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BRIGANTAGGIO E BANDITISMO IN ITALIA
Il banditismo meridionale fu una reazione borbonica e una rivolta contadina, quando Francesco II Borbone partì in esilio, imbarcato a Gaeta su una corvetta francese, disse arrivederci a presto, sicuro che sarebbe tornato; non era posabile che Garibaldi durasse più di Napoleone, Pio IX lo attendeva a Roma, con il suo aiuto e con l’aiuto dell’Austria pensava che sarebbe tornato sul trono.
Dal 1860 al 1865 Francesco II sostenne il brigantaggio a sfondo politico sociale, che produsse più morti delle guerre risorgimentali e della guerra partigiana del 1943-1945; la guerra contro i briganti non si poteva nemmeno chiamare guerra civile, perché l’Italia era appena unita, ma si poteva chiamare resistenza agli invasori. Ad agosto del 1860 si ribellò il paese di Bronte, alle falde dell’Etna, feudo concesso da Ferdinando IV Borbone a Orazio Nelson, campione della guerra antinapoleonica.
All’arrivo di Garibaldi, questo promise le terre ai contadini, che perciò occuparono terre demaniali e commisero omicidi, però Garibaldi aveva dei debiti verso gli inglesi, che lo avevano sostenuto politicamente e finanziariamente, quindi mandò il genovese Nino Bixio a reprimere l’insurrezione. Bixio impose una tassa di guerra e fece delle fucilazioni, i liberali o galantuomini erano i proprietari terrieri nemici dei contadini, i quali a loro volta vedevano i Borboni come i protettori contro le prevaricazioni dei ricchi. Da considerare che anche Francesco II aveva promesso la distribuzione della terra con il ritorno, perciò la rivolta dei contadini, pieni di speranze, fece anche dei morti tra i borghesi.
Nel napoletano agenti borbonici fomentavano la rivolta e il generale piemontese Cialdini attribuì ad agenti pontifici la responsabilità delle insurrezioni nell’Ascolano; secondo i piemontesi, i briganti erano delinquenti strumento della reazione antiliberale e antinazionale, fomentati e finanziati da Francesco II e dal papa. In realtà le rivolte erano anche frutto del malessere sociale, i contadini volevano le terre e volevano recuperare terre demaniali usurpate dai borghesi.
A Palazzo Farnese a Roma, Francesco II e sua moglie Maria Sofia tramavano e congiuravano contro l’occupazione piemontese del sud, finanziarono comitati segreti insurrezionali che facevano capo a un’Associazione Religiosa di Roma (il Vaticano ha usato associazioni religiose come copertura, per fare spionaggio e riciclaggio di denaro mafioso); i vescovi del sud sospesero a divinis i sacerdoti che avevano aderito alla causa liberale e unitaria. I briganti reclutati erano spesso facinorosi e delinquenti, ricevevano una paga, la promessa di una pensione, della confisca delle terre padronali e il ritorno ai comuni di quelle demaniali, utilizzata dai contadini per la caccia, il pascolo e il legnatico.
Anche Garibaldi aveva promesso la terra ai contadini, ma poi si alleò con i proprietari e fece fucilare i contadini, stesse promesse furono fatte in Italia alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale, però la riforma agraria si fece nel 1950, anche se parziale; infatti, dopo l’unità, le terre demaniali restarono ai galantuomini, assieme alle loro terre, le terre dell’asse ecclesiastico furono poste in vendita a favore dei borghesi che le potevano acquistare e i contadini rimasero a bocca asciutta.
Allora i contadini si fecero briganti in massa, i funzionari borbonici furono messi da parte e sostituiti da funzionari liberali, mentre a capo delle amministrazioni statali erano messi piemontesi. I comitati locali borbonici avevano 80.000 affiliati, i briganti erano 16.000; ai briganti aderirono i numerosi renitenti alla leva e i disertori, sbandati dell’esercito napoletano, ufficiali borbonici, delinquenti, ex galeotti, evasi dalle carceri e braccianti, i quali nel 1799, al tempo dell’occupazione napoleonica, avevano già fornito truppe sanfediste, cioè fedeli ai Borboni e alla chiesa, a Fra Diavolo, a Mammone e al cardinale Fabrizio Ruffo.
I briganti facevano guerriglia con attacchi a sorpresa e non in campo aperto, com’è avvenuto in tutte le rivoluzioni e nelle guerre civili, si finanziavano anche con taglie e sequestri di persona, oltre che con i finanziamenti dei Borboni, a volte disponevano di un cappellano pagato. Le bande aerano divise in compagnie, avevano capitani, sergenti, caporali, trombettieri, esploratori e arruolatori, intonavano l’inno borbonico.
Avevano grande mobilità per i colpi di mano, cavalli e muli, erano però rallentati dalle donne al seguito, i loro capi s’incontravano con i delegati dei comitati politici borbonici, si scontravano con piemontesi e con la guardia nazionale, una milizia privata volontaria organizzata dai galantuomini. In questa guerra, ne furono coinvolte otto province sul continente, con danni alle cose e alle persone.
I briganti caduti furono 6.000, quelli fucilati 3.000 e quelli incarcerati 11.000, in queste campagne l’esercito ebbe più morti che in tutte le guerre risorgimentali; tra galantuomini, milizie volontarie della Guardia Nazionale e garibaldini, i morti arrivarono a 6.000. Per reagire, i cannoni piemontesi bombardavano i paesi di montagna sospetti di ospitare i briganti, i plotoni d’esecuzione erano in esecuzione ogni giorno nelle piazze.
All’inizio del 1861, caduta Gaeta, la maggior parte delle forze militari era schierata al Po, per fronteggiare l’Austria, invece l’esercito garibaldino rimasto, la Guardie Nazionale e la Guardia Civica erano divenuti gli scherani dei padroni; l’esercito di Garibaldi, forte di 50.000 volontari, in maggioranza meridionali, era stato disciolto, anche perché fatto di repubblicani, perciò i pochi reparti piemontesi subirono rovesci e alcuni ufficiali furono decapitati, stessa sorte subivano le guardie nazionali.
Comun que, anche i piemontesi facevano atrocità, bersaglieri e carabinieri furono impiegati nella repressione, i piemontesi facevano stragi e si servivano della tortura, instaurarono un regime di terrore, il meridione sembrava una colonia; per reagire alla situazione, furono costituiti Consigli di guerra che erano tribunali militari che operavano con il pugno di ferro. Erano composti di ufficiali dell’esercito, giudici e ufficiali della guardia nazionale, ai briganti colti con le armi in mano o gravemente indiziati non era garantita la difesa.
Si prometteva salva la vita in caso di resa e poi si eseguivano ugualmente le fucilazioni, si pretendevano taglie dai cittadini, si facevano rappresaglie dieci a uno, si distruggevano paesi; la ferocia della Guardia Nazionale era pari a quella dei briganti. La legge Pica (1863), nata per la repressione del brigantaggio, proclamò lo stato d’assedio, sospese le garanzie costituzionali, istituì i consigli o commissioni di guerra e le Giunte provinciali di Pubblica Sicurezza, che deferivano i sospetti ai tribunali militari.
