenevano solo alla tribù dei leviti. Mosè era un ebreo divenuto alto dignitario alla corte del faraone, per soccorrere il suo popolo, si ribellò agli egiziani, come fece il capo germanico Arminio che, sotto Augusto, si ribellò ai romani, che prima aveva servito.
Levitico distingue l’olocausto, con la consumazione totale nel fuoco delle vittime, dal sacrificio, con cui una parte era bruciata e il resto era consumato da offerenti e sacerdoti; questo libro tratta dell’impurità di certi animali e fissa il calendario delle feste religiose. Il materiale contenuto nel libro appartiene a una tradizione premosaica, gli autori sono diversi e comunque legati alla casta sacerdotale.
Il libro di Numeri contiene il censimento del popolo ebraico combattente e il suo peregrinare nel deserto fino a Moab, cioè alle porte della Palestina, Mosè era assistito da settanta anziani; gli autori del libro sono diversi, il libro attesta che egli ebrei stavano per diventare una nazione sedentaria, da nomade che era stata, infatti, parla di diritto di eredità della terra per i figli e ripartisce Canaan tra le dodici tribù di Israele.
Mosè morì alle porte della terra promessa e il comando fu assunto da Giosuè, della tribù di Efraim, i leviti si erano alleati con altre tribù semite locali e Israele nacque pian piano come federazione militare di tribù, per la conquista della Palestina; com’è accaduto spesso tra arabi e beduini nomadi. Gli ebrei rimasero nel deserto del Sinai per 40 anni poi strariparono in Palestina, favoriti dall’indebolimento dei popoli che vi risedevano.
All’inizio l’infiltrazione fu graduale, poi ci fu l’invasione vera e propria, come avvenne con la caduta dell’impero romano; la prima tribù ad arrivare fu quella di Giuda a sud. Gli ebrei erano nomadi e pastori, mentre gli abitanti di Canaan sedentari, agricoltori e urbanizzati, abitanti terre fertili; il mito biblico di Caino e Abele, l’unico ebraico, perché gli altri furono presi dai babilonesi, mutuò da questa guerra, infatti, Caino, da Canaan, era agricoltore, Abele era pastore e rappresentava gli ebrei. Il conflitto rappresentava la lotta tra popoli agricoltori e popoli allevatori, è accaduto anche nella conquista del West americano.
Usciti dall’Egitto nel 1513, gli ebrei rimasero nel deserto del Sinai 40 anni e l’occupazione iniziò nel 1473, tuttavia il paese fu occupato completamente solo sotto la monarchia di Davide (XI-X secolo a.c.), perciò è probabile che l’esodo avvenisse nel XIII secolo a.c.; la tribù capofila, che iniziò la conquista, fu quella di Giuda, che occupò Gerusalemme e s’impossessò del culto di Geova; com’era inevitabile, tra le tribù ebraiche confederate ci furono anche contrasti territoriali.
Il deuteronomio contiene leggi nuove, è un adattamento alle condizioni di un popolo definitivamente non più nomade, lo scopo è anche il midrash o esaltazione di Dio, in pratica dei sacerdoti depositari della teocrazia; i testi sacri erano conservati dai sacerdoti ed anche per questo, cioè non solo perché ritenuti ispirati, erano visti come sacri. Da Giosuè fino alla monarchia, il potere sacerdotale prevalse su quello secolare, infatti, i sacerdoti volevano tutto il potere e perciò inizialmente non erano stati favorevoli all’istituto monarchico, cambiarono politica solo sotto Davide, che li seppe domare intimidendoli.
Il migliore strumento di governo del condottiero, legislatore e riformatore religioso Mosè, fu il sostegno di suo fratello Aronne, capo dei leviti e dei sacerdoti; per abbagliare il popolo, Mosè era anche mago, astrologo e faceva divinazioni. Tra i libri storici, il libro di Giosuè cita alcuni libri antichi, come il libro del giusto (10,12), il libro delle guerre del Signore (3,5-10;24,11-12) e il libro della legge divina, di contenuto normativo; i primi due rotoli furono utilizzati per la redazione dei libri storici, il terzo per la redazione del deuteronomio.
Il libro di Giosuè, che entrò in Palestina, ricorda che i successi degli israeliti in guerra erano merito di Dio e che la fortuna di Israele dipendeva dalla sua fedeltà al Signore, che era geloso del suo popolo, i sacerdoti temevano che il popolo si allontanasse da loro; il libro di Giosuè ha più autori e forse fu completato in periodo monarchico, perché si chiude con la considerazione che esisteva disordine perché mancava una monarchia accentratrice, come l’avevano altri popoli; fu un’aggiunta al testo originale perché i sacerdoti erano contrari alla monarchia, perché tesi a salvaguardare il loro potere assoluto.
Dopo la morte di Giosuè, il libro dei giudici parla dell’avvento al governo, in sequenza, di dodici giudici, che erano ovviamente anche sacerdoti, l’ultimo di quali fu Samuele; per la sommatoria dei loro poteri, erano dei dittatori. I sacerdoti israeliti, come la chiesa, erano contrari alla separazione dei poteri e volevano tutto il potere, volevano conservare la presa sul popolo e temevano l’apostasia, con le loro inevitabili perdite economiche e di potere.
Samuele fu l’ultimo dei giudici sacerdoti e verso il 1050 a.c. fu costretto controvoglia a nominare re Saul, per fronteggiare i filistei, popolazione della Palestina costiera, forse originaria di Creta; A Saul successe come re Davide che, per tenere saldamente in mano il potere di uno stato tradizionalmente teocratico, oltre che re, era profeta e sacerdote. La legge ebraica proibiva il censimento generale della popolazione e ammetteva solo quello dei combattenti, il censimento, poiché aveva anche una valenza fiscale, era considerato un attentato contro Dio perché il popolo apparteneva a Dio; cioè solo i sacerdoti potevano essere beneficiari del gettito fiscale, anche per questo la monarchia e il dominio straniero erano avversati; questa era l’opinione di giudei e galilei anche al tempo di Cristo.
I due libri di Samuele, in realtà sempre d’autori ignoti, furono composti forse al tempo di Giosia, nel 625 a.c., parlano della trasformazione dello stato da confederale a unitario e monarchico, sotto Davide e Salomone, gli avvenimenti narrati vanno dal 1120 al 970 a.c.. I due libri successivi di Re, parlano della secessione di Israele da Giuda, avvenuta dopo la morte di Salomone, il costruttore del tempio, e raccontano la “debellatio” del regno del nord per opera degli assiri (VIII secolo a.c.) e del sud per opera dei babilonesi (VI secolo a.c.).
Nel periodo dei giudici il santuario era a Silo, in Efraim, invece sotto Salomone era a Gerusalemme; l’unità monarchica si fece per tenere unito il paese e per fronteggiare la minaccia esterna, soprattutto filistea; però gli ebrei non sentivano questa unità e Israele al nord si sentiva sfruttato con le tasse da Giuda a sud. Dopo la morte di Salomone, il regno si spaccò, la secessione fu opera delle dieci tribù del nord, che volevano recuperare la loro autonomia contro l’assolutismo centralizzatore e il fiscalismo del re di Gerusalemme.
Nel 722 a.c., per mano assira, cadde Samaria, capitale di Israele, e nel 587 cadde Gerusalemme, capitale della Giudea, per mano dei babilonesi, fattore di unità nazionale erano stati la monarchia e l’unico tempio di Gerusalemme. Il midrash, il commento dei rabbini, trae dai fatti storici narrati il migliore insegnamento religioso, perciò faceva dipendere le disgrazie degli ebrei dai loro peccati e dalla loro infedeltà a Dio e alla sua legge.
Il libro di Esdra afferma che Ciro re di Persia, non solo liberò i giudei deportati dai babilonesi, ma restituì loro anche il tesoro del loro tempio preso da Nabucodonosor. La legge del levirato dava le vedove in spose a un fratello del marito, con lo scopo di conservare la proprietà terriera di ogni famiglia e perché non scomparissero le famiglie e non scomparissero le tribù, i nuovi nati erano figli del coniuge morto in precedenza.
I due libri dei Maccabei parlano dell’urto tra cultura greca e giudaismo e vanno dal 187 a.c al 135 a.c., gli ebrei continuavano a credere che Dio era l’unico motore della storia, la quale non era fatta dall’uomo; però, sotto l’influsso della filosofia greca, conferivano a Dio nuovi attributi e, in parte, credevano all’immortalità dell’anima e al suo giudizio. Questa era una sentenza di appello, perché Dio non retribuiva sempre giustamente gli uomini durante la vita terrena; il regno di Dio, la resurrezione dei morti e il giudizio finale annunciavano un mondo rinnovato e libero dai peccati.
Al tempo dei Maccabei, una famiglia sacerdotale insorse contro i seleucidi siriani e i giudei presero le armi per l’indipendenza, per sottrarsi alla tassazione, per conservare i loro costumi e la loro religione minacciata dai greci; i seleucidi avevano iniziato una persecuzione religiosa degli ebrei sotto Antioco IV Epifane (175-163 a.c.), volevano imporre l’uniformità religiosa e greca al paese e trovarono anche degli ebrei collaborazionisti.
Questi libri dei Maccabei non fanno parte del canone ebraico, l’autore del II libro si richiama agli scritti precedenti di Giasone di Cirene, afferma che, come il vino mischiato all’acqua produce diletto, anche lui si era un po’discostato dall’originale di Giasone (39), una conferma esplicita delle manipolazioni ai sacri testi. La diaspora, prima babilonese, poi soprattutto egiziana, distrusse l’unicità del luogo di culto, che sanciva l’unità dello stato, e fece nascere le sinagoghe, dove si diffondevano preghiere, lettura della legge, commenti alla stessa e s’istruivano i ragazzi, mentre i sacrifici non erano più praticati.
Il libro di Giobbe è divenuto proverbiale, l’uomo ricevette disgrazie in terra senza esserne meritevole, poiché gli ebrei credevano che le malattie e le disgrazie fossero segni della condanna di Dio, anche questo fatto spinse a credere al giudizio ultraterreno d’appello. I salmi sono 150, 70 sono attribuiti a Davide, in realtà Davide era un pastore illetterato, inoltre i suoi salmi hanno differenze di stile; da sempre, i sovrani, come Davide e Lorenzo il Magnifico, avevano i mezzi per appropriarsi delle proprietà letterarie di terzi e per assicurarsi l’immortalità; ciò che è consentito allo stato o ai capi di stato, non è consentito ai sudditi.
Nel libro dei Proverbi si sostiene l’origine divina dell’autorità, la quale perciò aveva la copertura o la garanzia religiosa, era la tesi della chiesa quando essa era riconciliata con il potere; nel libro si afferma che la Sapienza di Dio era presente all’atto della creazione (8,27-30), l’espressione era usata per non nominare invano Dio; con l’ipostatizzazione o personificazione l’evangelista Giovanni affermò che la Sapienza era Cristo.
Comunque, gli ebrei, dopo aver abbandonato l’idolatria, non erano stati immuni da queste degenerazioni politeiste, lo fecero con l’angelo di Dio, lo Spirito di Dio, la sapienza di Dio e la parola di Dio, in generale con gli angeli, che erano originariamente visti come i geni alati assiro-babilonesi, metà uomo e metà bestia, come la sfinge egiziana Autore del libro ecclesiastico è un certo Gesù Siracide o di Sirach, è l’unico libro attribuibile tra i libri biblici, l’opera fu composta in ebraico a Gerusalemme e tradotto in greco ad Alessandria, non è entrata nel canone ebraico.
I profeti o vati o veggenti o araldi o oracolanti o messaggeri erano portavoci della divinità, erano stati tali tutti i patriarchi e non solo i profeti maggiori e minori in senso stretto, i vati esistevano anche presso i greci e le sibille emettevano oracoli; da Samuele, fino a Elia ed Eliseo, i profeti si riunirono in una corporazione. Mosè asseriva di parlare al cospetto di Dio, gli altri per mezzo di sogni, visioni o oracoli, alcuni profeti, come Elia ed Eliseo, erano taumaturghi, altri avevano malattie nervose che li allontanavano dalla realtà; però gli autori sconosciuti dei libri profetici hanno scritto le profezie dopo che i fatti si erano verificati, mettendole in bocca ai profeti.
I profeti sono quattro maggiori e 12 minori, la raccolta fu completata nel III secolo a.c.; per Isaia il messia che doveva riscattare Israele era Emmanuele, i profeti dovevano avere vita irreprensibile e il profetismo era considerato un’istituzione divina; alcuni profeti svolsero il loro apostolato prima dell’esilio, altri durante l’esilio, altri dopo. Geremia ed altri profeti si esprimevano a mezzo di oracoli, l’edizione greca del libro di Geremia non corrisponde a quella masoretica ebraica; i masoreti erano rabbini che, dal II secolo a.c., facevano osservazioni critiche al vecchio testamento, prima orali e dal VI secolo d.c. riportate per iscritto, in coincidenza con la compilazione del Talmud; la masora influenzò anche il testo definitivo del vecchio testamento.
I profeti facevano politica, il profeta Geremia era filobabilonese e contrario al partito filoegiziano, che dominava a Gerusalemme, perciò, quando vinsero i babilonesi, Geremia ne fu innalzato; il profeta Ezechiele apparteneva a una famiglia sacerdotale e fu deportato a Babilonia e non fu trattato male, si espresse a mezzo di parabole, visioni, estasi e oracoli. Il profeta Daniele fu completato nel II secolo a.c. e testimonia l’evoluzione dell’ebraismo rabbinico, infatti, personificò gli angeli, credeva alla resurrezione dei corpi e al giudizio di Dio; affermava che il regno d Dio sarebbe stato esteso a tutte le genti e preannunciava il suo avvento 500 anni dopo la caduta di Gerusalemme, cioè per la vigilia dell’era volgare; ciò dimostra che l’autore scrisse al tempo dei Maccabei, quando si aspettava il riscatto nazionale.
Il profeta Aggeo auspica per Gerusalemme un avvenire imperiale, immaginando che verso di essa si sarebbero dirette le ricchezze del mondo, era un sogno di rivincita con copertura divina; l’autore scrisse dopo l’esilio, era a favore di Zerobabele, presunto discendente di Davide, che doveva restaurare il regno. Il profeta Zaccaria presentò il messia Zerobabele come il ricostruttore del tempio; Zerobabele era sostenuto dai persiani, che però non desideravano la rinascita del regno di Giuda, perciò scomparve misteriosamente dalla storia; a quel tempo, anche i sommi sacerdoti portavano il titolo di Messia.