La legge Pica creò squadriglie di cavalleria d’irregolari che alimentarono lo squadrismo agrario padronale e poi ispirarono Mussolini. Nel 1863 la legge Pica fu estesa anche alla Sicilia, che non aveva conosciuto il brigantaggio, ma solo la resistenza alla leva militare, al generale Govone spettò di catturare i renitenti; con la repressione ci fu gente bruciata viva e paesi distrutti, gente torturata. Il parlamento venne al corrente di questi fatti e nel 1863 creò una commissione parlamentare d’inchiesta, composta da Massari, Bixio e Saffi.
La commissione rilevò che il brigantaggio era debole dove i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro erano soddisfacenti e dove vigeva il rapporto di mezzadria, il brigantaggio sembrava il risultato della miseria; la relazione chiedeva istruzione, distribuzione delle terre, bonifiche e lavori pubblici. La commissione accertò che la maggioranza dei carcerieri era fatta di mafiosi o camorristi; purtroppo però, le classi dirigenti meridionali erano liberali, unitarie ma contro la riforma agraria.
Alla fine i capi di tutti le bande di briganti finirono con una palla nella testa, i galantuomini erano sostenuti dai prefetti e dagli intendenti piemontesi, sostituitisi all’antica aristocrazia locale; l’Italia meridionale fu invasa da funzionari e imprenditori piemontesi o settentrionali, le leggi e i regolamenti piemontesi furono estesi al sud, come lo Statuto Albertino; si attaccava l’etichetta di borbonico a chiunque era contro questa politica.
Il brigante Carmine Crocco era un ex detenuto desideroso di riscatto sociale, si fece garibaldino e fu arrestato, in Lucania sollevò i contadini che reclamavano le terre, a Melfi la sua banda distrusse gli archivi della proprietà e l’ufficio delle gabelle, dichiarando decaduto il governo di Vittorio Emanuele II, era una rivoluzione sociale. Crocco portò la guerriglia nell’Irpinia, dove distribuì grano e terre.
Crocco resisté fino all’agosto del 1864, allora la repressione definitiva del brigantaggio fu affidata al generale Enrico Cialdini, succeduto a Carlo Farin;, Cialdini concentrò metà dell’esercito a sud di Napoli, era sostenuto dal colonnello Emilio Pallavicini, che fece la repressione in Aspromonte. I presidi piemontesi furono riuniti in guarnigioni, organizzate in colonne mobili prive di salmerie e armamento pesante; vivevano sulle montagne, guidate da ex briganti passati ai piemontesi.
Invece i briganti erano appesantiti dalla presenza delle donne, da Roma i Borboni avevano contato su un intervento austriaco ma dal 1862 Francesco Giuseppe aveva altri gravi problemi. L’ultimo atto di questa guerra meridionale avvenne in Sicilia, a settembre del 1866 i contadini sopraffecero la guarnigione di Palermo di 3.000 uomini, le bande erano fatte di contadini, autonomisti, soldati borbonici, mafiosi, banditi e repubblicani.
Erano sostenuti da qualche grossa famiglia isolana, gli insorti s’impadronirono di Palermo, il marchese di Rudinì, sindaco della città, organizzò la resistenza municipale, mentre i rivoltosi crearono un governo provvisorio al quale parteciparono sei principi, due baroni e un monsignore; in risposta, arrivò un corpo di spedizione comandato dal generale Cadorna e fu una strage, migliaia di persone furono impiccate.
La guerra doganale con la Francia, nata per proteggere le industrie del nord, fece male al sud e favorì tra i contadini altre rivolte sociali e l’emigrazione in America, fino all’avvento del bandito Giuliano di Partinico, alla fine della seconda guerra mondiale; il tema era sempre la terra ai contadini e il riscatto sociale dei contadini.
Nunzio Miccoli – www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Stioria Illustrata - Volume X – Mondadori Editore
Carlo Magno (772-814) divenne imperatore d’occidente, fu sostenuto dal papa perché lo aiutasse a contenere i longobardi che, contro gli interessi territoriali della chiesa, volevano unificare l’Italia; con la caduta dell’impero romano, il papa si era detto, grazie alla falsa donazione di Costantino, erede di Roma, ora per salvarsi, era costretto a passare la mano a Carlo Magno. Grazie al pericolo longobardo da fronteggiare, Carlo Magno, con certificazione papale, ereditò l’impero romano d’occidente; in un secondo tempo, sulle rovine dell’impero carolingio dei franchi, nei secoli successivi nacque l’impero romano-germanico, retto da diverse dinastie, e nacquero le nazioni francesi e germanica, eredi dei franchi.
Alla fine del secolo XII fu eletto papa Innocenzo III, che divenne tutore del minore Federico II II Hohenstaufen (morto nel 1245), nipote di Federico Barbarossa, era erede del regno normanno di Sicilia, che era la regione più ricca dell’impero, e sua madre Costanza, moglie del defunto Enrico VI, nominò il papa tutore di Federico II e reggente di Sicilia. Crescendo, Federico II si rese conto delle mene dei papi e si dimostrò ostile al potere temporale del papa.
A causa delle sue guerre, risedette soprattutto in Italia, trascurando un po’ l’impero, si sentiva più italiano che tedesco e, come i longobardi, vagheggiò l’Unità dì’Italia e l’unità d’Europa; era uomo di cultura, poeta, giurista, filosofo, matematico, architetto, uomo d’armi e di governo, cultore di scienze, conosceva più di sei lingue, tra cui l’arabo. Sotto di lui la corte di Palermo divenne il maggiore centro culturale d’Europa e la ricchezza della Sicilia gli consentiva di finanziare le sue imprese belliche.
In Puglia costruì Castel del Monte, inserendone nell’architettura elementi classici, voleva sottrarsi al predominio culturale della chiesa e perciò organizzò l’Italia meridionale come uno stato laico moderno; ammiratore dell’Islam, prima in Sicilia e poi a Lucera, in Puglia, insidiò mercenari musulmani. Al tramonto del suo rivale Ottone IV, si fece incoronare imperatore e poi si scontrò con i papi Gregorio IX e Innocenzo IV.
Federico II risiedeva a Foggia ed era chiamato l’Anticristo dal papa che lo scomunicò, però per antipapisti italiani e tedeschi l’Anticristo era il papa; tuttavia Federico II, da abile politico, riconosceva il primato spirituale del papa, mentre riservava la potestà imperiale all’imperatore, voleva la separazione tra chiesa e stato ed era contro il potere temporale dei papi; credeva di avere un rapporto diretto con Dio, senza la mediazione della chiesa, concetto questo respinto dal papa.
Federico II voleva una chiesa povera e retta da un papa mistico e francescano, queste idee erano diffuse in Italia, dove nacquero movimenti pauperistici, venerava San Francesco; tuttavia, anche per Federico II, come per il papa, Roma era il centro del mondo civile ed è per questo che gli imperatori tedeschi non avevano mai voluto rinunciare alla loro sovranità su Roma e si dicevano imperatori del sacro romano impero; lo scontro con i papi era inevitabile.
Preso dal vortice della politica che genera ambiguità, tradimenti e contraddizioni, voleva l’unità d’Italia, l’unità d’Europa, riconosceva l’autorità spirituale del papa e rivendicava, com’era tradizione degli imperatori tedeschi, la sua sovranità su Roma. L’Europa e i primi nuclei di stati erano plurinazionali e perciò Federico II non si sentiva nazionalista, però voleva l’unità del mondo cristiano, che cominciava a frazionarsi nelle varie nazioni; Federico II voleva una confederazione di stati europei, sotto l’imperatore, avulsa dal dominio del papa, il quale l’avrebbe accettata solo se fosse stata dominata dal papa.
Perciò il tradizionale conflitto per il primato tra papi e imperatori tedeschi continuava, a causa dei contrasti con il papa, Federico II fu costretto a restare in Italia e a estraniarsi un po’ dalla Germania; cercò anche di sottrarsi alle crociate in oriente volute dal papa, voleva difendersi dalle ingerenze politiche del papato, che all’epoca voleva l’Italia divisa perché l’unità avrebbe dissolto lo stato della chiesa.
Il papa avrebbe accettato l’unità d’Italia solo sotto il papa, per questo si era scontrato anche con i longobardi che, prima di Federico II, avevano il programma di unificare l’Italia, ponendola però sotto di loro. Mentre il papa voleva la crociata in oriente, Federico II aveva scelto guerrieri saraceni per la sua guardia del corpo e poi fu costretto a combattere controvoglia in Terrasanta; era laico, ma per contentare il papa, emanò decreti contro gli eretici; sono i soliti misteri della politica, impenetrabili per il popolo e sui quali storici e informazione non fanno mai chiarezza.
Comunque, Federico II, da uomo moderno, fiutando i nuovi tempi, alla sua corte affidò incarichi a rappresentanti della borghesia, in precedenza gli imperatori tedeschi li avevano dati solo ai vescovi, messi a capo delle amministrazioni; però Federico II, come altri imperatori tedeschi, si oppose all’aspirazione all’indipendenza dei comuni lombardi che volevano la repubblica. Il papa sostenne le repubbliche lombarde contro l’imperatore, però fu ostile alle varie repubbliche romane che, senza rinnegare la fede, volevano l’indipendenza dal papa. Anche queste sono le contraddizioni e i misteri della politica. http://www.viruslibertario.it/Storia.htm#REPUBBLICHE%20ROMANE.
I contrasti di Federico II con il papa provocarono la frattura tra chiesa e impero e alimentarono l’anticlericalismo degli uomini di cultura italiani; a causa di queste fratture, delle lotte politiche e delle rivalità tra regni e nazioni, nel secolo successivo il papa, premuto dal re di Francia, si stabilì ad Avignone. Più tardi in Germania si manifestò la riforma, che aveva però avuto anticipatori anche degli italiani, allora gli italiani erano più colti dei tedeschi, più votati alle scienze e aperti alle nuove idee e perciò più anticlericali. La riforma tedesca fu partorita dalla maggiore fede dei tedeschi, rispetto agli italiani, e dalla loro antipatia verso la Roma papale.
Federico II riconosceva la superiorità araba sull’Europa in campo scientifico, però nel 1229 fu costretto ugualmente ad andare alla crociata; Carlo Magno riuscì, con la forza delle armi e con l’aiuto del papa, a creare un’unità in Europa occidentale, ma Federico II non ci riuscì; i principi dell’impero e i vescovi, sobillati dal papa, gli furono spesso contro, però era accaduto anche agli altri imperatori tedeschi.
In origine, l’Islam si diffuse, come il cristianesimo, con la spada e non con il libero consenso; lo splendore del modo arabo nacque sulle rovine dell’impero romano e sulle rovine della cultura cristiana di Siria e d’Egitto ed ebraica di Palestina; gli ebrei fornirono le basi religiose, i greci quelle filosofiche, i siriani quelle architettoniche; la ruota della storia, come dicevano i persiani, gira prima a favore di un impero e poi di un altro, non è questione di superiorità razziale.
Nunzio Miccoli – www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Fonte: Storia Illustrata - Volume XIII - pag. 40-45 – Mondadori Editore
La pirateria è assai antica, la praticavano fenici, greci, egei, veneziani, genovesi, arabi, turchi, inglesi e la maggior parte dei popoli, oggi esistono i pirati somali e quelli di Indonesia e Malesia; nel mondo antico si poteva essere al contempo commercianti, marinai e pirati, chi andava per terra con le sue merci doveva pagare il pedaggio ai principi e/o il riscatto ai briganti e chi andava per mare doveva pagare il pedaggio o riscatto a pirati protetti da principi e poi a corsari muniti di una patente reale. Lo stato è nato con questi dazi.
Nel 78 a.c. Cesare fu catturato dai pirati dell’Egeo e dovette pagare un riscatto, Pompeo condusse delle spedizioni contro i pirati, non accettava che ci fossero altri esattori oltre lo stato, lo stato ci costa molto più della mafia; la pirateria era organizzata anche dai principi, per fare cassa e per danneggiare il commercio di paesi nemici. Gli stati e le fazioni o partiti hanno organizzato anche complotti e terrorismo, all’interno o all’estero; sono tutti modi di fare politica, come le guerre, gli assassini politici, le rivoluzioni e i pogrom ispirati dai principi.
Quando i pirati agivano per conto del re, nasceva la guerra di corsa contro navi nemiche e i corsari erano muniti di patente, cioè facevano un’attività legale ed erano protetti in patria; il pirata era un brigante del mare, mentre il corsaro era un agente del re, però la demarcazione non era netta, erano uomini della stessa natura. Come i corsari hanno trovato rifugio al palazzo, cioè a corte, anche i briganti hanno trovato rifugio nelle case dei principi e i mafiosi, in tanti paesi, sono stati protetti dal palazzo e dalla polizia.
Alcuni corsari divennero tali dopo essere stati pirati e alcuni cristiani si fecero musulmani e pirati per conto dei turchi; poiché il pirata e il corsaro dovevano vendere il bottino, aveva doti di stratega, marinaio e commerciante, cioè erano più poliedrici dei comuni militari. Nella guerra di corsa, il re protettore partecipava al bottino e assicurava protezione, la stessa cosa deve essere accaduta nel brigantaggio protetto dai nobili, i quali hanno ospitato briganti e mafiosi.
Ufficialmente la guerra di corsa nacque nel XIII secolo, ma è in realtà più antica, il 25.5.1206 il re inglese Giovanni Senzaterra assicurò al corsaro l’immunità per tutte le azioni di guerra condotte contro i nemici del re; il suo pirata preferito era Eustachio, figlio di un proprietario terriero ed ex frate, abbandonò il convento per vendicare il padre assassinato. Eustachio si mise al servizio del re d’Inghilterra che stava perdendo i suoi possedimenti in Francia.
Giovanni Senzaterra fu scomunicato da papa Innocenzo III che invitò il re di Francia a invadere l’Inghilterra; l’ex frate, sensibile al richiamo della chiesa, cambiò bandiera e andò al servizio del re di Francia, Filippo Augusto. Giovanni Senzaterra, per salvarsi, dichiarò l’Inghilterra feudo papale e concesse ai baroni, che lo contrastavano, la Magna Charta; infatti, i ribelli inglesi offrirono la corona inglese al figlio di Filippo Augusto di Francia, Luigi.