La maggior parte dei profeti scrisse dopo l’esilio babilonese, tuttavia i libri profetici sono il risultato di aggiunte e manipolazioni di tante mani, il profeta Malachia svolse il suo apostolato durante la ricostruzione del tempio, dopo la cattività babilonese e sotto la riforma religiosa di Esdra e Neemia. Le lamentazioni erano litanie o lamenti o nenie funebri a scopo religioso, in forma di canti o carmi, un genere letterario comune ad assiri, babilonesi, greci e popoli antichi; erano praticate in occasione della caduta di città, probabilmente erano scritte da sacerdoti. Si sostiene che autore delle Lamentazioni fu il profeta Geremia, il quale naturalmente sosteneva che le disgrazie di Israele dipendevano dai peccati del popolo, inoltre affermava la responsabilità individuale, familiare e nazionale.
La lettera di Geremia, scritta agli ebrei che dovevano essere deportati a Babilonia, è deuterocanonica e non inserita nel canone ebraico e protestante, perché scritta in greco, anche se forse esisteva un originale ebraico; fu attribuita a Geremia ma è opera di autore ignoto del 3° secolo a.c. Anche i greci avevano una divinità alla quale era sottoposto tutto l’universo ed era il fato o destino, al quale non sfuggivano nemmeno gli dei. Cristianesimo e islamismo, eredi dell’ebraismo, hanno messo in pratica i sogni imperiali e di rivincita del giudaismo, mascherati dal suo messianismo.
Il sincretismo religioso ebraico si mosse attraverso secoli, gli ebrei avevano adorato il vitello e il serpente, trassero dai gebusei il culto dio Geova, dall’Egitto l’idea del monoteismo, dell’immortalità dell’anima e del suo giudizio, dalla Persia l’idea di giudizio universale; al tempo di Mosè, sul monte Horeb o Sinai, la tribù di Giuda aveva adorato il vitello d’oro e Adonai, Signore in ebraico, nome forse derivato da Aton, il dio unico nato dalla riforma religiosa del faraone Amenophis IV (XIV secolo a.c.).
Con la devoluzione o secessione del nord, le dieci tribù di Israele furono soggette agli assiri, furono deportate e scomparvero, mentre a Samaria furono fatte immigrare, dalle altre regioni dell’impero, nuove genti, le quali adottarono anche la religione di Geova, adorato sul monte Garizim; dopo la cattività babilonese, la Giudea divenne dominio del persiano Ciro, gli ebrei tornarono in Giudea e ricostruirono il tempio. I nazionalisti maccabei erano detti devoti, da essi nacquero i farisei, il messianismo fu poi adottato dai nazionalisti zeloti e promosse delle rivolte.
Una rivolta antiromana si accese nel 66 d.c. e nel 70 portò alla distruzione del tempio, nel 132 il messia Simone Barcocheba promosse un’altra rivolta e fu sostenuto dal grande rabbino Akiba; nel 1648, sotto i turchi, Shabbethai Zebi si proclamò messia e ricevette credito dai rabbini, nel XX secolo, con il sionismo, rinacque il nazionalismo ebraico. Il canone ebraico fu completato con il profeta Malachia, in origine la versione greca dei settanta non conteneva libri deuterocanonici, però nel 397, al concilio di Cartagine, Agostino ingrandì il canone e nel 1546 il concilio di Trento ratificò il canone allargato.
Il canone ebraico di 24 libri corrisponde al canone protestante di 39 libri, al quale i protestanti aggiungono i libri del canone neotestamentario, per la chiesa cattolica i libri canonici sono 46 del vecchio testamento e 27 del nuovo. Per quanto riguarda il Vecchio Testamento, ebrei e protestanti adottarono il canone palestinese, mentre i cattolici, il canone alessandrino. Il rabbino Maimonide (1135-1204 d.c.), all’art. 7 del credo giudaico, affermava che, sia la legge scritta che quella orale, furono affidate da Dio a Mosè.
Si tratta di una leggenda, la tradizione del Talmud si è formata in tutti i secoli e continua ancora oggi. Al tempo di Esdra, cioè dopo la cattività babilonese, si conosceva il Talmud Babilonese e nel II secolo d.c. si cominciò a riportarlo per iscritto, poi si aggiunse il Talmud palestinese o di Gerusalemme; il Talmud contiene commenti alla legge, comandamenti e leggende. I primi cristiani non ne erano attratti, infatti, Gesù rimproverò ai farisei di dare più importanza alla tradizione che alla legge di Mosè (Mt 15, 1-9), però anche la legge scritta era stata preceduta dalla tradizione.
Per gli ebrei, con il regno terreno di Dio, Israele sarebbe stato riscattato e avrebbe dominato il mondo, centinai di aspiranti messia si misero a capo di questo movimento politico religioso, come attesta anche lo storico ebreo romanizzato Giuseppe Flavio; il dodicesimo articolo della confessione di fede di Israele, fissata nel medioevo da Maimonide, affermava che Dio avrebbe inviato il Messia annunciato dai profeti. Alla fine del I secolo d.c., Tacito e Svetonio raccolsero queste voci e affermarono che dalla Giudea sarebbe venuto il dominatore del mondo, anche i magi di Zaratustra lo attendevano.
Con l’era cristiana, i rabbini chiusero il canone ebraico e si dedicarono al commento della scrittura, alcuni di loro affermarono che il messia era l’intero popolo di Israele, Marx affermò che la classe operaia era il messia, nel XX secolo il sionismo nazionalista invocò il ritorno in Palestina; per i socialisti Cristo era il capo degli oppressi, per i nazisti un ariano che lottava contro i giudei. Un famoso messia fu Simone Barcocheba, sconfitto nel 132 da Adriano, fu riconosciuto come Messia dal più celebre dei rabbini, cioè Akiba il Grande, batté moneta della nuova era e riuscì anche a cacciare i romani da Gerusalemme; ebbe più seguito e successo di Gesù, che però è durato più degli altri messia perché per lui si varò un programma di divinizzazione.
La cabala, nata dopo la cattività babilonese, si sviluppò nella Spagna sefardita, sotto l’influenza di Pitagora e Platone; i cabalisti cristiani la utilizzarono per trovare delle spiegazioni ai dogmi cattolici. Cabala in ebraico significa tradizione, è una delle tante tradizioni ebraiche estranee alle scritture, come il Talmud; nacque per reazione al formalismo della religione ebraica, per rilanciare spiritualità e misticismo e per la conoscenza dell’occulto, era cioè una dottrina segreta.
Durante la cattività babilonese, i giudei furono conquistati dai misteri babilonesi e si diedero all’occultismo, perciò presero a interpretare la Torah in maniera occulta e simbolica, soprattutto i suoi numeri, distorcendone il significato letterale, da questa interpretazione nacque la cabala. Sulla scia di Pitagora (588-500 a.c.), che dava ai numeri un significato trascendente, la cabala dà ai numeri un significato nascosto, per essa, i numeri, con le loro vibrazioni, sono legati ai poteri occulti.
La cabala è usata nel gioco del lotto napoletano, per indovinare i numeri che devono uscire, è usata da occultisti ed esoteristi, è un cifrario di dottrine occulte espresse dalla simbologia dei numeri, è un codice che, applicato alle scritture, ci permette di percepirne il significato segreto o esoterico o occulto. Per la cabala, la conoscenza umana è il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, la cabala mira a ricondurre l’uomo all’albero della vita; l’insieme della facoltà umane costituirebbero l’albero della vita, che rappresenta anche l’unione tra maschio e femmina.
La cabala desidera conoscere la verità e sviluppare la consapevolezza spirituale, in occidente, tra i cristiani, divenne punto d’incontro tra magia, orfismo, gnosi ed esoterismo, è un sistema di classificazione e una forma di simbolismo che consente di formulare idee con maggiore precisione, è uno strumento di riflessione. I pilastri, a destra e a sinistra dell’albero della vita, rappresentano le due polarità della realtà, cioè il maschile e il femminile, secondo una dottrina anche cinese; per gli ebrei anche Dio, che rappresentava l’unità della divinità, aveva una parte femminile.
Lungo l’albero sale la consapevolezza umana, l’albero è il sentiero attraverso il quale si giunge all’unione con il creatore, cioè al Brahman indiano. La cabala tenta di recuperare all’uomo i benefici dell’albero della vita, infatti, a causa della trasgressione di Adamo, l’umanità aveva perso la vita eterna ed era divenuta mortale, non ebbe più accesso all’Eden e all’albero della vita e solo con la fatica e con il tempo acquisì la conoscenza e capì la differenza tra bene e male; compito della cabala era recuperare conoscenze divenute segrete per l’uomo. Per Pico della Mirandola, la cabala ebraica era fonte di sapienza e utile per decifrare i misteri del mondo e di Dio, inspiegabili con la sola ragione, Pico credeva al libero arbitrio dell’uomo, affermava che l’uomo era indeterminato nelle sue azioni, che poteva scegliere, era contro l’astrologia che pareva negare questa libertà.
Per gli antichi ebrei, il cuore era la sede del sentimento, dell’intelligenza e del pensiero, l’anima, considerata mortale, era comune agli animali e aveva sede nel sangue, che non poteva essere bevuto. Il soffio vitale che animò Adamo, con la morte si dipartiva dal corpo che si dissolveva, le ombre dei morti abitavano nello Sceol, dove vivevano una vita grigia e senza retribuzione, come nell’Ade e nell’Averno di greci e latini. Gli ebrei antichi non conoscevano il dualismo anima–corpo dei greci, non credevano nell’immortalità dell’anima e nell’inferno, Erodoto (484-428 a.c.) affermava che la credenza nell’immortalità dell’anima era venuta dall’Egitto, però anche i persiani ci avevano creduto.
Per gli antichi e Platone l’anima era sinonimo di vita, per gli animisti e Talete del movimento, Aristotele distinse l’anima vegetativa delle piante, da quella sensitiva degli animali, da quella razionale dell’uomo. Per gli antichi, l’anima animava il corpo, invece lo spirito era legato a luoghi specifici, a principio l’anima era comune a piante, uomini e animali, poi fu riservata solo all’uomo. Per i vatalisti la vita e l’anima erano riservate solo alla materia organica, animismo, vitalismo e risveglio della natura hanno posto le basi nella fede nella metempsicosi, la quale ha preceduto quella sull’immortalità dell’anima.
All’inizio l’anima era ritenuta mortale e senza retribuzione ultraterrena, poi in India, in Egitto, in Persia e in Grecia con le sette orfiche, si prese a credere all’immortalità dell’anima, al paradiso e all’inferno; però Filone non credeva all’immortalità dell’anima, Platone, come gli indiani, credeva che le anime dei cattivi s’incarnavano, mentre quelle dei buoni salivano in cielo, Origene, discepolo del neoplatonico Ammonio Sacca, credeva alla metempsicosi e negava la resurrezione.
Durkheim afferma che per gli antichi la metempsicosi spiegava la nascita dei vivi, perché le anime erano da loro considerate preesistenti e niente si creava da nulla, ai nostri antenati non era sfuggito che nella vita vegetale i semi rinnovavano la vita delle piante. Per gli indiani, liberandosi dalle passioni, s’interrompevano le reincarnazioni e si ritornava nel Brahman o Dio o anima universale, invece Budda affermò che, abolendo il desiderio, si poneva termine alle reincarnazioni e si raggiungeva il Nirvana.
L’induismo annuncia la liberazione dell’anima e il suo ritorno al Brahman, come credevano anche Platone e Origene; il Brahman è lo spirito eterno di Dio, l’induismo sostiene che le anime, non emancipate dalla conoscenza, s’incarnano senza fine; quindi, per Platone, Origene, induismo e buddismo la fine della reincarnazione era riservata solo ai migliori tra gli uomini, perché l’ideale dell’anima è ascendere a Dio. Le prime sepolture dei morti furono fatte per metterli al riparo dalle fiere e non per la fede nell’immortalità dell’anima, le offerte dei generi alimentari ai morti erano come le offerte di fiori di oggi; i primitivi sapevano che i generi alimentari deperivano sulle tombe, non erano idioti da credere che erano consumati dai defunti.
In Grecia, Platone e alcuni ceti colti, fin dal VI secolo a.c., credevano all’immortalità dell’anima e alla retribuzione dopo la morte; per orfismo, Platone e Aristotele, l’anima era il vento e il respiro che animava i corpi, era immortale e buona, invece il corpo umano era cattivo e la teneva prigioniera. Con la metempsicosi, concezione mutuata dal risveglio della natura e dalla funzione dei semi, l’anima si reincarnava in altri corpi.
Per gli antichi ebrei, l’anima era la vita, il sangue e il respiro; con il respiro, Dio animò Adamo insufflandoglielo nelle sue narici; l’anima era anche l’animus dei latini, dal quale venne il nome d’animale o essere animato o essere in movimento; all’inizio però gli ebrei non credevano alla separazione dell’anima dal corpo e all’immortalità dell’anima. Su questo tema, le religioni e le filosofie sono state precedute dalle religioni naturali come l’animismo, che credevano l’universo animato, dalle quali derivò il panteismo, condiviso nei secoli passati da tanti scienziati e filosofi, assieme al deismo, queste due dottrine religiose negavano provvidenza e rivelazione.
L’animismo credeva che l’anima fosse connaturata al movimento, che le cose che si muovevano erano vive o animate, come il vento, il fiume o gli animali; con l’evoluzione culturale dell’uomo, quest’anima vitale fu riservata prima a tutti gli animali e poi solo all’uomo. L’anima fu scissa in anima e spirito, gli spiriti erano legati a luoghi specifici e l’anima all’uomo; la chiesa identificò gli spiriti con i demoni.
La metempsicosi, come idea religiosa, fu anteriore al concetto d’immortalità dell’anima e nacque in India, dove si credeva che il Brahman era una banca delle anime che era in cielo e che le anime immortali, dopo la morte, si reincarnavano anche in corpi animali. Le idee dell’immortalità dell’anima e della resurrezione passarono dalla Persia di Zoroastro (le culture indo-iraniche erano collegate) e dai filosofi greci come Platone, ai rabbini ebrei della diaspora babilonese che, con una riforma religiosa, alla vigilia dell’era volgare, presero le distanze dai sadducei e modificarono le vecchie idee degli ebrei sull’anima, così presero a credere all’immortalità dell’anima, alla retribuzione dopo la morte e alla resurrezione.
Da questo bagaglio ebraico e platonico, lo gnosticismo cristiano egiziano, cioè il cristianesimo prima edizione, trasse la sua idea dell’immortalità dell’anima e dell’anima buona prigioniera del corpo, dal quale voleva essere liberata per tornare a Dio, come l’idea della resurrezione dei corpi. In Giudea, sotto gli Asmonei (II secolo a.c.), divenne abbastanza accettata l’idea della retribuzione dopo la morte, dell’immortalità dell’anima e del giudizio ultraterreno, personale e universale.
In precedenza, per ebrei, greci e romani, nel regno dei morti o Sceol, Ade, Averno o Inferi, vi erano state solo le ombre dei defunti, senza separazione di sorte tra buoni e cattivi. Poi in Persia Zoroastro (VII secolo a.c.) parlò di giudizio individuale delle anime dei morti; i buoni sarebbero stati ammessi alla presenza di Dio, i cattivi sarebbero stati precipitati all’inferno, parlò anche di un giudizio universale e collettivo che avrebbe colpito tutta l’umanità, durante il quale, i corpi resuscitati si sarebbero riuniti alle loro anime.