Poiché in politica si progredisce solo con i tradimenti, perché non esiste una carriera automatica, Eustachio ritornò in Inghilterra come ammiraglio di Francia e agente di Luigi; però l’ex frate dovette fronteggiare io suoi ex amici corsari inglesi, rimasti fedeli a Giovanni Senzaterra, i quali piombarono sulla flotta francese, la sconfissero e catturarono Eustachio che fu decapitato. La storia della pirateria assomiglia un po’ a quella dell’usura.
Come i marinai sono passati alla pirateria e quindi alla guerra di corsa legale, i commercianti e i possidenti si sono dedicati all’usura e poi si sono evoluti in banchieri legali. Però alla guerra di corsa hanno partecipato anche nobili, come all’attività usuraia e bancaria hanno partecipato anche templi, nobili e vescovi; per non comparire si sono serviti di prestanomi, spesso ebrei, perciò poi maledetti solo loro dal popolo.
Nella guerra dei cento anni, tra il 1339 e il 1459, tra Francia e Inghilterra, la guerra di corsa giocò un ruolo essenziale; nel 1373 l’imperatore Carlo V regolamentò con legge la distribuzione del bottino dei corsari, con la quota spettante al re, alla fine del XIV secolo anche la Francia aveva organizzato legalmente la guerra di corsa e nel 1400 Carlo VI di Francia impose la lettera di corsa; gli inglesi si adeguarono in ritardo con Elisabetta I (1558-1603), che però ebbe molto successo contro le navi spagnole, prese le distanze dal papa, combatté i pirati stranieri ma protesse i corsari inglesi; perciò il papa cercò di farla assassinare, ma queste sono cose che succedono facilmente in politica.
Per quanto riguarda i titoli dei pirati, nel 1360 i corsari francesi forzarono i porti inglesi, tra essi vi era Bertrand du Guesclin, futuro capo dell’esercito di Carlo VI di Francia, Jean Béthencour che sarebbe diventato ciambellano di Carlo VI e Waleran de Saint Pol, cognato di Riccardo II d’Inghilterra, ostile a Enrico IV d’Inghilterra; vi erano anche i genovesi Antonio Doria e Carlo Grimaldi. Al servizio di Francesco I di Francia, contro la Spagna, nel 1485 vi era vi era il corsaro fiorentino Juan Florin, identificato da alcuni con il navigatore italiano Giovanni da Verrazzano.
Juan Florin era stato al servizio degli spagnoli nelle Antille e poi divenne corsaro di Francia, nel 1523 Juan Florin diede l’assalto alle navi spagnole che trasportavano il tesoro di Montezuma, catturò una nave piena di tesori e la consegnò a Francesco I, alla base navale francese di La Rochelle. Juan Florin aveva fatto guerra a spagnoli e veneziani, nemici del re di Francia, fu catturato e decapitato dall’imperatore Carlo V, dopo aver confessato di aver catturato 150 navi.
All’inizio del XVI secolo, l’Inghilterra non era ancora una potenza navale, i mari più trafficati erano il Mediterraneo e il Baltico, il primo era dominato da Venezia e il secondo dalla lega anseatica; nel 1509 l’Inghilterra di Enrico VIII era povera, rovinata dalla guerra dei cento anni e dalla guerra delle due rose; allora Enrico VIII si costruì una flotta di ottanta navi e si diete alla tratta dei negri, presi in Sierra Leone e portati a San Domingo.
Sotto Elisabetta I, i pirati inglesi catturavano navi e gentiluomini spagnoli per i quali chiedevano il riscatto, i mandanti erano alti ufficiali della marina, governatori, sceriffi di contee e grandi proprietari terrieri; erano contemporaneamente amministratori della legge e ricettatori ed Elisabetta I non era in grado di fermarli. Armavano le navi e consegnavano al comandante della nave pirata un quinto del bottino; una famiglia di pirati era quella di sir John Killigrew, vice ammiraglio della Cornovaglia, che al tempo di Elisabetta I diede al paese ministri, diplomatici e soldati di valore.
Comunque, nel 1564 Elisabetta iniziò la repressione della pirateria, ordinando di ripulire la Manica, però lo stesso anno riconobbe la guerra di corsa al servizio dello stato e non dei privati; ancora una volta, allo stato è lecito ciò che non è lecito ai privati. Ad ogni modo, la regina si dimostrò indulgente con i pirati inglesi che operavano al di fuori della Manica, a danno degli spagnoli, ciò nel mare delle Antille; perciò la Spagna allestì l’invincibile armata, una possente flotta, per invadere l’Inghilterra e il papa cercò di farla assassinare.
Nell’Atlantico operavano i pirati John Hawkins, Drake e Raleigh, che gettarono le basi della potenza navale inglese, la famiglia di Hawkins, sotto Enrico VIII (morto nel 1547), ammassò una fortuna nel traffico negriero; John Hawkins fondò una società per catturare negri in Guinea e venderli nelle Antille, presentò l’operazione come misericordiosa perché acquistava solo negri catturati in guerra da altre tribù e che rischiavano di essere uccisi.
I gentiluomini di corte comprarono le azioni della società, tra loro vi era anche sir Thomas Lode, primo giudice di Londra e la stessa regina; la Spagna presentò una protesta non in difesa dei negri ma in difesa del monopolio spagnolo nel traffico verso le Antille. Hawkins distribuì ai soci un utile del 60%, elevato come quello dell’usura, la quale ha anch’essa soci occulti. Gli inglesi catturavano navi portoghesi e spagnole, il ricovero delle navi pirate era a Dover, alla fine gli spagnoli riuscirono a far strage degli uomini di Hawkins; l’Inghilterra s’indignò e Hawkins fu dichiarato eroe del paese, corsari inglesi fecero una crociata ai danni degli spagnoli e da allora sorse la stella di Francis Drake, cugino di Hawkins.
Nunzio Miccoli – www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Fonte: Storia Illustrata - Volume XIII - pag.110-123 – Mondadori Editore
Il caporale austriaco Adolf Hitler aveva combattuto nella prima guerra mondiale, nel 16° reggimento di fanteria bavarese ed era stato decorato; quando l’esercito tedesco nel 1918 subì la disfatta, l’imperatore Guglielmo II abdicò e fuggì in Olanda, i socialdemocratici proclamarono la repubblica e a Campiègne fu firmato l’armistizio. Già ai primi di ottobre del 1918 il governo imperiale, senza informare il parlamento, aveva iniziato le trattative per l’armistizio (queste cose sono state rimproverate all’Italia nel secondo conflitto mondiale), il feldmaresciallo Hindenburg e il generale Luderdoff volevano la fine del conflitto.
La Germania era in preda al caos, i conservatori volevano innalzare al trono uno dei figli del Kaiser, ma a Berlino il movimento spartachista di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, in rapporto con i russi, si preparava a prendere il potere, per instaurare un governo di soviet; cancelliere della repubblica di Weimar, la cui costituzione fu approvata il 19.7.1919, era il socialdemocratico Friedrich Ebert.
Il trattato di pace di Versailles fu firmato il 28.6.1919, imponeva alla Germania la cessione di territori a vantaggio di Francia, Danimarca e Polonia, la consegna di 800 criminali di guerra, un indennizzo di 5 miliardi di marchi oro e il disarmo quasi totale, era consentito solo un esercito di 100.000 volontari. Nobili, latifondisti, industriali e ufficiali scatenarono una campagna antigovernativa di scontenti, sostenuti dai reduci senza lavoro; anche il fascismo strumentalizzò lo scontento dei reduci senza lavoro.
Gli industriali, per difendersi dagli scioperi, diedero vita ai corpi franchi, una milizia sovvenzionata anche dall’esercito, che organizzava assassini e spedizioni punitive contro i comunisti; i primi a cadere furono i leader del movimento spartachista Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e quelli che avevano approvato il trattato di Versailles. Il terrorismo nazionalista provocò la morte del socialdemocratico Mathias Erzberger che aveva firmato l‘armistizio e del ministro degli esteri Walter Rathenau.
La Baviera divenne il centro degli estremisti di destra, l’esercito finanziava gruppi di destra, corpi franchi e spie, tra le quali nella primavera del 1919 c’era l’ex caporale Adolf Hitler, nato il 20.4.1889, figlio di un ex impiegato della dogana austriaca. Hitler aveva qualità oratorie, aveva frequentato la scuola media di Linz, voleva fare il pittore, era indisciplinato e abbandonò la scuola, si considerava nazionalista, antisemita e rivoluzionario.
A 17 anni Hitler si trasferì a Vienna, deciso a frequentare l’Accademia di belle Arti, ma non fu ammesso, il suo disegno fu giudicato insufficiente, a Vienna visse di espedienti, fece qualsiasi mestiere e dormì nei dormitori, era magro e trasandato, aveva fame; poi si trasferì a Monaco, in Baviera, dove il 3.8.1914 si arruolò volontario nell’esercito tedesco. Nel marzo del 1919, per conto dell’esercito, cioè come spia infiltrata, partecipò a una riunione del partito dei lavoratori tedeschi, fondato dal fabbro Anton Drexler.
Hitler odiava ebrei, socialisti e borghesi, credeva alla Germania e alla purezza razziale, s’iscrisse al partito e ne divenne attivo propagandista. Il 14.2.1920 ci fu il primo raduno del partito nazionalsocialista o nazista, che doveva nascere dal partito dei lavoratori; Hitler proponeva di abolire il trattato di Versailles e chiedeva spazio vitale per i tedeschi, sosteneva la purezza del sangue, senza tener conto della religione, voleva la creazione di un esercito popolare, l’eliminazione dei redditi non di lavoro, la nazionalizzazione dei monopoli e la pena di morte per usurai e approfittatori di guerra.
Il programma di sinistra fu presto abbandonato, arrivarono finanziamenti dall’industria e fu adottato come simbolo la croce uncinata, di origine orientale, nei colori della bandiera imperiale tedesca, cioè rosso, bianco e nero, la quale fu disegnata dallo stesso Hitler. L’1 aprile 1920 il partito dei lavoratori si trasformò nel partito nazionalsocialista, faceva propaganda, raccoglieva scontenti e denaro, si diceva difensore della civiltà cristiana contro il bolscevismo.
Il 5.10.1921 nacquero le camicie brune delle SA, eredi dei corpi franchi del dopoguerra, queste milizie approfittarono dell’indulgenza di esercito e polizia, aggredivano sindacalisti, socialisti e difensori della repubblica di Weimar; nel 1921 Hitler mise da parte Drexler, fondatore del partito dei lavoratori, abolì il direttivo e assunse i pieni poteri nel partito, si circondò di uomini devoti come Rohm, Hess e Goering; Rohm teneva il collegamento tra nazismo ed esercito e Goering era un agiato borghese che aveva rapporti con gli industriali.
L’11.1.1923 l’esercito tedesco occupò la Ruhr, della quale si era impossessata la Francia per incassare le riparazioni, il marco si svalutò paurosamente, le imprese fallivano e Hitler progettava un colpo di stato a Monaco, sostenuto da Luderdoff, voleva la rivolta della Baviera contro Berlino; in un clima complottistico, Hitler offrì a Pochner, ex capo della polizia di Monaco, la presidenza della Baviera e questo accettò.
Perciò il 9.11.1923 Hitler tentò un colpo di stato, marciando a fianco di Ludendorff e di dimostranti, Rohm occupò il ministero della guerra, ma la polizia intervenne e disperse i manifestanti; Ludendorff fu arrestato e Hitler fuggì, la polizia sparò sulla folla e Goering fu ferito e fuggì, Hess e Rohm furono arrestati. Sembra che il generale fosse a favore della manifestazione ma non del progetto di colpo di stato, perciò anche l’esercito prese le distanze da Hitler.
Quattro mesi dopo Hitler fu processato per alto tradimento da un Tribunale speciale di Monaco, accanto a lui sedeva Ludendorff, Hitler si assunse tutta la responsabilità delle sue azioni e, appoggiato dal ministro della giustizia bavarese, Franz Gurtner, poté parlare liberamente. Ludendorff fu assolto, Hitler, malgrado la legge prevedesse l’ergastolo per i colpi di stato, fu condannato a cinque anni di carcere, ma uscì nove mesi dopo, il 20.12.1924, con un condono, però il partito nazista fu sciolto.
Giustizia, esercito e polizia facevano politica e simpatizzavano per Hitler. In carcere Hitler, con l’aiuto di Hess, aveva continuato a guidare le organizzazioni naziste, aveva una bella camera, riceveva visite, regali e fiori; in quel periodo scrisse Mein Kampf, il suo programma di governo. Nel 1924 la produzione industriale aveva superato quella dell’anteguerra, l’inflazione si era arrestata, gli Stati Univi avevano concesso crediti e la disoccupazione diminuiva.
Hitler, come si fa in politica, voleva unire gli scontenti e lottare contro l’indifferenza delle masse, era ancora deciso a ottenere il potere e riceveva i finanziamenti dai magnati della finanza. Hitler s’incontrò con Heinrich Held, capo del governo bavarese e del partito cattolico, che revocò l’ordine di scioglimento del partito nazista, era osannato e ottenne i pieni poteri dal partito, proclamò di voler distruggere repubblica, marxisti ed ebrei.
Ad ogni modo, le autorità vietarono a Hitler di parlare in pubblico per due anni, alla fine del 1925 gli iscritti al partito erano 25.000 e le squadre d’assalto di Ernest Rohm ripresero le loro attività, appoggiate dall’esercito. Hitler ridusse l’autonomia delle SA e divenne comandante supremo delle SA, Rohm diede le dimissioni; nacquero anche le SS, legate a lui da un giuramento di fedeltà, nel 1929 ne divenne capo Heinrich Himmler.
Il partito nazista aveva un’ala sinistra socialisteggiante, diretta da Gregor Strasser, che minacciava la supremazia di Hitler. Si discusse se i beni degli ex regnanti dovessero essere nazionalizzati o lasciati ai proprietari, Strasser era per la prima tesi e Hitler per la seconda. Fu allora che Hitler sottrasse Goebbels all’influenza di Strasser, Hitler lo fece capo della propaganda; il 28.2.1926 si spense il presidente della repubblica, il socialdemocratico Herbert, e nazionalisti e nazisti elessero alla successione il maresciallo Hindenburg.