Queste idee furono raccolte da filosofi greci e dai farisei e furono respinte dai sacerdoti ebrei sadducei; anche gli egiziani avevano creduto all’immortalità dell’anima e alla retribuzione dopo la morte. Sulla scia di Zoroastro, alla vigilia dell’era volgare l’Ade dei greci si era evoluto, perché ospitava tartaro e campi elisi, il primo riservato ai cattivi, il secondo ai buoni, a questo tipo di oltretomba s’ispirarono i cristiani.
Nel II secolo, sulla scia di Filone di Alessandria, il cristianesimo era nato gnostico in Egitto, poi nel III secolo si era trasformato in ariano in Siria, gli ariani credevano Cristo subordinato a Dio ma della stessa sostanza, il termine cristiano fu usato la prima volta ad Antiochia; poi, per la ragion di stato, di fronte alla crisi delle religioni precedenti e soprattutto del mitraismo, nel IV secolo la nuova fede fu adottata dall’impero romano come cristianesimo cattolico. Per Ignazio d’Antiochia e Ireneo di Lione, Cristo era al tempo stesso uomo e dio, per Paolo di Samosata era un uomo adottato da Dio; la dottrina adozionista, prima prevalente, fu condannata dal concilio d’Antiochia del 268 che affermò la natura divina di Cristo.
Il nuovo testamento si compone dei quattro vangeli, degli atti degli apostoli, delle epistole, dell’apocalisse, fu redatto in greco e gli originali non ci sono pervenuti, dal IV secolo d.c. iniziarono le copie scritte su pergamena. Nuovo testamento significa nuovo patto e nuova alleanza tra Dio e l’umanità intera, mentre il vecchio testamento era un patto fatto solo tra Dio e Israele, popolo eletto da Dio.
Così Dio si trasformava da dio nazionale a internazionale, per cattolici, ortodossi e protestanti, i libri canonici del nuovo testamento sono 27; esistono discordanze tra la Volgata latina e l’edizione greca dei settanta. Vangelo significa lieto annunzio e buona novella, i vangeli non sono biografie complete di Cristo o libri storici, esaltando Cristo, seguono lo stile ebraico del Midrash, però, per il popolo, il termine vangelo è divenuto sinonimo di verità lampante.
Apparentemente, Matteo scrisse in Palestina, Marco a Roma, Luca in Siria, Giovanni in Asia Minore, perciò Matteo, esattore dei romani, dovrebbe essere il vangelo più antico, scritto in aramaico; però il testo originale, più ridotto dell’attuale, non è arrivato fino a noi. Probabilmente però il vangelo più antico è il Marco originale e ristretto nato a Roma, perché il cattolicesimo arrivò in Palestina, per volontà dell’impero, solo nel IV secolo; però in Palestina era già conosciuto il cristianesimo gnostico d’Egitto.
Di certo, non si conoscono i veri autori dei vangeli e i discepoli erano anche analfabeti, probabilmente il primo vangelo approvato nacque a Roma, per opera dello gnostico Marcione di Ponto che nel 150 d.c. presentò anche le prime epistole di Paolo, che forse era un suo pseudonimo, infatti, Paolo non è un personaggio storico. Marco era segretario di Pietro, secondo la tradizione, dopo l’esecuzione a Roma di Pietro e Paolo, si rifugiò ad Alessandria d’Egitto, dove fondò la chiesa di Alessandria; nel medioevo le sue ossa furono trafugate dai veneziani e trasportate a Venezia.
Luca fu segretario di Paolo, era un medico gentile e predicò ai gentili, s’ispirò a Marco; i vangeli sono frutto della tradizione cristiana, convalidati, per volontà dell’imperatore Costantino e del vescovo Eusebio, dal concilio di Nicea (325); in precedenza, ogni chiesa importante voleva avere il suo vangelo e alla fine se ne accettarono 4, invece che un testo unificato, per contentare i patriarcati più importanti.
Giovanni ha contenuto metafisico, gnostico, neoplatonico e contiene la filosofia dell’ebreo Filone di Alessandria, la filosofia neoplatonica nacque dalla saldatura tra cultura greca e giudaica; Filone (10 a.c.-50 d.c.), non fu cristiano, fuse giudaismo e platonismo, era per l’interpretazione allegorica della bibbia; credeva a un mediatore tra Dio e il mondo, detto logos, la parola o il verbo o il figlio di Dio, ispirò Giovanni, per il quale il logos era Cristo.
Nel III secolo d.c. ad Alessandria d’Egitto, ove gli ebrei erano di casa, Plotino (205-270), filosofo greco d’Egitto, allievo di Ammonio Sacca e maestro di Porfirio, lanciò in grande stile il neoplatonismo, per lui il verbo era solo un’emanazione di Dio, invece per Giovanni il verbo si fece uomo. Giovanni con Paolo pose le basi della teologia cristiana, secondo i vangeli era stato discepolo di Battista, poi fu discepolo prediletto di Gesù; di questo vangelo ci sono arrivati solo pochi frammenti originali, è opera di tre persone diverse e fu completato da Giovanni il presbitero di Efeso, discepolo dell’evangelista.
Per Giovanni il creatore dell’universo fu l’eone o logos o Cristo, l’insieme degli eoni formava il pleroma; lo gnosticismo voleva fondere la filosofia greca con il messaggio giudaico e cristiano, negava la divinità di Cristo, considerato solo un eone o uno spirito celeste, ma non un uomo, mentre Giovanni affermava questa divinità. Giovanni era pescatore e divenne segretario di Pietro, affermava che Gesù era esistito prima di Maria e prima della creazione, anzi aveva creato l’universo, perché era il Verbo.
Alla morte di Cristo, i cristiani erano in attesa del suo ritorno o parusia, invece non ritornò e al suo posto si consolidò la chiesa gerarchica, eppure Gesù aveva promesso che entro la sua generazione sarebbe stato instaurato il regno di Dio; questo non venne, invece nel 70 d.c. Gerusalemme fu distrutta dalle truppe di Tito; così il cristianesimo riformista dei gentili di Alessandria e Roma si separò dalla tradizione giudaica, ma non fu un vero scisma, perché in Giudea il cristianesimo cattolico attecchì solo nel IV secolo, per volontà dell’impero, il cristianesimo non è nato in Palestina, però nella regione erano conosciuti gli gnostici di Alessandria.
La distruzione di Gerusalemme e del tempio fu un fatto traumatico che provocò centinaia di migliaia di morti, ci furono deportati e profughi, e sconvolse le menti dei sopravvissuti; nei paesi pagani, i cristiani, per lo più pagani convertiti, ingigantirono la figura di Gesù e presero le distanze dalla Legge, favoriti anche dal distacco traumatico dal tempio. Non si sa quante volte Gesù si recò a Gerusalemme, sinottici e Giovanni sono discordati, la legge prescriveva per gli adulti una visita almeno una volta l’anno, durante la Pasqua.
Non si sa per quanti anni Gesù svolse la sua predicazione, non si conosce la data della sua nascita e della sua morte, di sicuro fu galileo e non ebbe antenati a Betlemme, come vogliono far credere gli evangelisti per farlo discendere da Davide. Nel 250 Origene valutava gli ebrei convertiti al cristianesimo in circa 150.000, assieme ai giudei non cristiani, erano presenti nelle grandi città; il cristianesimo affondava le sue radici nell’ebraismo e nel suo messianismo militante e divenne il prodotto del sincretismo giudaico-pagano.
I romani, che accettavano la divinizzazione dei re, non volevano ammettere che Gesù fosse stato Dio prima di nascere e che un Dio potesse essere crocefisso, perché la crocifissione era riservata agli schiavi e ai ribelli. Per l’invito a bere il suo sangue, Gesù avrebbe meritato la lapidazione come bestemmiatore, perché la legge ebraica imponeva l’astensione dal sangue, la avrebbe meritata anche quando minacciò di distruggere il tempio e quando si fece messia, senza essere riconosciuto come tale dai sommi sacerdoti.
Tra i discepoli di Cristo c’erano zeloti nazionalisti, che erano obiettori fiscali, questo fatto gli meritava il mandato di cattura e la morte da parte dei romani; i miracoli prima di Cristo erano stati fatti da Mosè, Elia, Eliseo, dal rabbino Hanina Ben Dosa e dall’asceta pagano Apollonio di Tiana. Per i marxisti, il cristianesimo era un messaggio di liberazione e di salvezza, era la religione dei poveri, degli emarginati e dei ribelli.
Tuttavia Cristo, anche se aveva detto che i ricchi non sarebbero stati ammessi al regno dei cieli, per principio, non era contro proprietà, schiavitù e autorità; furono i primi cristiani a mettere in comune i loro beni, per aiutarsi e per timori di confische; poi alla comunità aderirono anche membri ricchi e influenti, che fecero elargizioni, ma conservarono le loro ricchezze: Tutte le sette o partiti nascono da posizione di emarginazione, poi si arricchiscono e imparano a fare affari, a spese della credulità popolare.
Numerose sono le discordanze tra i vangeli, perciò nel 150 il vangelo apocrifo di Pietro cercò di fonderli, nel 170 Taziano ritentò l’impresa con un testo unificato, il Diatessaron; Marcione (85-160), partendo dai canovacci di Marco e di Matteo, ispirò Luca. A causa di tutti questi vangeli, alla fine del II secolo, il pagano Celso accusava i cristiani di aver rimaneggiato e manipolato diverse volte i vangeli.
Si affermò che Cristo era figlio della vergine Maria, però Matteo asserisce che sue antenate furono Tamar, che si prostituì a Giuda, Raab, una prostituta di Gerico, Rut la moabita, che si prostituì a Boaz, e Betsabea, moglie adultera, amante di Davide; erano solo fantasie dell’autore, dettate dalla necessità di arricchire il romanzo. Non c’è accenno alle fattezze fisiche di Gesù, forse di razza mista, perché la Galilea era abitata da razza mista, cioè fenici, samaritani, greci, ebrei e romani.
La bibbia ha fornito le fattezze di Saul, Davide e Salomone e i rabbini ci hanno trasmesso le fattezze fisiche di Barcocheba o Bar Kokheba, ma la bibbia cristiana non ci fornisce le fattezze fisiche di Gesù; comunque, la cornice storica e geografica, citata dai vangeli, è abbastanza fedele, come prova anche l’archeologia. Sono tanti i falsi storici sul cristianesimo, ne furono toccati anche Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane e Giuseppe Flavio, che nel 93 scrisse le “guerre giudaiche”, facendo un piccolo accenno a Gesù, attestandone missione e ruolo soprannaturale; è un falso interpolato nel testo.
I romani riservavano la crocifissione a ribelli, schiavi e traditori, gli ebrei consideravano maledetti i condannati appesi, perciò per i primi quattro secoli i cristiani, per non compromettere la diffusione della fede, raffiguravano Cristo con altri simboli, come l’albero della nave, l’ancora, il pesce, l’agnello. Nel terzo secolo, quando la figura di Cristo non era stata ancora fissata, il pagano Celso si stupiva che Cristo non fosse stato salvato da suo padre da quel supplizio.
Gli esseni rispettavano la legge e il sabato, allontanavano dalla loro comunità minorati, peccatori, donne, stranieri, così è scritto nel loro manuale di giustizia, però ospitavano zeloti fuggiaschi e ricercati; Cristo accettava zeloti, pubblicati, lavoratori e prostitute, l’essenismo moltiplicò le regole di purificazione dell’ebraismo e invitava a non diffondere la sua dottrina tra gli stranieri. Gli esseni dicevano di essere i figli della luce; Gesù esaltava la povertà, considerata dagli ebrei indice di scarsa benevolenza divina, non aveva pregiudizi razziali o sociali, era vicino alla dottrina del rabbino Hillel che, come lui, predicava l’umiltà e lottava contro il formalismo religioso.
La componente pagana del cristianesimo è costituita dalla trinità, dalla divinità di Cristo, dalla figura di Maria e dal panteon cristiano; il concilio di Nicea e il credo attanasiano imposero il dogma della trinità; Lutero (XVI secolo) trovò conferma della trinità nella parola biblica Elohim (dei), che era un plurale di maestà, memore del precedente politeismo, e nel fatto che Dio, durante la creazione, parlava al plurale, in realtà si rivolgeva agli angeli (Gn 1,26).
Il passo della prima epistola di Giovanni (1 Gv 5,7-8) è un falso aggiunto nel 1400, non si trova nelle bibbie più antiche, afferma che in cielo padre, verbo e spirito sono una sola cosa; il passo non si trova nei manoscritti antichi alessandrino, sinaitico, vaticano e nella volgata. Quando Gesù diceva: ”Io e il padre siamo uno” (Gv 10,30) voleva solo affermare che la loro volontà era unica; però la trinità era conosciuta in India, Persia, Egitto, Roma, Giappone, Grecia, Babilonia, Scandinavia e Cina.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Bibliografia:
“Il metabolismo cristiano” di Nunzio Miccoli,
“La storia censurata” di Nunzio Miccoli,
“I fratelli siamesi – lo stato e la religione” di Nunzio Miccoli.
LO SVILUPPO DEL CRISTIANESIMO - PARTE PRIMA
Gli zoroastriani credevano al salvatore e alla battaglia finale contro il demonio, gli gnostici credevano che il demiurgo avesse creato l’universo, gli zoroastriani che avesse creato solo la metà malvagia dell’universo; poi gli sciiti islamici accettarono la trasmigrazione delle anime, credevano che l’Iman fosse l’incarnazione della divinità, l’ultimo iman sarebbe stato il Mahadi o Messia, che avrebbe instaurato il regno di Dio. In Cina il culto degli dei era funzione dello stato, mentre il culto degli antenati era la religione della famiglia, i cinesi erano dualisti e manicheisti, il loro culto era legato alla natura, Confucio credeva all’autorità e alla predestinazione.
In Grecia, Zeus era un indogermanico Dio del cielo, gli eroi erano santi locali, i greci credevano all’età dell’oro, alla trasmigrazione delle anime, alla loro retribuzione, le ritenevano spiriti decaduti, dimoranti in corpi, in espiazione di antiche colpe; come gli ebrei, credevano che le colpe dei padri ricadessero sui figli. Oggi i riformati ebrei rigettano il talmud, non attendono più il messia, non credono alla resurrezione dei corpi, ma all’immortalità dell’anima; proibizioni e rispetto del sabato non sono più seguiti.
I sunniti davano importanza alla tradizione, i sufi erano monaci, che seguivano le idee di Platone sull’anima caduta prigioniera del corpo e che aspira a tornare a Dio, credevano all’incarnazione di Dio e interpretavano allegoricamente il corano. L’Islam afferma che Cristo, con la parusia, ucciderà l’anticristo e si convertirà all’Islam; i dervisci sono monaci che, con esercizi, raggiungono l’autoipnosi e l’estasi, anche i drusi sostennero l’incarnazione di Dio.