Dal 19 al 21 agosto 1927 si tenne a Norimberga il secondo congresso nazista e davanti a Hitler sfilarono 20.000 uomini, inquadrati militarmente e armati; con la mediazione di Goering, Hitler strinse legami con il mondo della finanza e dell’industria e da essi riceveva finanziamenti, assieme al partito nazionalista che poi si sarebbe fuso con quello nazista. Hitler affermava di difendere la proprietà e si rivolgeva anche all’esercito; comunque, il 22.1.1930 il ministro della difesa Groener invitò l’esercito ad astenersi dall’attività politica, Hitler affermava la lealtà costituzionale e invitava gli ufficiali di polizia a non sparare sui nazisti.
Nel 1929 crollò la borsa di New York e ci furono ripercussioni in Germania, l’economia si trovò priva dei crediti americani, diminuì la produzione e aumentò la disoccupazione, i negozi furono saccheggiati; nel luglio del 1930 il cancelliere cattolico Bruning chiese al presidente Hindenburg lo scioglimento dell’assemblea, alle elezioni i nazisti ebbero 107 seggi e diventarono il secondo partito, dopo i socialdemocratici.
Le SA si ribellarono a Hitler perché volevano la conquista del potere e Hitler richiamò Rohm e gli offrì di nuovo il comando dell’organizzazione, Hitler voleva diventare cancelliere, ma Hindenburg non era d’accordo, perciò andò all’opposizione, il 23.2.1932 Hitler ebbe la cittadinanza tedesca; Hindenburg fu rieletto presidente, sopravanzando di poco Hitler, se Hitler avesse vinto, le SA avrebbero preso il potere; però la conquista del potere era ugualmente vicina.
Il governo era informato di queste trame e perciò il 14.4.1932 il governo Bruning sciolse le organizzazioni naziste e, le SA smisero le loro divise; il generale Schleicher sosteneva i nazisti, aveva anche ottenuto dai russi l’aiuto per l’addestramento dei piloti tedeschi, voleva far revocare i provvedimenti del governo contro i nazisti e spinse il presidente Hindenburg licenziale il ministro della difesa Groener per le misure da lui prese contro i nazisti.
Il cancelliere Bruning propose la distribuzione di terre incolte ai contadini, fu attaccato dai conservatori Junker e fu costretto alle dimissioni, il 30.6.1932 divenne cancelliere Fritz von Papen, cattolico e industriale, il 15 giugno Von Papen revocò i provvedimenti contro le SA e ripresero gli scontri e le violenze. Alle elezioni del 31.7.1933 i nazisti ottennero 230 seggi e i socialdemocratici 133, Hitler chiese cancellierato e ministero degli interni.
Hindenburg tentò di resistere e il parlamento fu sciolto di nuovo, era la terza volta in un anno, Hitler insisteva con le sue richieste; il 2.12.1933 Hindenburg affidò al generale Schleicher l’incarico di formare il nuovo governo, Hitler prese le distanze da lui e da Strasser e si accostò a Von Papen. Hindenburg invitò Von Papen a fare un governo con i nazisti e sarebbe stato vice-cancelliere, il 3.1.1934 il nuovo gabinetto giurò.
Per avere una maggioranza, i nazisti avevano bisogno dei cattolici di Von Papen, perciò Hitler s’incontrò anche con monsignor Kaas; grazie alla mediazione di Goering, Hitler riceveva finanziamenti da Faber, Krupp, Bosch e assicurava i militari di voler ricostituire un potente esercito.
Da capo del governo, Hitler vietò i comizi a socialdemocratici e comunisti, ci fu l’incendio del parlamento, se ne diede la colpa ai comunisti e cominciò la loro repressione.
4500 comunisti furono condotti ai campi di concentramento organizzati da Goering, furono sospese le libertà e dell’incendio fu incolpato un olandese semidiota, in collaborazione con tre agenti bulgari comunisti; al processo i tre riuscirono a dimostrare la loro estraneità e furono assolti mentre l’olandese Van der Lubbe fu condannato a morte. L’incendio al Reichstag era stato ideato da Goering assieme a Goebbels e fu realizzato dalle SA del capitano Ernst della gestapo, la polizia segreta creata il 26.4.1933 da Goering.
Comunque, il nazismo eliminò testimoni pericolosi sull’incendio; dopo il fatto, all’opposizione fu proibita ogni attività; Hitler non aveva la maggioranza assoluta in parlamento ma, grazie al sostegno del partito cattolico, abrogò la costituzione di Weimar. L’epurazione eseguita da Himmler servì a eliminare i suoi nemici personali, il partito del centro di Von Papen appoggiò il governo di Hitler che così ottenne una maggioranza ampia; il 31.3.1933 Hitler sciolse i parlamenti locali e nominò dei governatori, sopprimendo le autonomie locali. Furono vittime della repressione Ernst Rohm e Gregor Strasser, della sinistra del partito nazista; dopo aver sciolto il partito socialdemocratico e quello comunista, il 22 giugno fu sciolto il partito democratico e il 4 luglio il partito cattolico.
Il presidente Roosevelt aveva invitato i paesi a distruggere tutte le armi e Hitler si disse d’accordo se lo avessero fatto anche gli altri paesi, era un’implicita denuncia del trattato di Versailles. Il 14.10.1933 Hitler sciolse il Reichstag poi uscì dalla società delle nazioni, il 26.1.1934 firmò con Polonia un trattato di non aggressione, il 20.7.1933 firmò un concordato con il Vaticano. Il 2.8.1934 morì Hindenburg e Hitler, con l’appoggio dell’esercito, prese anche la carica di presidente.
Hindenburg aveva sospettato che Rohm volesse fare un colpo di stato e perciò aveva minacciato la legge marziale, per eliminare Rohm, i rapporti falsi erano stati preparati da Goering, il falso golge doveva nascere a Monaco, perciò Rohm fu ucciso e i suoi uomini furono arrestati, Strasser fu ucciso e altri finirono in campo di concentramento. Hindenburg ringraziò Hitler per il suo intervento e prima di morire chiese con una lettera il ritorno della monarchia, ma la lettera che non fu mai resa pubblica.
Consolidato il suo potere, sembra che Hitler cercò anche di far uccidere Von Papen, alle urne il 90% dei tedeschi votò a favore della dittatura, la propaganda di Goebbels era martellante. Fu abolito il sindacato e diminuirono i disoccupati; con le leggi di Norimberga del settembre del 1935, gli ebrei tedeschi furono privati della cittadinanza, esclusi da affari e professioni e furono vietati i matrimoni misti. Dal 1934 al 1937 Hitler arrestò sacerdoti dissidenti e obbligò i rimanenti a prestargli giuramento, nel 1938 il clero tedesco era schierato con la dittatura, soprattutto i vescovi.
Il 19.3.1933 furono bruciati i libri malvisti dal regime, furono sciolte le organizzazioni studentesche non naziste e lo studio della dottrina nazista fu imposto dai sei anni. Il 7.4.1933 fu epurata la magistratura e da allora il reato di tradimento era giudicato da corti del popolo fatte da nazisti; il Il 10.2.1936 il governo emanò una legge in base alla quale le decisioni della Gestapo, la polizia segreta, non potevano essere soggette a revisione giudiziaria; la Gestapo fu messa al disopra della legge e furono aperti 50 campi di concentramento.
Heinrich Himmler divenne capo delle SS, suo padre era stato un magnaccia, Reinhard Heydrich era un maniaco sessuale e divenne il vice di Himmler; l’1.4.1935 Hitler, violando il trattato di Versailles, istituì la circoscrizione obbligatoria e chiese la parità di armamento con la Francia che si oppose. Il 13.1.35 le truppe naziste ripresero possesso della Saar, il più ricco bacino carbonifero d’Europa, occupato dalla Francia.