In Grecia, i cinici erano monaci mendicanti, Pitagora sostenne il monachesimo, basato si estasi e rinuncia; il neoplatonismo è una filosofia della salvazione e fornì una base teologica al cristianesimo, suo fondatore fu Ammonio Sacca, maestro di Origene, uno dei padri del cristianesimo. Deus deriva dalla radice indogermanica e dal sanscritto indiano “div”, che significa luminoso e celeste; anche in Egitto il faraone era considerato incarnazione della divinità, anche i babilonesi portavano in processione i loro dei che erano patroni di comunità, quando si realizzò l’unità nazionale e si fece strada il monoteismo, affermarono che i vari dei locali erano i diversi nomi di Marduk, i babilonesi avevano miti e i loro antenati furono divinizzati.
Anche Mitra fornì idee alla teologia cristiana, era identificato con il sole, la luce contrapposta alle tenebre, secondo il dualismo d Zoroastro; in precedenza, aveva fatto parte della triade indo-iranica di Indra, Mitra e Varuna. Come accadde con Cristo, nella mitologia romana, la vestale Rea Silvia diede alla luce Romolo e Remo, per intervento del Dio Marte; a Roma l’imperatore era sommo pontefice ed era divinizzato, anche se solo Caligola prese sul serio la sua divinità. Roma ospitava gli dei degli altri popoli e offriva loro sacrifici; anche il cristianesimo adottò dei locali, facendone dei santi cristiani, mai vissuti in era cristiana.
I sinottici dividono l’attività pubblica di Gesù in due tempi, il primo passato in Galilea a il secondo a Gerusalemme, dove Gesù si recò un’unica volta durante il suo ministero; Giovanni lo fece arrivare prima in Giudea, poi in Galilea, da qui gli fece compire tre viaggi a Gerusalemme, fino alla morte. Sono le contraddizioni delle scritture, per Giovanni, Gesù fu giustiziato la sera del venerdì di Pasqua e il suo processo durò poche ore.
Per i sinottici fu giustiziato il sabato mattina; pare però che Giovanni riporti meglio le usanze degli ebrei, che, in giorni di festa, non esponevano i condannati. Il cristianesimo, arrivato tra i pagani, ne ricevette impulsi, a cominciare dalla fede nella divinità di Cristo il salvatore, nella trinità e nell’adozione del simbolo della croce, diffuso a Babilonia; nel III secolo, furono i pagani convertiti al cristianesimo che apportarono queste credenze.
Portarono anche il culto delle immagini, il culto dei santi, il culto di Maria e tanti miti; i simboli del potere papale, tiaria, mitra e pastorale, erano di origine egiziana e babilonese, l’aureola dei santi era conosciuta da babilonesi, egizi, greci e romani. Il 25 dicembre l’impero romano festeggiava la nascita di Saturo o Mitra o il Sole; per sfruttare una ricorrenza seguita dal popolo e favorire la soppressione delle vecchie religioni, la chiesa spostò la nascita di Cristo a quella data.
Questa politica è stata seguita anche in America Latina, dove, com’era già accaduto in Europa, dei degli indios furono metabolizzati dal cristianesimo. Il culto di Mitra, identificato con il sole, e importato dalla Cilicia, aveva il battesimo e l’eucaristia, il mitraismo era forte ai confini dell’impero e il cristianesimo lo era nelle grandi città; il mitraismo divenne religione ufficiale dell’impero nel III secolo e scomparve nel V.
L’escatologia dei persiani fu adottata da farisei e cristiani, però gli ebrei non rinunciarono ad attendere il riscatto nazionale con un Messa discendente da Davide. I magi erano astrologi della religione di Zaratustra e praticavano la magia, i persiani avevano una religione quasi monoteista; a Babilonia era arrivato il buddismo, al quale s’ispirò il persiano Mani (215-275 d.C.) per fondare la sua religione sincretica. I riti babilonesi ed egiziani ispirarono ebrei e cristiani, i sacerdoti di Gerusalemme usavano incenso, tiara, mitra e pastorale, come egiziani, babilonesi e come oggi il papa; prima dei cristiani, l’aureola dei santi era usata da babilonesi, egizi, greci e romani, la croce era precristiana.
Gli esseni erano monaci inclini alla contemplazione e costituivano una società segreta d’iniziati, credevano all’immortalità dell’anima, praticavano povertà, castità, culto intimo e vita in comune, avevano però un ordine terziario di persone sposate; nel 110 a.c. fondarono una loro comunità a Qumran, nel 1947 sono stati trovati loro rotoli, i più antichi risalgono al III secolo a.c. Gli esseni furono distrutti nel 68 dai romani; nel deserto del Mar Morto dove abitavano, Cristo digiunò 40 giorni.
Gli esseni praticavano il battesimo per immersione, espellevano i contestatori, avevano un regolamento, erano osservanti della legge e avevano un rituale, accoglievano i fuoriusciti, anche zeloti, portavano una veste di lana bianca. Aspettavano un messia sacerdotale della tribù di Levi, mentre i farisei, un messia regale della linea di Davide, per alcuni, il primo era Elia risorto e doveva precedere il secondo.
Il messia sacerdotale era detto maestro di bontà e giustizia, il giusto sofferente invece era un loro dirigente perseguitato dai sacerdoti sadducei che non li vedevano bene. Gli esseni educavano i ragazzi, erano contro la schiavitù e accusavano i sacerdoti di aver tradito Mosè; in realtà, Mosè era contro la castità, non credeva all’anima immortale, all’inferno e alla resurrezione dei corpi, cose alle quali gli esseni credevano.
Il battesimo per immersione, praticato dagli esseni, era una cerimonia d’iniziazione o passaggio e di purificazione dai peccati, cioè dalle malattie che erano viste dagli ebrei come delle conseguenze; era una tecnica di guarigione e di salvaguardia dalle malattie che oggi si chiamerebbe idroterapia. Al tempo di Cristo gli esorcisti erano medici o terapeuti che scacciavano gli spiriti maligni dalle persone malate, spesso epilettiche.
In era cristiana, la setta gnostica degli ofiti, tributaria in parte degli antichi ebrei, adorava un serpente e Satana, asseriva che il mondo era stato creato dal demiurgo e adorava il serpente, che aveva dato la conoscenza ad Adamo; per essi la legge d Mosè era cattiva ed era opera del Demiurgo, creatore dell’universo, diverso dal Dio buono dei cristiani. Il contatto tra cultura ebraica e cultura greca favorì la nascita nel cristianesimo, con la tradizione, tutti i popoli erano abituati a ingigantire i fatti; la guerra di Troia avvenne nel XII secolo a.c., in età micenea, Omero ne scrisse nell’VIII secolo a.c., però era stato preceduto dai canti degli aedi e dalle narrazioni dei rapsodi; anche in Francia, dopo le guerre di Carlo Magno, si formò il ciclo epico carolingio.
Per il Talmud, Cristo era rabbino e figlio illegittimo di Maria; il concilio di Cartagine del 397 stabilì con decreto il canone greco. Il cristianesimo, prima di essere istituzionalizzato, si presentò come forza eversiva, di liberazione e di salvezza, faceva adepti tra schiavi ed emarginati, i cristiani costituirono una società segreta malvista dallo stato; tra loro, si chiamavano fratelli e compagni. Tacito (55-120), storico imperiale, definì atei i cristiani, perché rifiutavano gli dei dello stato e il culto dell’imperatore, il passo è un falso, allora non esistevano cristiani a Roma, ma giudei.
Il trionfo del cristianesimo peggiorò la condizione dei giudei e Costantino (325) proibì la conversione al giudaismo, poi i cristiani si trasformarono da perseguitati in persecutori. Il culto di Maria s’ispirò anche al culto di Iside e di Giunone o Hera, la moglie di Giove, che aveva molti luoghi di culto, particolarmente a Roma; il cristianesimo nacque anche come religione misterica, perché riguardante la morte e la resurrezione.
Dei dodici apostoli, quattro erano zeloti, cioè Simone, Giuda, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, portavano i nomi dei fratelli dello zelota Giovanni di Gamala che ispirò le gesta terrene di Gesù; altri discepoli erano pescatori e pubblicani. Le provocazioni di Pilato iniziarono fin dal suo insediamento, infatti, arrivò a Gerusalemme con le insegne raffiguranti Cesare, violando il primo comandamento, nel 36 d.c. i giudei ne ottennero la destituzione.
Gesù non predicava la ribellione aperta, aveva detto di porgere l’altra guancia, di pagare le imposte, di servire autorità e padroni, alcuni del suo cerchio però erano nazionalisti e violenti. Pietro brandì la spada quando Cristo fu arrestato, gli zeloti erano tenuti d’occhio dalle autorità perché erano il partito d’azione e il partito nazionalista armato, però Pilato ed Erode Antipa consideravano Gesù inoffensivo.
I vangeli sono favorevoli ai romani, con cui i cristiani vicini ai gentili cercarono la conciliazione, però il movimento nazionalista giudeo era forte anche nella diaspora; dai maccabei, agli zeloti si è arrivati al sionismo risalente a Teodoro Herzl (1860-1904) che ha favorito la rinascita d’Israele. Gli atti degli apostoli, attribuiti a Luca, discepolo di Paolo e medico ad Antiochia, nacquero forse a Roma, trattano lo sviluppo della chiesa tra i gentili.
Ci sono arrivati in tre testi discordi, quello orientale, quello occidentale rimaneggiato e ampliato e un testo intermedio. I fatti narrati arrivano fino al 63 d.c., cioè fino alla prigionia a Roma di Paolo; il libro si divide in due parti, la prima ha come interprete Pietro e riguarda lo sviluppo della chiesa in Giudea e Samaria, la seconda riguarda lo sviluppo della chiesa in Siria, Asia Minore, Grecia, Italia e Roma, dove Luca seguì Paolo fino al suo imprigionamento.
Pietro è il protagonista dei primi dodici capitoli, Paolo dei rimanenti sedici, l’autore traccia uno schizzo della chiesa primitiva, con la sua gerarchia e il suo culto; capi delle comunità erano i presbiteri o preti, al cui vertice erano gli episcopi o vescovi, in qualità d’ispettori, sovrintendenti e amministratori, i diaconi erano assistenti dei presbiteri. Col tempo, gli episcopi, disponendo della cassa, assunsero la direzione dell’organizzazione.
Le epistole sono ventuno, di esse 14 sono attribuite a Paolo, erano circolari nate per comporre dissidi, togliere dubbie e dare consigli; queste lettere sono opera di anonimi missionari e alcune sono anteriori ai vangeli. Paolo era un fariseo della diaspora con cittadinanza romana, nato nei primi anni dell’era volgare a Tarso, nelle Cilicia, in Asia Minore; non conobbe personalmente Cristo e con il nome di Saul e su incarico del sommo sacerdote di Gerusalemme, fu persecutore dei cristiani.
Come missionario, dal 45 al 63 fece quattro viaggi a Roma, fu imprigionato e nel 67 fu messo a morte da Nerone, assieme a Pietro. Si tratta di una leggenda raccolta dalla tradizione, né Paolo, né Pietro arrivarono mai a Roma, però nel 150 ci arrivò il cristiano gnostico Marcione, con il primo vangelo e le prime epistole di Paolo. La lettera ai romani sostiene la redenzione gratuita di gentili ed ebrei, per mezzo della sola fede; la tesi sembra negare il libero arbitro e la vanità delle opere per la salvezza.
In realtà Paolo si riferiva alle opere della legge, cioè alla normativa mosaica, cioè contrapponeva la fede alle opere della legge, considerava importanti le opere buone ma superata la legge mosaica; il fraintendimento di Agostino e Lutero nacque da ciò, era chiara l’ostilità dei paolini, aperti ai gentili, verso la legge dei giudei. La chiesa di Roma, fatta di gentili e di ebrei di umile ceto, secondo la tradizione era stata fondata da Pietro e Paolo, però né negli atti, né nelle pistole si fa cenno dell’apostolato di Pietro a Roma, il quale invece fu vescovo di Antiochia.
I giudei si erano già trasferiti a Roma prima dell’era volgare e ne affluirono molti altri dopo il 70, come deportati o esuli; secondo la tradizione, nel 42 d.c. Pietro si recò a Roma prima di Paolo e vi fondò la chiesa; bandito nel 49 dalla città da Claudio, assieme ad altri giudei, vi ritornò e vi morì martire nel 67, insieme a Paolo. Rimane difficile credere che Pietro, sei anni dopo la morte di Cristo, avvenuta nel 36 d.c., con la rettifica della data suggerita dal monaco Dionigi, già si recasse a Roma per la propagazione del cristianesimo, quando i cristiani di Palestina, secondo altre fonti cristiane, aspettavano la parusia.
La prima lettera ai corinzi sostiene la validità della verginità della donna e del matrimonio, denuncia che la chiesa di Corinto, fondata nel 52 da Paolo, si stava dividendo in partiti, tra i cristiani c’erano giudei e soprattutto gentili; i cristiani dovevano battersi anche con la dottrina dei farisei, Paolo invitò i fedeli alla sottomissione ai propri capi religiosi. Nella seconda lettera ai corinzi, Paolo attacca il partito dei giudaizzanti, contrari ai gentili e fedeli alla legge, Paolo era contro il rispetto del sabato e della circoncisione, pareva sostenere la gratuità della grazia e la predestinazione, senza distinzione di razza.
Con i farisei aveva in comune la fede nella resurrezione, ma non era trinitario e non sosteneva la divinità di Cristo, imposta dalla chiesa cattolica solo nel IV secolo, al concilio di Nicea; la seconda lettera ai corinzi ha anche contenuti apocalittici, perché annuncia la battaglia finale e promette il regno dei cieli, in corpi spirituali e incorruttibili. Nella lettera ai galati, Paolo si scaglia contro il partito dei giudaizzanti, che chiedevano l’applicazione della legge mosaica e della circoncisione anche per i gentili convertiti.
In questa lettera, Paolo afferma di aver ricevuto il suo vangelo da Gesù Cristo (11-14) e condanna quelli che volevano passare ad altro vangelo; a quei tempi, diverse correnti cristiane si facevano forti di diversi vangeli, che erano brevi rotoli contenenti i detti, le opere e la vita di Gesù; però gli attuali vangeli sono frutto di elaborazioni successive. Nacquero con dei congressi o concili, che dovevano servire a conciliare le diverse posizioni dei vescovi cittadini, in omaggio ai patriarcati dominanti, la chiesa impose i quattro vangeli definitivi e la vita di Cristo fu amplificata a fini apologetici.
Grazie al lievito della tradizione, il midrash o commento rabbinico, iniziato tra gli ebrei nel 2° secolo a.c., entrò in auge anche tra cristiani. Paolo affermò di aver ricevuto da Dio l’autorità di predicare ai gentili, mentre Pietro predicava ai giudei e non arrivò a Roma; secondo le scritture, Pietro e Giacomo, fratello di Gesù, erano con il partito dei giudaizzanti e Paolo non riconobbe l’autorità dottrinaria di Pietro e dei giudaizzanti.
La lettera agli efesini, pure attribuita a Paolo, denuncia una differenza di stile e di contenuto, cioè un autore diverso, in essa la chiesa non appare più solo come una comunità locale, ma anche come la chiesa universale che avrebbe unito gentili e giudei, cioè sembra sia stata scritta molto più tardi. L’autore sostiene l’obbedienza filiale, quella della moglie al marito e la schiavitù (1-9); la chiesa era pronta a riciclarsi e a rendere grandi servigi al potere. La lettera ai filippesi contiene la giustificazione per mezzo della fede.
Nella lettera ai colossesi, Paolo afferma che Cristo è superiore agli angeli o eoni e che creò l’universo; come Giovanni e diversamente da altre sue lettere precedenti, sostiene la sua divinità, afferma che la chiesa è il regno di Dio ed esclude la parusia. Afferma che il battesimo è la resurrezione del credente, con esso ci si libera anche della schiavitù della legge mosaica; anche questa lettera, scritta in epoca più tarda, attesta l’evoluzione del cristianesimo; l’autore ribadisce che la moglie deve essere sottoposta al marito e lo schiavo al padrone.
La prima lettera ai tessalonicesi invita ad astenersi dalla fornicazione e proclama la fede nella resurrezione, degli uomini e di Cristo, ricorda che Cristo sarebbe tornato ma non se ne conosceva il giorno; nella lettera ai colossesi aveva però escluso la parusia. Nella seconda lettera ai tessalonicesi Paolo condanna quelli che vivano in ozio attendendo la parusia; l’astensione dal lavoro era un danno economico per la società e attirava sui cristiani l’accusa di essere dei sovversivi e dei parassiti.
Nella lettera a Timoteo, Paolo lancia accuse contro gli innovatori della chiesa e contro le eresie; mentre Cristo aveva affermato che i ricchi non sarebbero entrati nel regno dei cieli, Paolo li invita a fare beneficenza per avere questa certezza. La lettera a Tito è una lettera pastorale diretta al vescovo di Creta, Tito, ex gentile incirconciso del partito di Paolo, che lo seguì a Gerusalemme, al tempo del primo concilio apostolico (49-50 d.c.); però allora esistevano solo apostoli emissari e missionari dei sommi sacerdoti; l’autore afferma che i servi devono essere sottoposti ai padroni e i cristiani all’autorità, attacca i giudei che non condividevano la genealogia di Cristo presentata dai cristiani.
Nella lettera a Filemone, Paolo gli rimanda un suo schiavo sfuggitogli e fattosi cristiano, con preghiera di perdonarlo, per la legge, lo schiavo avrebbe meritato la crocifissione; sembra che Paolo, invece di garantire un rifugio allo schiavo, tenesse più all’amicizia di Filemone che a quella di uno schiavo; in fondo, il ricco poteva anche aiutare economicamente la chiesa e fare adepti tra la sua cerchia.
Da ricordare che la chiesa trionfante, leale con il potere e i ricchi, non si pronunciò mai esplicitamente per l’abolizione della schiavitù, però ci furono voci isolati di missionari e sacerdoti contro la schiavitù. La lettera agli ebrei fu scritta a Roma ed era indirizzata agli ebrei di Gerusalemme, vi sostiene la validità del matrimonio, contrappone il sacrificio di Cristo e quelli dei leviti; afferma che Cristo era supremo sacerdote dell’ordine di Melchisedech e che la giustificazione si aveva, non con le opere della legge, ma con la fede in Cristo, che era superiore a Mosè e agli angeli.
Il richiamo al matrimonio serviva a contrastare quelli che, nei primi secoli, in attesa della parusia, rinunciavano anche a sposarsi. Secondo le scritture cristiane (Atti degli Apostoli), negli anni 62-63 ci fu una grave persecuzione di cristiani a Gerusalemme, che fece perire Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme e fratello di Gesù. Sono tutti falsi astorici, in realtà allora a Gerusalemme c’erano solo zeloti, esseni, rabbini e sadducei e mancavano i cristiani, che non erano ancora nati.
Paolo sostiene la predestinazione e la salvezza mediante la fede nella lettera ai romani e nella lettera i galati, mentre ribadisce l’importanza delle opere nella seconda lettera ai corinzi; sostiene la fede nella resurrezione dei corpi nella prima lettera ai corinzi, nella prima lettera ai tessalonicesi e nella seconda lettera a Timoteo, però nella lettera ai colossesi sostiene che il battesimo è la resurrezione; sostiene la divinità di Cristo solo nella lettera ai colossesi e nella lettera agli ebrei.
Si vedono cioè mani di diversi autori, per le diversità di stile e di contenuto; tratti comuni delle lettere di Paolo, sono l’avversione ai giudaizzanti e alla legge di Mosè, la difesa della gerarchia e del suo vangelo, queste lettere sono indirizzate a chiese locali. Invece le lettere cattoliche sono sette e sono indirizzate alla chiesa universale, una di Giacomo di Zebedeo, due di Pietro, tre di Giovanni di Zebedeo e una di Giuda; queste lettere videro la luce dopo le lettere paoline, quando la chiesa si era consolidata.
La lettera di Giacomo di Zebedeo appartiene al genere dei libri sapienziali, afferma che la fede senza le opere è sterile, attacca i ricchi e loda i poveri, afferma che le opere da difendere non sono quelle della legge, cioè le norme mosaiche, ma le opere buone cristiane. Secondo Giuseppe Flavio, falsificatore della storia e falsificato a sua volta, Giacomo fu fatto uccidere nel 62 dal sommo sacerdote Anania, invece suo fratello Giovanni di Zebedeo fu ucciso nel 42 da Erode Antipa.
La visione della chiesa universale superava gli ambiti delle chiese particolari, ciò potette avvenire solo decenni dopo la morte di Cristo, quando si spense la fede nella parusia; l’invito a confessare i peccati gli uni agli altri (16) attesta che all’inizio esisteva una confessione reciproca e collettiva dei peccati, poi la confessione fu devoluta ai sacerdoti, con l’assoluzione e la garanzia, non sempre, della segretezza.
La prima lettera di Pietro, indirizzata a gentili d’Asia Minore, ha carattere pastorale, attacca eretici e difende le buone opere; secondo la tradizione, nel 36 Pietro, sfuggito a Erode Antipa, fondò la chiesa di Antiochia, che governò per 7 anni, nel 42 si trasferì a Roma sotto Claudio, dove fu fatto martire nel 67. Difficile credere che Pietro abbia fondato la chiesa di Antiochia, appena dopo la morte di Cristo e che sia stato anche a Roma. L’autore afferma che la donna deve essere sottomessa al marito e i giovani agli anziani, che erano scrigno di esperienza; come sono cambiati i tempi, però sull’esperienza degli anziani, oggi purtroppo tollerati, si potrebbe convenire.
La seconda lettera di Pietro denuncia una differenza di stile dalla prima, fu inserita nel canone solo nel V secolo, afferma che la parusia o ritorno d Cristo avrebbe dato origine a una nuova creazione, ma non era prossima; inoltre afferma che il giorno del giudizio sarebbe venuto all’improvviso. Nella prima lettera di Giovanni, l’Apostolo o il suo discepolo, Giovanni il presbitero di Efeso, attestano la fede nella parusia, in polemica con quelli che sostenevano che Cristo non sarebbe più tornato e che non si poteva cambiare la natura umana. L’autore condanna anche la libera interpretazione della scrittura; anche la gerarchia cattolica accusò di superbia gli spiriti liberi.
Nella seconda lettera di Giovanni s’invita a osservare i comandamenti di Dio (3), pare un’anomalia o una contraddizione, perché i comandamenti erano contenuti anche nella legge di Mosè invocata dai giudei; però i cristiani avevano solo combattuto l’eccessivo formalismo dei farisei, che ostacolava le conversioni tra i gentili, con il loro rispetto del sabato, delle impurità, della circoncisione e con l’avversione ai matrimoni misti.
Distrutto il tempio (70 d.c.) e vinta la concorrenza della sinagoga, si rivalutarono le norme più condivisibili della legge di Mosè, come i dieci comandamenti; dall’autore Cristo è visto come figlio di Dio, in senso letterale. Da rammentare che gli autori veri di tutte queste lettere, che erano dei missionari, non si conoscono, per dare loro rilievo, furono attribuite ai discepoli; dalla redazione della prima all’ultima lettera, passarono dei secoli.
Nella seconda lettera di Giovanni si attaccano quelli che negano la realtà corporea di Cristo, cioè i docetisti che negavano l’incarnazione e la morte di Cristo, sostenendo che Dio lo aveva rivestito di corpo umano solo apparente, perciò questo solo apparentemente avrebbe sofferto la passione e la morte corporea. La terza lettera di Giovanni attesta l’esistenza a Efeso di due partiti cristiani, quello di Giovanni il presbitero e di Gaio e quello di Diotrefo, che ambiva al titolo di vescovo; questi partiti si facevano forti di un vangelo particolare o di un’interpretazione o di una testimonianza particolare, il tutto utilizzato per la lotta per il potere all’interno della chiesa.
Nella lettera di Giuda torna, in tema di salvezza, la dottrina protestante della giustificazione mediante la fede, l’autore sostiene la predestinazione e nega il libero arbitrio, cioè la capacità di autodeterminarsi dell’uomo; riconosce il condizionamento genetico, culturale, familiare e di partito sull’uomo. E’una tesi molto seria, solo gli uomini superiori hanno libero arbitrio, gli altri sono militanti di partito e vittime di condizionamenti.
La predestinazione, quando impone il corso degli eventi, è legata al concetto di destino e fa risorgere il fato de pagani, per i musulmani Dio ha stabilito da sempre il destino di ogni uomo, il che porta alla rassegnazione; questa dottrina attribuisce la salvezza solo alle anime elette per grazia devoluta da Dio, escludendo ogni rapporto con le opere buone e negando la libertà di scelta all’uomo.
La dottrina della predestinazione fu sostenuta da Paolo, Giovanni, Agostino, Giansenio, Lutero e Calvino; però in alcune lettere, Paolo pare si riferisse soprattutto alle opere o norme della legge e non alle norme di buona condotta, anche se sotto il nome di Paolo hanno scritto persone diverse e con idee contraddittorie. L’invito all’unità della chiesa rivolto da Paolo, rafforzava gerarchia e centralismo, contro le correnti di potere che si facevano forti di contrasti ideologici e dialettici e di vangeli diversi da quello che utilizzava Paolo.
Apocalisse in greco significa rivelazione, in relazione ai tempi escatologici, l’escatologia riguarda l’estremo destino dell’uomo ed è tipica delle religioni della salvezza come l’ebraismo, il cristianesimo, l’islamismo e il buddismo; invece le altre religioni sono legate soprattutto alla mitologia delle origini, la quale però è presente anche in ebraismo, cristianesimo e islamismo, le quali hanno due età dell’oro, una all’inizio e una alla fine dei tempi.
Gli uomini avevano ricercato la salvezza dall’indigenza, prima in terra, con le rivoluzioni, ma poi, visti gli insuccessi causati dalle repressioni romane, la salvezza annunciata dai soter o salvatori, assunse un significato traslato; perciò si fondò sulla credenza che l’anima sopravvivesse alla morte corporale, questa idea era sconosciuta agli antichi ebrei. Ne discendeva il conseguente giudizio delle anime, uno individuale, subito dopo la morte, e uno collettivo con il giudizio universale, di cui alla letteratura apocalittica; l’escatologia cristiana prevede alla fine del mondo la resurrezione della carne, per cui i morti si ricomporrebbero in anima e corpo, vivendo poi di vita eterna.
Alcuni vedono nel discorso escatologico di Gesù, sulla distruzione del Tempio di Gerusalemme, la rovina del giudaismo e l’avvento, dopo il giudizio universale, del regno di Dio; altri vi vedono l’affermazione della chiesa nel mondo che prese il posto del regno di Dio. Nella bibbia i libri apocalittici sono quelli profetici, particolarmente i libri di Daniele e di Enoch, l’apocalisse di Giovanni e le apocalissi apocrife di Pietro e di Paolo; questi libri annunciano il passaggio a un’altra era, con il rinnovamento dell’umanità; la letteratura apocalittica era conosciuta anche da babilonesi e persiani.
L’apocalisse di Giovanni contiene sette lettere dirette alle chiese d’Asia, travagliate dalle persecuzioni e dalle eresie, gli autori sono diversi e scrissero in greco, è attribuita a Giovanni evangelista e al suo discepolo Giovanni il presbitero, vescovo di Efeso. In questo libro Cristo, l’agnello risorto, è presentato come sovrano del regno di Dio e sacerdote della nuova alleanza; il testo ricorda alcune persecuzioni dei cristiani, come quella del 64 ad opera di Nerone e quella del 95 ad opera di Domiziano; è un altro falso, le persecuzioni colpirono solo giudei non cristiani.
Il libro è ricco di simboli e va interpretato allegoricamente, afferma che la chiesa è la signora celeste che lotta contro la bestia persecutrice, cioè Roma, chiamata anche Babilonia, anticristo e meretrice. Mentre l’evangelista Giovanni, nel quarto vangelo, attacca i giudei e giustifica i romani, l’apocalisse di Giovanni, che dovrebbe essere la stessa persona, attacca soprattutto i romani, persecutori dei cristiani eredi di Cristo.
Questa constatazione attesta che gli autori erano diversi e che scrivevano in epoche diverse; per evitare persecuzioni, Roma non è nominata esplicitamente, però il libro annuncia la sconfitta della bestia e di satana, il giudizio finale e l’instaurazione dei nuovi cieli e della nuova terra, cioè l’avvento della Gerusalemme celeste. Il libro annuncia la vittoria definitiva del cristianesimo sul paganesimo, la mietitura simboleggia la fine del vecchio ordine e l’instaurazione del regno di Dio.
Dopo il giudizio, Cristo avrebbe regnato e il diavolo sarebbe stato incatenato per mille anni, poi sarebbe stato sciolto e si sarebbe scagliato contro la chiesa, ma sarebbe stato sconfitto definitivamente e precipitato nel fuoco eterno; il millenarismo medievale s’ispirò all’apocalisse di Giovanni. Con la resurrezione dei morti, questi sarebbero stati giudicati per le loro azioni, assieme ai vivi, ai buoni sarebbe andata la Gerusalemme celeste, ai cattivi il fuoco eterno; l’autore sostiene l’importanza delle opere buone per la salvezza.