Il 2.5.1935 fu ripresa la Renania e la Francia fortificò la linea Maginot, un plebiscito del 7.3.1936 fece approvare dal popolo la politica estera tedesca. Nel 37 Hitler, con il pretesto che si era unito a una donna di 24 anni che aveva fatto la prostituta, si sbarazzò del ministro della guerra Blomberg; lo scandalo fu sfruttato da Himmler e Heydrich, Hitler chiese e Blomberg l’annullamento del matrimonio e poi lo fece dimettere.
L’1.7.1914 Luigi Cadorna era capo di stato maggiore dell’esercito, l’Italia era legata alla triplice alleanza difensiva con Austria e Germania, stipulata nel 1882; ma dal 1902 Italia e Francia, con scambio di lettere segrete, si erano anche impegnata alla neutralità, era la solita ambiguità della politica, non solo italiana. Il re Vittorio Emanuele III di Savoia (morto nel 1947) era informato di tutto, ispirava la politica estera, mentre Cadorna e il parlamento erano all’oscuro. L’accordo militare con la Triplice alleanza impegnava l’Italia a inviare in caso di guerra dei corpi d’armata e delle divisioni di cavalleria in Germania, la quale prevedeva la violazione della neutralità di Belgio e Lussemburgo e valutava che la guerra sarebbe durata pochi mesi.
Con la Francia c’erano state rivalità coloniali, soprattutto per la Tunisia, guerre commerciali, perché il protezionismo industriale italiano si era ritorto contro le esportazioni agricole dell’Italia del sud; l’Italia avrebbe voluto recuperare la Corsica strappandola alla Francia e avrebbe voluto recuperare Trento e Trieste strappandole all’Austria; debolezza e ambiguità politica spingevano al tradimento, alla doppiezza e ai patti segreti, il che non era una novità nei rapporti tra nazioni.
Comunque, triplice intesa e triplice alleanza, spendevano fiumi di denaro in Italia, diretti ai giornali, per spingere il paese con la propaganda a favore di una o l’altra coalizione. Non sono i popoli che tradiscono, perché sono quelli costretti a combattere e a subire i cambiamenti di fronte, ma sono gli stati a tradire o meglio i governi; soprattutto quando cambia il governo e ancora di più quando cambia con una rivoluzione l’ordinamento giuridico. In Italia i governi erano deboli e duravano poco, i Savoia, dietro le quinte, decidevano tutto, ispiravano la politica e dirigevano esercito e carabinieri, tiravamo il sasso e nascondevano la mano (“I Savoia” di Denis Mack Smith – Rizzoli Editore).
Secondo gli accordi con la Triplice alleanza, alle Alpi la strategia doveva essere difensiva, perché tutto si sarebbe risolto sul Reno, ottimisticamente, in un paio di mesi; il 31.7.1914 il re d’Italia suggerì un comando unico per la Triplice alleanza, cosa che poi però l’Italia non accettò più con lo scoppio della guerra a fianco della Triplice Intesa; peraltro, l’alleanza era difensiva e poiché era stata l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia, l’Italia non era tenuta a intervenire a suo fianco, ma non doveva nemmeno intervenire a fianco della Triplice Intesa come poi accadde.
Per la propaganda, il cambiamento di fronte fu giustificato dalla necessità di completare il risorgimento e l’unità nazionale; la storia è piena di tradimenti, di violazioni di trattati internazionali e di cambiamenti di fronte da parte di tutti gli stati. In politica, quando si tradisce, ci si salva e si può fare carriera; la Germania nel 1939 fu più traditrice dell’Italia quando attaccò la Russia sovietica, dopo aver fatto pochi mesi prima un patto di non aggressione con essa.
E’ anche difficile accusare la Russia di tradimento quando, nel corso della prima guerra mondiale (1917), dopo una rivoluzione, si staccò dalla Triplice Intesa e stipulò la pace separata con la Germania. Costituzioni e trattati sono carta straccia, sempre calpestati da stati e governi, mentre al popolo si raccomanda, con il rigore della legge, l’osservanza dei contratti; ciò che è lecito allo stato non è lecito al cittadino.
Appena nominato capo di stato maggiore, Cadorna mandò lettere di saluto ai colleghi tedesco e austriaco, e il generale Conrad, capo di stato maggiore austriaco, sollecitò truppe italiane da inviare anche in Austria oltre che in Germania. Nel luglio del 1914 sembrava che l’Italia stesse scendendo in guerra della triplice alleanza, quando venne la dichiarazione di neutralità del governo, senza informare il capo di stato maggiore; d’altronde, in omaggio all’obbedienza dell’esercito e della chiesa, i militari devono fare la guerra contro chiunque sia loro ordinato e, dietro ordine, devono adeguarsi prontamente a cambiare il nemico da combattere.
Naturalmente, con il cambiamento di fronte, sorsero attriti tra Cadorna e il capo del governo Salandra, che poi, per vendicarsi, tentò di sostituirlo durante l’offensiva austriaca nel Trentino; il 5.8.1914 il governo, decisa la neutralità, smentiva la mobilitazione generale, invece Cadorna la sollecitava per ogni evenienza, aveva capito che si sarebbe scesi in guerra a fianco della Triplice Intesa e si diceva disposto ad aiutare la Francia.
In ballo c’erano Trento e Trieste con le relative regioni, ci furono quindi trattative segrete a Londra, per fare entrare l’Italia in guerra a fianco dell’Intesa, in cambio di contropartite a spese dell’Austria, era il patto di Londra. Spingevano alla guerra contro la Germania, la paura atavica italiana della Germania, il pericolo di rimanere a mani vuote dopo la guerra, ma erano solo pretesti e propaganda, il denaro d’oltralpe aveva deciso con chi l’Italia doveva scendere in guerra.
Si sperava in un intervento vittorioso della Russia, mentre l’Italia doveva immobilizzare le forze austriache in Trentino, in modo da conquistare le terre irredente con poco sforzo; Cadorna era in rapporto con il ministro degli esteri, il ministro della guerra e il capo del governo. Nella guerra rischiava anche la monarchia, dopo la guerra, infatti, caddero la monarchia tedesca, quella russa e quella austriaca; in caso di vittoria austriaca, sicuramente l’Italia avrebbe perso il Veneto a vantaggio dell’Austria.
Cadorna rilevava che l’esercito era impreparato, però era così anche in altri paesi belligeranti e accade spesso che i generali dichiarino in privato, ma dovrebbe essere un segreto militare, che i loro eserciti sono impreparati; a causa di questa impreparazione, Cadorna se ne lamentò con il ministro della guerra e consigliava prudenza. Nell’ottobre del 1914 volontari italiani, come al tempo di Garibaldi, sfilavano in Francia, in odio alla Germania, ma poteva essere una cosa montata su dal partito filo francese.
Comunque, Cadorna si era convertito facilmente a filo francese (a quale prezzo?), perciò ora criticava il rinvio di un anno della mobilitazione e voleva l’intervento a fianco dell’Intesa. Si denunciò la Triplice alleanza e il 26 aprile 1914 si firmò il patto di Londra, perciò la mobilitazione avrebbe potuto essere indetta anche in agosto, ma forse il re voleva vedere come si evolveva la guerra, visto che i generali avevano detto che doveva durare pochi mesi.