La redazione definitiva del libro avvenne nel III secolo, per mani diverse, ci sono differenze di stile all’interno e di contenuto con il quarto vangelo, il quale condanna i giudei, mentre nell’apocalisse i nemici sono i romani; all’epoca i giudaizzanti non esistevano più e non facevano più concorrenza all’interno della chiesa, mentre Roma si ergeva minacciosa contro i cristiani, che erano gnostici, ariani e cattolici, Costantino non era ancora nato.
L’apocalisse di Giovanni fu ammessa nel canone in tempi diversi nelle varie chiese, quella greca lo ammise nel VI secolo, i siri e i nestoriani ancora oggi la rigettano; i testimoni di Geova hanno preso a base questo libro per calcolare la fine del mondo, una volta attesa dopo la morte di Cristo, poi per l’anno mille; i testimoni di Geova l’avevano prevista per il XX secolo. L’autore fa dire a Gesù di essere della stirpe di Davide, in realtà Cristo non lo affermò, né disse mai di essere di natura divina, indipendentemente da quello che affermano le scritture; il libro si chiude con una maledizione su chi avesse tolto o aggiunto qualche cosa al testo, la maledizione serve a imprimere autenticità al lavoro, però non ha risparmiato manipolazioni anche a questo libro.
Il termine vangelo o buona novella era riservato al culto dell’imperatore ed era usato quando si portava a conoscenza la vittoria o l’avvento di un nuovo salvatore nella persona dell’imperatore; l’imperatore aveva anche attributi religiosi, come il messia, il califfo e il sultano, ed era detto pontefice massimo, cioè era a capo del servizio religioso. Nel III secolo ogni comunità cristiana aveva un proprio vangelo, però nel IV secolo al concilio di Nicea (325) fu fissato il canone neotestamentario, che condannò gli ariani e affermò il dogma della trinità e l’identità sostanziale tra Dio e Gesù; in tal modo Maria diveniva madre di Dio e di Gesù, contemporaneamente, seguendo l’evangelista Giovanni, si affermava che Gesù era esistito prima della madre e dell’universo.
Il silenzio dei vangeli canonici sulla fanciullezza di Gesù è stato colmato in parte dagli apocrifi, ricchi di miracoli e tributari della tradizione come i canonici; gli apocrifi scagionano di ogni responsabilità, per la morte di Cristo, Pilato e i romani. Poiché non esistevano documenti di Pilato sul processo a Cristo, gli apocrifi inventarono un ciclo di Pilato; per affermare la verginità di Maria e la sua mancanza di peccato, s’inventò anche un ciclo di Maria.
Gli apocrifi hanno influenzato artisti e poeti cristiani, Dante s’ispirò al vangelo di Nicodemo e alle apocalissi di Pietro e Paolo, la chiesa prese dagli apocrifi la loro concezione dell’inferno, la discesa di Gesù all’inferno è citata solo dal vangelo di Nicodemo. Il protovangelo di Giacomo, fratello di Gesù e vescovo d Gerusalemme, cosiddetto perché precede il vangelo, narra che Maria fu educata nel tempio, rimase incinta e partorì vergine; Giuseppe pensò a un adulterio e pensò a ripudiarla, ma fu fermato da un angelo, la pena della legge per l’adulterio era la lapidazione.
Il vangelo dello pseudo Matteo afferma che anche la madre di Maria partorì vergine e che Maria, educata nel tempio, rimase incinta e una levatrice accertò la sua verginità; nel medioevo esisteva un costume, per cui le fanciulle, votate alla continenza, erano sposate ad anziani, erano le virgines subintroductae, poteva essere il caso anche di Giuseppe, promesso sposo. Il vangelo dello pseudo Tommaso fa apparire Gesù come un bambino capriccioso e vendicativo, il vangelo dell’infanzia arabo-siriaco, narra la vita di Gesù fino a 12 anni e afferma che la sua nascita era stata annunciata da Zaratustra.
Il vangelo dell’infanzia armeno afferma che Maria fu fecondata da un orecchio e partorì dall’altro; questo vangelo è di origine nestoriana; Nestorio, nel 428 patriarca di Costantinopoli, sosteneva la duplice natura umana e divina in Cristo e rifiutava l’appellativo di madre di Dio a Maria, nel 431 fu condannato al concilio di Efeso. Il libro della natività di Maria racconta della sua educazione al tempio e del suo matrimonio con Giuseppe; il libro la Storia di Giuseppe falegname, ricorda che questo aveva avuto da un precedete matrimonio quattro maschi e due femmine. Secondo questo libro, Maria partorì Gesù a 15 anni e Giuseppe morì a 111 anni, Maria era più giovane di alcuni figli di Giuseppe.
Il libro sull’Assunzione in cielo dì Maria, eternamente vergine e senza peccato originale, narra la sua assunzione in cielo. Il vangelo di Giuda copto, scoperto in Egitto nel 1978, afferma che Giuda tradì Cristo perché questo, per adempiere le scritture, gli aveva ordinato di farlo. I vangeli giudeocristiani, citati da Ireneo, Eusebio, Epifanio, Niceforo, Teodoreto, Gerolamo, Origene, Filippo e Cirillo si rifanno al Matteo originale, scritto in aramaico e seguito nel IV secolo dai giudaizzanti palestinesi.
Questi vangeli sono il vangelo degli ebioniti, quello dei nazareni e quello degli ebrei; gli ebioniti o poveri erano umili e dediti alla vita monastica, erano contro i ricchi e vedevano in Gesù il messia ma non Dio. I nazareni praticavano il voto di castità, erano vegetariani, portavano i capelli lunghi e non bevevano vino; Gesù e Battista erano nazareni, il vangelo degli ebrei nacque nella diaspora egiziana e contiene influssi gnostici.
Tra i vangeli del ciclo di Pilato, il vangelo di Pietro è ostile agli ebrei e favorevole a Pilato, che è riabilitato; però, altra contraddizione, secondo gli Atti degli Apostoli, Pietro apparteneva al partito giudaizzante di Palestina. Il vangelo di Nicodemo o atti di Pilato contiene una relazione inviata da Pilato a Roma sul processo a Gesù, questo vangelo accenna alla simpatia della moglie di Pilato, Procura, per Gesù, la donna fu fatta poi santa dalla chiesa ortodossa.
Nel vangelo di Nicodemo, si narra che, nel processo a carico di Gesù, i sommi sacerdoti Anna e Caifa sostennero che Gesù era nato da adulterio e che Pilato voleva assolvere Gesù; vi si narra anche che Gesù discese all’inferno, ispirando con ciò uno dei credi della cristianità. Il libro afferma che, dopo la scomparsa del cadavere di Gesù, gli ebrei affermavano che era stato trafugato dai discepoli, che perciò Gesù non era risorto.
Per quanto riguarda le responsabilità sulla morte di Cristo, la pena di morte per gli ebrei era la lapidazione, per i romani la crocifissione, i romani avevano proibito agli ebrei di emettere sentenze di morte, perciò Cristo fu condannato da Pilato e crocefisso dai romani. I capi d’imputazione a carico di Cristo, anche se le leggi erano ingiuste, riguardavano delitti che meritavano la morte, sia per lo stato romano che per la religione ebraica.
Nel libro Paradosis di Pilato, per la morte di Gesù, Tiberio ordinò lo sterminio degli ebrei e la decapitazione di Pilato; nel libro La morte di Pilato si riconosce la responsabilità di Pilato e Tiberio, curato da una malattia grazie ad un’immagine di Cristo, condannò a morte Pilato che si suicidò. In realtà nel 36 d.c. Pilato, a causa delle sue repressioni e perché malvisto come governatore dai giudei, come capro espiatorio, fu mandato in esilio a Vienna, dove morì; dai cristiani fu fatto beato.
Nella Lettera di Tiberio a Pilato, l’imperatore ordinò la morte di Pilato e lo sterminio degli ebrei, questi autori ritennero logico da parte dell’imperatore rivolgere tanta attenzione alla morte di Cristo, ma non fu così nella realtà storica, infatti, Pilato e storici contemporanei, come Giosefo, ignorarono Cristo. Nel libro La vendetta del salvatore, si afferma che la distruzione di Gerusalemme avvenne per la morte di Cristo, che Pilato finì in carcere e l’imperatore ebbe un’immagine di Cristo da adorare.
Durante il II secolo, ad Alessandria i cristiani distinguevano la fede sentimentale (pistis) da quella razionale (gnosi), gli gnostici neoplatonici ritenevano che il cosmo era popolato da una gerarchia di esseri spirituali emanati da Dio, gli eoni, come gli angeli e Gesù; sempre meno perfetti man mano che si allontanavano da Dio, fino all’anima umana, che era l’ultimo eone, divenuta prigioniera del corpo.
La gnosi era il riconoscimento di questa realtà e l’aspirazione alla perfezione divina, gli gnostici cristiani affermavano che Gesù era stato inviato da Dio per far partecipare gli uomini alla gnosi e salvarli, a questa filosofia s’ispirò anche Giovanni evangelista. Nel II secolo, presso la setta gnostica dei cainiti, per la salvezza dell’umanità, era ritenuto indispensabile il tradimento di Giuda; i cainiti ritenevano che creatore dell’universo era un essere malvagio, il demiurgo, e adoravano Caino che gli si era opposto. Gli gnostici negavano la resurrezione della carne e sostenevano la resurrezione dello spirito, affermavano che l’universo era stato creato dal demiurgo, sostenevano un ideale di conoscenza, credevano alle classi sociali, dal II secolo, videro in Cristo un eone celeste.
Nel 1945 è stata scoperta in Egitto una biblioteca copta contenente tre vangeli gnostici, il vangelo di Tommaso, il vangelo di Filippo e il vangelo di Verità, nel 1978 vi è stato rinvenuto il vangelo gnostico di Giuda, che sostiene che il tradimento di Giuda fu chiesto da Cristo, per poter adempiere la sua missione. Il vangelo di Tommaso afferma che Gesù fu creato da Dio, che era superiore agli altri eoni ma inferiore al padre.
Questo vangelo è contro la circoncisione, afferma che il regno di Dio era già tra i cristiani, che le donne, per entrare nel regno di Dio, dovevano divenire maschi, questo vangelo è antitrinitario. Il vangelo di Filippo ebbe forse per autore Valentiniano, che fondò ad Alessandria una setta; questo sosteneva che, con il battesimo, in Gesù s’incarnò Cristo; i valentiniani, per purificare, praticavano il battesimo per immersione, mentre per loro il fuoco della consacrazione portava alla gnosi, cioè alla luce.
Per il vangelo di Filippo, Dio è la luce che ha creato tutte le cose, compresi gli eoni, cioè gli angeli; Filippo è contro i sacrifici animali, per esso il corpo di Gesù è il logos, mentre il suo sangue è lo spirito santo; sostiene che, dopo la resurrezione, le anime non avrebbero avuto più un corpo corrotto, ma sarebbero state rivestite di sostanza spirituale come il logos. Altri passi affermano che Cristo era l’Adamo celeste, mentre l’uomo terrestre era opera del demiurgo, perciò era prigioniero del peccato; che lo spirito santo o Sofia o madre di Gesù, era anche madre degli angeli, però l’essere perfetto era maschile; che i sacramenti erano misteri e che Cristo era il logos incarnato con il battesimo, che Dio diede ad Adamo l’anima e Sofia gli diede lo spirito.
Valentiniano affermava che il crisma, cioè l’olio che serviva ad amministrare i sacramenti, era superiore al battesimo; per mezzo di esso si raggiungeva il pleroma, cioè l’insieme di eoni che stavano tra Dio e la materia, affermava che Cristo, con la resurrezione, era tornato nel grembo della madre o spirito santo. L’eone più lontano da Dio, il Dio degli ebrei, era un figlio di Sofia nato senza consorte, questo creò il mondo visibile; con il pentimento di Sofia, Cristo fu inviato per il riscatto dell’umanità e per formare la coppia Soter il salvatore e Sofia lo spirito santo, perciò i cristiani erano figli della coppia Soter-Sofia; Filippo fa dello spirito santo la madre e la moglie di Gesù.
Ad Atene gli arconti erano alti magistrati, nella religione di Mitra, gli arconti erano le divinità che facevano muovere le sfere celesti, Marcione e Paolo, probabilmente la stessa persona, nella lettera ai Corinzi affermano che la crocifissione di Cristo fu voluta dagli eoni detti arconti (2,8). Il vangelo di Filippo afferma che Gesù combatté le potenze del male, cioè gli arconti, angeli decaduti o demoni; l’autore accenna anche a un legame affettivo tra Cristo e Maddalena, anche Epifanio attesta questa tradizione.
Il vangelo della verità, usato anch’esso dalla setta dei valentiniani, era conosciuto da Ireneo e Tertulliano e sembra un commento al vangelo di Filippo, l’autore parla della caduta delle anime nella materia del corpo; afferma che Dio è la luce che irradia il pleroma fatto di eoni, che Cristo è ipostasi e sostanza divina che ha riscattato il mondo e spinge alla gnosi, è l’Adamo celeste o soter.
Secondo l’autore, l’anima, caduta prigioniera del corpo, aspira a tornare alla sua sede originaria o pleroma; Sofia, come Soter o Cristo, emana da Dio e rappresenta la volontà, la potenza e la grazia illuminante di Dio. Sofia e Soter sono ipostasi divina, cioè della stessa sostanza di Dio; l’autore afferma che gli uomini buoni accolgono la gnosi, mentre gli iliaci sono uomini in preda alla materia, Cristo aiutava a ritrovare la strada smarrita.
L’autore sostiene che è più importante la conoscenza che il misticismo e afferma che Dio non si é manifestato a nessuno, quindi nemmeno a Mosè, così toglie un altro privilegio agli ebrei. Nell’ambito dello gnosticismo, i vangeli dualistici opponevano il bene al male; sulla loro scia, Mani (215-275) affermava che la materia aveva particelle di luce che dovevano essere liberate, invitava a rispettare gli esseri viventi, a liberare gli schiavi e a non fare violenza; secondo Mani il Dio del bene inviava periodicamente degli emissari che lo aiutavano a combattere il male.
Mani, eretico o riformatore dello zoroastrismo, fondatore del manicheismo, come sintesi di buddismo, zoroastrismo e cristianesimo gnostico, opponeva il principio della luce a quello delle tenebre; affermava che l’uomo poteva redimersi solo con la gnosi e l’ascetismo, si considerava l’ultimo degli eoni inviati da Dio. Prima di lui, furono dualisti gli esseni, Simon Mago, Dositeo, Cerinto, Marcione e Apelle.
Il vangelo apocrifo di Giovanni, del tardo medioevo, è ispirato alla dottrina manichea, di derivazione dualista, la quale afferma che il male non può essere attribuito a Dio ma a Satana; per gli gnostici dualisti il mondo era stato creato dal Dio del male o demiurgo. Come i docetisti, l’autore del vangelo apocrifo di Giovanni afferma Cristo aveva solo un’apparenza corporea, cioè non avrebbe partecipato alla natura umana corrotta.
A questo vangelo si richiamarono catari, albigesi, bogomili e patarini, i bogomili bulgari furono distrutti dalla chiesa ortodossa, i catari o albigesi dal re di Francia e da Innocenzo III, che creò l’inquisizione e fece una crociata contro di loro; questo vangelo di Giovanni è una rivelazione di misteri religiosi che Gesù fece a Giovanni durante l’ultima cena. Il vangelo apocrifo di Giovanni nega ogni partecipazione di Gesù alla natura umana, afferma che Maria era un angelo, che, per preservarne la verginità, fu fecondata da un orecchio e partorì dall’altro, secondo una credenza del IV secolo.
L’autore sostiene che l’uomo è creazione del diavolo e che le anime sono angeli decaduti che continuano la loro opera di corruzione dentro i corpi, perciò i catari invitavano a eliminare la procreazione e praticavano una vita casta e ascetica. In questo vangelo, Satana è identificato con Geova dell’antico testamento, l’autore prevede la sconfitta finale di Satana con il giudizio universale e la salvezza dei giusti; però, per i veri manichei, il conflitto dialettico tra male e bene era eterno e insolubile. Le sette che s’ispiravano a questo vangelo lottavano contro la corruzione della chiesa e per il riscatto degli uomini.
Il giudizio universale era anche visto come una forma di riscatto sociale, agli eletti sarebbe andato il regno di Dio, ai peccatori, a Satana e alle sue schiere, l’inferno di fuoco, i giusti sarebbero stati collocati tra gli angeli in corpi incorruttibili e il regno di Dio non avrebbe avuto più fine. L’autore di questo vangelo di Giovanni afferma che Dio mandava periodicamente agli uomini dei profeti con le rivelazioni, afferma che Battista era emissario di Satana; da ricordare che i catari erano stati in lotta con i battisti o battezzatori, s’inimicarono la chiesa cattolica e non volevano procreare.
Però anche il vecchio testamento condannò Onan che non voleva procreare, il controllo delle nascite ostacolava le spinte espansionistiche di Israele e dei regni cristiani, i morti in guerra si dovevano rimpiazzare; Onan era un mito e una mentalità combattuta dal potere, che poteva sfruttare le ricchezze del mondo solo con una popolazione crescente, la terra e il capitale monetario sono infruttiferi senza gli uomini e la guerra non si può fare.
Per la tradizione, Alessandria era stata la sede di Marco, Antiochia la sede di Pietro, Costantinopoli la sede di Andrea, fratello di Pietro, in realtà Andrea era morto a Patrasso in Grecia. Il concetto di successione apostolica fu inventato e imposto da Tertulliano e Ireneo, poi la chiesa di Roma considerò il potere di Pietro, che non arrivò mai a Roma, trasmissibile ai successivi papi eletti.
La nomina dei vescovi era competenza dei concili provinciali ed era approvata dal metropolita, il concilio di Nicea (325), a solo titolo onorifico e in omaggio a Cristo, aggiunse alle tre sedi di Roma, Alessandria e Antiochia, quella di Gerusalemme o Aelia Capitolina; allora città decaduta e in rovina, che dipendeva amministrativamente da Cesarea; in realtà, nessun cristianesimo, perché ebioniti o nazareni erano esseni, aveva mai visto la luce in Palestina prima di allora, però vi era conosciuto lo gnosticismo egiziano; fu la riforma religiosa dell’impero che volle agganciare il cristianesimo cattolico alla Palestina, terra di Gesù.
Nel concilio di Nicea, per fissare una teologia e un canone, Costantino ed Eusebio furono costretti ad affrontare il problema delle eresie, perciò condannarono l’arianesimo, poi Costantino diede valore normativo alle risoluzioni del concilio. A causa del declino di Roma, il primato politico passò a Costantinopoli e quello religioso di Roma fu contestato da Costantinopoli; nel 378, al concilio di Sardica, l’imperatore Graziano, che risiedeva a Costantinopoli, fece il papa vicario imperiale per l’occidente. Papa o pope in greco significava papà o padre, era un titolo usato dai vescovi orientali e dal V secolo si diffuse anche in occidente, dove poi fu poi riservato solo al papa.
L’arianesimo nacque ad Antiochia, Ario era un prete d’Antiochia formatosi ad Alessandria, credeva ai mediatori tra Dio e gli uomini, al loro vertice era il logos o figlio di Dio, di natura divina, secondo la concezione di Filone d’Alessandria. Per i gli gnostici cristiani d’Alessandria, Cristo era un essere celeste o soprannaturale, ma non un terrestre, gli ariani lo fecero uomo terrestre e semidivino, subordinandolo al padre, i cattolici lo fecero divino, pari al padre e della sua stessa sostanza; queste speculazioni furono possibili perché, in fondo, per teologi ebrei e cristiani gnostici, anche gli uomini e Adamo erano semidivini, perché fatti a immagine di Dio.
La visione ariana del logos portava a subordinare il figlio al padre, all’arianesimo si oppose Atanasio d’Alessandria; la dottrina ariana fu giudicata eretica al concilio di Nicea del 325, che affermò la consustanzialità o stessa sostanza di padre e figlio, affermando che Cristo era vero uomo e vero Dio; però non tutti i vescovi accettarono la teoria del verbo incarnato fattosi uomo, Gregorio di Nissa parlò di due nature in Cristo, per Apollinare di Laodicea, Cristo era uomo solo in apparenza, perciò fu condannato al concilio ecumenico di Costantinopoli del 381.
Per la scuola d’Antiochia, la tesi di Apollinare era inaccettabile, perché negava l’umanità di Cristo, questa scuola affermava che Cristo riuniva le due nature in una sola ipostasi indissolubile; il vescovo Nestorio però separò nettamente le due nature, dando vita al duofisismo. Nel 325, al concilio di Nicea, si stabilì che i metropoliti d’Alessandria d’Egitto, per l’Africa settentrionale, di Antiochia di Siria, per il Medio Oriente, e di Roma, per l’occidente, avevano autorità ecclesiastica sulle loro province, ai metropoliti erano sottoposti i vescovi; allora le tre città erano le maggiori metropoli dell’impero romano, le tre sedi erano paritetiche e tra loro non esisteva gerarchia, era una triarchia.
Nel 381, per chiudere la questione ariana, fu convocato dall’imperatore Teodosio I il concilio di Costantinopoli, però i vescovi occidentali non vi parteciparono, questo concilio aggiunse Costantinopoli, nuova capitale dell’impero romano, alle tre sedi metropolite sedi di patriarcati. Nel 451, al concilio di Calcedonia, Gerusalemme fu fatta patriarcato e così ora i patriarcati erano cinque, cioè Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.
Purtroppo, dopo questo concilio, il patriarcato d’Alessandria passò al monofisismo dei copti, i cristiani persiani divennero nestoriani, e quelli di Armenia monofisiti; questi scismi seguivano le lacerazioni dell’impero, Persia e Armenia rivendicavano l’autonomia. Il concilio ecumenico di Calcedonia impose la fede in una sola persona, con due nature indissolubili, mentre i monofisiti ritenevano che le due nature fossero fuse nella natura divina di Cristo; invece gli ariani credevano alla divinità di Cristo, ma lo ritenevano subordinato al padre e consideravano la chiesa subordinata al sovrano.
Al concilio di Calcedonia si scontrò la teologia d’Alessandria con quella d’Antiochia e si affermò che in Cristo figlio vi erano due nature indivise o unite in ipostasi nell’unità della persona. Nel VII secolo ne nacque perciò il conflitto monotelita, i monoteliti ammettevano in Cristo una sola volontà, quella divina, nelle due nature; nel terzo concilio ecumenico di Costantinopoli del 680 si affermò che la natura umana seguiva liberamente quella divina.
Papa Leone I (440-461) fu il primo papa a scontrarsi con Costantinopoli, per affermare il primato spirituale di Roma e per affrancarsi dalla tutela dell’imperatore, comunque, è da notare che i primi sette concili si svolsero nelle vicinanze di Costantinopoli e non di Roma e furono convocati dall’imperatore, con scarse partecipazioni di vescovi occidentali. Nel 531 l’imperatore Giustiniano (482-565) chiamò per primo “patriarchi” i vescovi delle cinque sedi, egli voleva riunificare l’impero diviso dai barbari, ma il papa era intenzionato a governare a Roma in autonomia dall’impero e così trattava con i barbari e disfaceva l’impero.
La chiesa latina si oppose a quella greca e al suo basileus, cioè l’imperatore d’oriente, il papa non voleva farsi comandare dall’imperatore e approfittava delle discordie dell’impero e dell’arrivo dei barbari in Italia per rivendicare maggiore autonomia e per affrancarsi da Bisanzio; però, fino al V secolo, le scuole teologiche erano solo quelle d’Alessandria e Antiochia, poi venne quella di Costantinopoli e poi quella di Roma, i primi contrasti con l’impero avvennero con papa Leone I Magno.
Al concilio di Calcedonia del 451, i vescovi diedero soddisfazione alle pretese di Leone I, però, contemporaneamente, affermarono che la capitale dell’impero, cioè Costantinopoli, non poteva essere inferiore a Roma, ribadendo quanto già espresso nel concilio di Costantinopoli del 381, però Leone I rifiutò questa risoluzione. Al tempo di papa Simplicio (468-483), con la fine dell’impero romano, l’Italia era governata dal barbaro ariano Odoacre e l’imperatore d’oriente Zenone disapprovò la decisione del senato e del papa di Roma di riconoscere Odoacre re d’Italia; il papa preferiva stare con un barbaro ariano, invece che con l’imperatore cattolico di Bisanzio.
Allora Roma era considerata da Bisanzio capoluogo di provincia in forte decadenza, comunque, anche in questa cornice, per prendere le distanze da Bisanzio, papa Gelasio (492-496) affermò che il potere spirituale era superiore a quello temporale. Sotto papa Felice III (483-492) la ratifica all’elezione del nuovo papa era fatta da Odoacre invece che dall’imperatore d’oriente, fino ad allora, il potere del papa era stato sempre subordinato a quello temporale.
Pr cacciare Odoacre, l’imperatore Zenone chiamò in Italia l’ostrogoto Teodorico, pure ariano, che divenne re d’Italia nel 493; però Teodorico non era uno strumento cieco di Bisanzio, infatti, impose come papa Simmaco (498-514), malvisto da Bisanzio e quando l’imperatore Giustino (518-527) emanò un editto contro gli ariani, Teodorico giurò di vendicarsi sui cattolici. Papa Agapito I (535-536), per contenere il potere dei goti in Italia, si fece filo greco, sotto il suo pontificato, Giustiniano voleva riunificare l’impero e contava sull’appoggio del papa, che faceva sempre politica.
Giustiniano, nel perseguire il suo disegno politico, cercò di ingraziarsi i monofisiti d’Egitto e Siria che non volevano riconoscere i dogmi di Calcedonia (451) e perciò crearono due confessioni, la giacobita in Siria e la melchita in Egitto, anche i cristiani d’Armenia erano anticalcedoniani, mentre quelli di Persia erano nestoriani. L’imperatore, per ottenere i favori dei monofisiti, nel 545, sostenuto dal teologo Teodoreto (393-458) (come esistono economisti e storici di corte o di partito, esistono teologi di corte o di partito), dichiarò eretiche le tesi nestoriane sulle due nature di Cristo.
Papa Vigilio (537-555) si oppose a questo provvedimento di Giustiniano e scomunicò imperatore e vescovi orientali; nel 553 Giustiniano indisse un concilio a Costantinopoli, ma Vigilio, per timore, non volle parteciparvi. Vigilio rifiutò le decisioni del concilio ecumenico e fu arrestato; fu rilasciato dopo aver giurato che l’elezione del papa doveva essere confermata da Bisanzio e non da un re ostrogoto. Prima dello scisma d’oriente, il primato di Roma era conteso dagli altri patriarcati, da Cartagine e dai patriarcati di Milano, Aquileia e Ravenna, che cercavano di sottrarsi all’autorità di Roma; queste città promossero degli scismi fin dal V secolo.
Sotto papa Giovanni III (561-574), i longobardi occuparono l’Italia e la diocesi di Aquileia pensò di trovare nei longobardi ariani i suoi naturali alleati contro il papa e perciò favorì il loro ingresso in Italia. Gli sviluppi della chiesa e dell’impero e i loro reciprochi rapporti erano contrassegnati sempre dalla lotta per il potere; come Costantino e Teodosio I, anche Giustiniano legiferò in campo ecclesiastico e il papa non tollerava più la cosa.
Il terzo concilio di Costantinopoli del 680, fu chiamato ecumenico perché vi partecipavano i cinque patriarchi della pentarchia. L’imperatore Leone III (717-741) si scontrò con papa Gregorio II (715-731) sulla questione iconoclasta; i teologi ortodossi erano contro il primato del papa in campo teologico e giurisdizionale, invece l’imperatore, interessato a tenere unito l’impero, ne contestava soprattutto l’autonomia politica.
Il papato riconobbe i cinque patriarcati solo con papa Adriano II (867-872), precisamente al quarto concilio di Costantinopoli dell’869, fino allora, accanto a Roma, aveva riconosciuto solo Antiochia e Alessandria, però subordinate a Roma; inoltre, papa Giovanni VIII (872-882) si considerava vicario di Cristo e non dell’imperatore, com’era stato nel IV secolo, perciò era in rotta di collisione con Bisanzio.
Il quarto concilio i Costantinopoli (869) proibì la presenza di principi o imperatori ai concili e affermò che il patriarca di Costantinopoli veniva dopo quello di Roma, poi venivano Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Comunque, sono state tante le falsificazioni dei documenti da parte della chiesa, infatti, gli originali del quarto concilio di Costantinopoli furono fatti sparire e i documenti furono modificati, perché il papa voleva governare autonomamente l’occidente.
Dopo lo scisma del 1054, Costantinopoli non riconobbe più nessun tipo di primato a Roma, né politico, né spirituale, né giurisdizionale, e rivendicò il suo primato sulle chiese ortodosse; la chiesa bizantina proclamò il principio di collegialità, come federazione di chiese locali, il che, con il tempo, avrebbe favorito l’avvento della chiesa di Mosca. Il primato di Roma da alcuni era inteso come onorifico, non politico, giurisdizionale o dogmatico, del resto, fino allora, nelle questioni dottrinali, il contributo di Roma era stato veramente irrilevante.
La chiesa romana, per sostenere il primato di Pietro, interpretò liberamente gli evangelisti (Mt 15,18; Lc 22,31; Gv 21,15), falsificò il sesto canone del concilio di Nicea (325), interpolando le parole: “La chiesa romana ha sempre avuto il primato”. In realtà, Paolo non si era detto inferiore a Pietro, (2 Cor 11,5; 12,11), nella lettera ai Galati affermò di essere stato chiamato da Gesù e non da Pietro (Gal 1,1), inoltre considerava Pietro inferiore a Giacomo, fratello di Cristo, (Gal 2,9).
I padri della chiesa Crisostomo, Cipriano, Basilio, Isidoro e Ambrogio consideravano gli apostoli uguali, perciò la chiesa, per affermare il primato di Pietro e dei papi suoi eredi, falsificò anche il libro “sulla penitenza” di Ambrogio. I vangeli sono nati fondendo le profezie riguardanti il Messia con la vita terrena di Gesù (presa da quella di Giovanni di Gamala) (Luigi Cascioli), perché Cristo non è un personaggio storico.
Al tempo di Gesù si credeva che tutti i passi misteriosi dei profeti e dei salmi alludessero al messia. Il Battista era nazareno come Cristo, conduceva nel deserto la vita di uno Ioghi dell’India, battezzando nuovi adepti; fu Malachia a dire che il messia sarebbe nato a Betlemme, Isaia invece affermò che sarebbe nato da una vergine, intendendo però nato da una donna sposata illibata.
Gesù è una volgarizzazione di Giosuè, se fosse esistito, forse sarebbe stato di razza mista perché nato in Galilea, morì il 14 di Nisan o 27 marzo, il venerdì pomeriggio secondo Giovanni, o sabato mattina (15 di Nisan) secondo i sinottici; forse nacque nel 6 a.c. e morì nel 36 d.c., Pilato fu procuratore della Giudea dal 26 al 36; nel VI secolo d.c. il monaco Dionigi il Piccolo lo fece nascere, per errore, sei anni più tardi. Fino al IV secolo, la natività di Cristo era festeggiata in primavera, poi questa fu fissata al 25/12, per sopprimere il culto a Saturno e a Mitra; era stato l’ultimo giorno della festa dei saturnali, cadente nel solstizio invernale.
La leggenda della nascita di Gesù fu copiata da quella di Abramo, Mosè, Alessandro Magno e Perseo, si disse che la sua nascita fu segnata da una cometa, perché nell’antichità si credeva che il passaggio delle comete segnasse grandi avvenimenti o l’avvento di grandi uomini; infatti, si afferma che nel 44 a.c., alla morte di Cesare, si verificò un evento del genere, anche Virgilio narra che una stella vagante apparve sul capo di Julio appena nato.
La natura divina di Gesù fu mutuata dalle comuni concezioni dei pagani, che volevano re e imperatori di natura divina, tenuto anche conto che Messia era il titolo del re d’Israele; pretesero onori divini Alessandro, Cesare, Nerone, Domiziano, Caligola; al tempo di Augusto (63 a.c.-14 d..), un oracolo sibellino annunciò che un re, messaggero di Dio, sarebbe nato da una vergine in oriente, probabilmente la sibilla aveva raccolto le voci dei giudei.
Nel 178 il pagano Celso affermò che Maria era stata ripudiata da Giuseppe per adulterio e che aveva messo alla luce il figlio di un soldato romano di nome Pantera. I romani credevano alla divinizzazione dei re, gli indù all’incarnazione periodica di Dio, però i romani non poteva accettare che un Dio fosse crocefisso. La strage degli innocenti, ordinata da Erode il Grande, fu ispirata da un fatto storico, racconta Svetonio (100 d.c.) che un oracolo aveva detto che sarebbe nato un uomo che avrebbe abolito le libertà a Roma; allora il senato ordinò di massacrare tutti i bambini che nascevano entro l’anno, poi però revocò l’ordine perché alcuni senatori avevano la moglie incinta.
La Galilea era terra di ribellione, però i romani contribuivano alla manutenzione del tempio e Augusto vi offrì sacrifici, perché la religione per i romani era fattore di coesione sociale; il procuratore romano di Cesarea nominava e revocava l’alto clero del tempio. I seguaci di Cristo erano nazareni non osservanti, infatti, non pare che disdegnassero il vino; il termine nazareno non deriva da Nazareth, allora borgo quasi inesistente di poche case.
I nazareni erano osservanti della legge, ma contrari ai sacrifici, anche Battista era nazareno e di stirpe sacerdotale, suoi discepoli furono Gesù, Simon Pietro e suo fratello Andrea. I nazareni costituirono l’originaria comunità cristiana di Gerusalemme, attaccati da Paolo; i discepoli del Battista, poiché non riconobbe il primato di Cristo, non lo riconobbero Messia e non si sciolsero, furono scomunicati dalla chiesa, oggi i loro discendenti sono i mandei dell’Irak.
Il passo dei vangeli che riconosce, da parte del Battista, il primato di Cristo è un falso, i nazareni erano ortodossi della legge e contrari alla tradizione orale del talmud; i giudaizzanti ebioniti e nazareni furono i veri eredi della setta di Gesù o di Giovanni di Gamala, ma poi furono perseguitati dalla chiesa che si era aperta al mondo pagano. A Gesù era stato chiesto con quale autorità insegnava, perché non era uscito da nessuna scuola, né apparteneva a una setta riconosciuta e non era nemmeno rabbino.
Oggi però anche la chiesa istituzionalizzata ha preteso il monopolio di investire i sacerdoti e di proclamare i santi e rifiuta il sacerdozio femminile. La legge ordinava la lapidazione per i falsi profeti, per i bestemmiatori e per chi si allontanava dalla legge, questa norma poteva essere applicata anche a Gesù, il quale però fu condannato e ucciso dai romani. Il messaggio cristiano fu raccolto da emarginati, infatti, gli ebioniti erano poveri e avevano una carica rivoluzionaria, erano attigui a zeloti nazionalisti ed esseni che li ospitavano.
Cristo era ribelle verso il sinedrio, faceva manifestazioni non autorizzate e non obbediva agli ordini di sgombrare; suoi reati furono lesa maestà, oltraggio, vilipendio, esercizio abusivo della medicina, eresia; in compenso, non si pronunciò contro la proprietà e contro la schiavitù, ai ricchi tolse solo il regno dei cieli. Cristo non conosceva la cultura greca, ma solo la tradizione rabbinica, ricorreva alle parabole per difendersi dalle spie, teneva contatti con i farisei suoi simpatizzanti, all’insaputa degli apostoli.
Era a capo di un movimento e di una società segreta conosciuta però dalla polizia; il suo movimento però non aveva spessore politico, perciò Pilato ed Erode Antipa non lo giudicavano pericoloso; diversamente da tanti vantati messia, non alimentò nessuna rivolta popolare. I miracoli di Cristo sono frutto della tradizione, forse era esorcista e terapeuta, scacciava demoni dai corpi dei malati, lo facevano anche esseni, terapeuti d’Egitto e alcuni farisei; molti indemoniati erano epilettici, i greci chiamavano l’epilessia morbo sacro e la attribuivano a un Dio o a un demonio.
Anche per Apollonio di Tiana (1 secolo d.c.), per provare che era un Dio, s’inventò un ciclo di miracoli, che erano già stati fatti da Elia ed Eliseo; miracoli furono anche il passaggio del Mar Rosso e la manna caduta nel deserto, la quale però è prodotta dalla pianta “tamarix mannifera” del Sinai, che ha un gusto simile al miele. I romani erano ostili al messianismo militante degli ebrei, inoltre i cristiani non bruciavano incenso alla statua dell’imperatore, mentre questo aveva offerto sacrifici al tempio di Gerusalemme.
Per prudenza e perché Gesù era troppo debole politicamente, il sinedrio scaricò Gesù, però nel 132 i maggiorenti del paese sostennero il messia Simone Barcocheba, che fu proclamato martire e glorificato; c’è da dire che Gesù aveva dei simpatizzanti nel sinedrio, come Nicomede e Giuseppe d’Arimatea, però varie volte attaccò il sinedrio come istituzione. Al tempo di Gesù, la famiglia di Davide era estinta da tempo, però, per sicurezza, dopo il 70 Tito, per porre fine all’aspettativa messianica, ordinò che tutti discendenti di Davide fossero uccisi, la storia non dice quanti ne trovò.
Daniele affermò che il messia sarebbe venuto dalle nubi (7,13-14) Isaia che avrebbe sofferto (52,13-15; 53), quello di Daniele era un messia glorioso, quello di Isaia un uomo reale, cioè Zerobabele, che doveva restaurare il regno di Davide, al ritorno dall’esilio babilonese; perciò gli ebrei, al tempo di Cristo, credevano a un messia celeste e a un messia terreno, erano immersi nell’imminenza delle ultime cose.
Pilato aveva sempre trovato un ostacolo nella legge ebraica, condannò Gesù perché la vita umana aveva poco valore per lui e per evitare tumulti, Cristo non era nemmeno cittadino romano come Paolo; i giudei ricambiarono l’antipatia di Pilato e nel 36 ottennero la sua destituzione da Vitellio, legato di Siria, avevano accusato Pilato di repressioni, violenze e provocazioni. Come fece Pilato con Cristo, Vitellio, per l’amore della pace, si sbarazzò di Pilato
Per eseguire la condanna di Gesù occorreva l’autorizzazione del governatore romano, cioè di Pilato, se fosse stato cittadino romano sarebbe stata necessaria l’autorizzazione di un legato imperiale; per la condanna, la legge ebraica esigeva la deposizione di due testimoni, la sentenza non poteva essere emessa durante la notte, il processo doveva svolgersi in due o tre giorni, doveva passare un giorno dalla condanna all’esecuzione; la legge vietava di condannare a morte alla vigilia delle feste e di esporre i condannati sulla croce nei giorni festivi.
Queste norme non furono applicate a Gesù, perché fu affidato all’autorità temporale di Pilato; secondo Giovanni, il processo a Gesù si svolse nel pomeriggio di venerdì 14 di Nisan, non si sentirono testimoni e alla condanna seguì immediatamente l’esecuzione, prima della notte fu tolto dalla croce. Giovanni fa coincidere la morte di Gesù con il giorno e l’ora in cui nel tempio si sgozzavano gli agnelli pasquali, ai quali non si doveva rompere nessun osso, come fu per Gesù, che non subì la rottura delle ossa delle gambe.
Per i sinottici Gesù morì il sabato e risorse la domenica, però deuteronomio comandava di non far rimanere appeso il cadavere del condonato durante la notte (21,27-28), i romani invece usavano esporre il cadavere per più giorni, a titolo d’ammonimento; i condannati morivano di sete o d’asfissia sulla croce, che era soprattutto uno strumento di tortura più che di esecuzione. Secondo Giovanni, il più fedele al riguardo alla legge ebraica, Gesù rimase sulla croce poche ore, fu stordito e fatto assopire con una droga porsagli con la spugna, non gli furono rotte le ossa delle gambe, probabilmente la lancia che trafisse il suo costato non arrivò al cuore e ai polmoni.
Lo storico Giosefo, contemporaneo di Cristo, che non ha scritto di lui, ci narra che c’erano stati sopravvissuti alla crocifissione, Giuseppe d’Arimatea ottenne il corpo di Gesù da Pilato e lo sistemò in un sepolcro, poi il suo corpo, fu trafugato dai discepoli che dissero che era risorto, oppure fu rianimato, curato e uscì vivo dal sepolcro, come sostiene l’Islam. La rottura delle gambe impediva di sostenersi e la morte arrivava per soffocamento e blocco della circolazione.
Però i crocifissi più forti morivano di sete, per i romani, il cadavere del giustiziato doveva essere preda degli uccelli. La croce era simbolo religioso prima di Cristo in Egitto, Siria e India, forse nacque a Babilonia e rappresentava il sole; nel III secolo i cristiani affermarono che Cristo era morto su una croce, però i vangeli non sono chiari sulla forma di questo strumento di supplizio; le apparizioni di Cristo dopo la resurrezione sono contraddittorie e frutto della tradizione.
Prima del cristianesimo, gli apostoli erano gli inviati del sinedrio presso le comunità della diaspora, gli apostoli e i discepoli erano analfabeti e non potevano essere gli autori dei vangeli, che furono un prodotto della tradizione e di persone colte. Per gli ebrei, i pubblicani, esattori per conto dei romani, erano scomunicati, erano incapaci di testare e la loro casa era maledetta, non potevano avere cariche pubbliche e non potevano testimoniare in tribunale, la presenza questi elementi tra i seguaci di Cristo era una provocazione per gi ebrei.
Pietro fu apostata per paura, tra i primi cristiani, l’apostasia per paura fu frequente, non tutti accettavano il martirio; la basilica di San Pietro si eleva su un cimitero cristiano gnostico del II secolo. Secondo Giosefo, nel 70 a Gerusalemme morì un milione di persone, ci furono deportati e profughi, gli ebrei si dispersero, nazareni ed ebioniti di Palestina erano ridotti di numero e fu l’avvento del cristianesimo gnostico di origine egiziana.
Tacito (54-115) afferma che Nerone perseguitò i cristiani, accusandoli dell’incendio di Roma, Svetonio (100 d.c.) afferma che i cristiani facevano tumulti a Roma e furono espulsi, i due storici furono falsificati, allora non c’erano cristiani a Roma, di nessun tipo, ma solo ebrei, forse esseni; lo storico Giuseppe Flavio, nato nel 37, nelle sue “guerre giudaiche” afferma che Cristo era il messia, fu crocefisso da Pilato e risorse, trattasi di un falso interpolato nel testo, giustificato dal fatto che Flavio accennò ai movimenti politici palestinesi senza parlare di Cristo.
Con l’invenzione degli apologeti cristiani, Giacomo, fratello di Gesù e vescovo di Gerusalemme, nel 62 fu fatto giustiziare dal sinedrio per lapidazione e gli successe Simeone, cugino di Gesù, giustiziato da Traiano (53-117), poi gli successero nazareni non parenti di Gesù; il processo si ripeté con i primi califfi islamici. L’originaria dottrina giudaico-cristiana di ebioniti e nazareni affermava che Cristo era stato adottato da Dio, dopo il 100, nei paesi pagani questa teoria fu sostituita con quella dell’incarnazione, mediante la quale Dio, per il tramite dello spirito santo, aveva fecondato Maria, per dare la vita a Gesù, figlio di Dio.
Il trionfo del cristianesimo peggiorò la condizione de giudei, nel 323 Costantino concesse ai cristiani la libertà di culto e proibì le conversioni al giudaismo, il successore Teodosio I fece del cristianesimo l’unica religione legale dell’impero; Sant’Ambrogio (330-397) spinse le autorità alla persecuzione degli ebrei. Gli ebrei acquistarono in Europa la piena dignità di uomini solo nel 1789, prima era relegati nei ghetti e non potevano possedere terre o avere un ruolo nella società.
Il cristianesimo istituzionalizzato ricercò il monopolio religioso, lottando contro le altre fedi, contro eresie e sostenendo l’autorità del papa, la chiesa, prima rappresentata dalla comunità dei fedeli, fu rappresentata dalla Gerarchia; la rottura con l’oriente si ebbe sul culto delle immagini, sull’autorità del papa e sul mistero trinitario, per i greci il padre veniva prima del figlio, per Agostino il figlio era pari al padre, ci furono reciproche scomuniche.