Invece la guerra durò cinque anni e l’Italia entrò in guerra l’anno successivo, cioè nel 1915, la Russia fu travolta dalla Germania e l’Italia subì la prima disfatta di Caporetto da parte dell’Austria; il re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia sostituì, come comandante in capo, Cadorna, che aveva solo seguito le istruzioni del re, con Diaz, che era napoletano; in quell’occasione si dice che il re avesse affermato che se l’Italia avesse perso la guerra, per salvare la dinastia e il regno, si sarebbe ceduto il Veneto all’Austria e poi sarebbe stata data la colpa a Diaz di aver perso la guerra, perché era napoletano.
La storia del capro espiatorio, per salvare tanti corresponsabili e responsabili maggiori che non vogliono rispondere, è una storia molto vecchia, accade anche in finanza, dove amministratori delegati, presidenti e direttori generali sono solo strumenti superpagati di chi non vuol rispondere e vuole dirigere in incognito; quando accadono fattacci, per placare il popolo, tutte le colpe sono addebitate a loro o sono messi da parte.
Comunque l’Italia si riprese e passò al contrattacco, se non ci fosse stata la pace, il suo esercito sarebbe arrivato a Vienna, invece il fronte franco tedesco non dava esiti di vittoria sul campo, la Germania cedette soprattutto dall’interno. Nel secondo conflitto mondiale i Savoia, cioè sempre Vittofrio Emanuele III, riponevano la loro fiducia sul maresciallo Badoglio, capo di stato maggiore, che non era un grande stratega, ma, come Cadorna, era fedele al re, cioè ne seguiva pedissequamente le istruzioni, rischiando di essere ambiguo e contraddittorio, si è visto nelle trattative di pace con gli alleati.
Bisogna dire che nelle strutture gerarchiche come esercito, chiesa e, in generale, nei posti di lavoro dove vige una gerarchia, gli elementi più apprezzati non sono quelli più creativi e originali, ma i conformisti e quelli che obbediscono agli ordini senza discutere, cioè, in definitiva, quelli che si fanno plagiare, sono loro che fanno carriera; i capi gerarchici, lontani dalla realtà delle cose, ritengono che gli elementi migliori sono quelli che la pensano come loro, scrivono come loro e obbediscono.
A costo di tanti morti, alla fine della prima guerra mondiale l’Italia conquistò Trento e Trieste e raggiunse i confini naturali alle Alpi, forse li avrebbe raggiunti anche con la neutralità, ma i fabbricanti di armi, che erano sostenuti dai giornali, non avrebbero guadagnato niente; anche loro avevano spinto per l’entrata in guerra dell’Italia, non importa se a fianco della Francia o della Germania.
Nunzio Miccoli - www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Fonti: - Storia Illustrata – Volume XIII – Mondadori Editore
-“I Savoia” di Denis Mack Smith – Rizzoli Editore
Luigi XVI fu decapitato il 2.1.1793, suo figlio Luigi XVII Capeto, detto il Delfino e duca di Normandia, che era un bambino di 9 anni, fu separato dalla madre Maria Antonietta d’Austria, poi ghigliottinata a sua volta; il bambino fu affidato in custodia al calzolaio giacobino Simon, a sua volta ghigliottinato nel 1794; poi il ragazzo fu rinchiuso nella prigione del Tempio, fu messo in una piccola cella buia, letteralmente murato vivo.
In carcere fu visitata da Barras che si accorse che il bambino era divenuto una larva, era malformato, incapace di stare in piedi e sembrava un demente. Nel marzo successivo Luigi XVII, anche se prigioniero, fu eletto re dagli esuli monarchici francesi all’estero; in prigione, il bambino fu visitato da un dottore, che ne riscontrò le gravi condizioni, l’1.6.1795 Luigi XVII morì; il Comitato rivoluzionario impose il segreto sulla malattia e sul decesso del Delfino.
Comunque, si fece segretamente l’autopsia del suo corpo e si diagnosticò che era morto di tubercolosi; il 10.6.1795 la salma fu inumata a Parigi, al cimitero di Santa Margherita, vicino la chiesa, senza indicare il luogo della sepoltura. Il 21.1.1815, finita l’epopea della rivoluzione, Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI e zio di Luigi XVII, fece ricercare le tombe di Luigi XVI e Maria Antonietta e il 21.1.1815 e i loro resti furono traslati a Saint-Denis; si fecero anche le ricerche della tomba del ragazzo, morto a circa 10 anni, ma senza esito.
Nel novembre del 1846, finalmente, vicino la chiesa di santa Margherita, a un metro di profondità, si trovò la bara, portava i segni della tubercolosi e dell’autopsia, ma dalle dimensioni dello scheletro non sembrave un ragazzo di dieci anni, ma di sedici. Alla fine dell’ottocento, Carlo Guglielmo Naudorff affermava di essere Luigi XVII, evaso dal Tempio con delle complicità e salvatosi, si faceva chiamare duca di Normandia, che era il titolo dei Delfini.
Tentò anche una causa per far riconoscere i suoi diritti, alcuni gli credettero altri lo consideravano un imbroglione, poi si rifugiò in Inghilterra; anche altri impostori cercarono di farsi passare per Luigi XVII. Storie di presunti eredi degli zar ne nacquero anche in Russia. Il 5.8.1894 si riaprì la bara del Delfino e si confermò che il corpo non poteva essere di un ragazzo di dieci anni, perciò si pensò a una sostituzione di persona avvenuta nella prigione del Tempio.
Però Barras, che aveva visitato il ragazzo in carcere e aveva aiutato Napoleone a emergere, fuggito a Bruxelles, perché divenuto suo nemico, ora affermava che Luigi XVII era vivo. Per gli inglesi, il Delfino morì nella seconda metà del gennaio del 1794, però bisognerebbe conoscere le circostanze della sua morte, a un anno dalla morte di suo padre; per gli inglesi, la rivoluzione, per avere un ostaggio contro gli esuli monarchici che volevano rovesciare la repubblica, operò una sostituzione; la cella era stata murata per nascondere la vera identità del recluso agli occhi indiscreti.
I falsi Delfini, cioè i falsi Luigi XVII, arrivarono al numero di 36, ogni manicomio ne aveva uno, chi aveva un natale oscuro si diceva Luigi XVII, quello che però ebbe più riconoscimenti fu il prussiano Carlo Guglielmo Naundorff, che nel 1793 era stato anche in prigione.
Laddove esiste il potere, esistono intrighi, delitti, omicidi fatti passare per suicidi, tradimenti, trasformismo e sostituzione di persona; la morte di Luigi XVII poteva tornare utile anche a Napoleone I, a Luigi XVIII e a Napoleone III, se il trono era il palo della cuccagna, era meglio non avere troppi concorrenti che lo reclamassero. Comunque la storia è fatta così, il partito vincente nella lotta per il potere si scrive la storia e noi non sapremo mai com’è finito veramente Luigi XVII.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Fonti:
Storia Illustrata – Volume XII - pag.116-123 – Editore Mondadori
Luigi Napoleone Bonaparte (1808-1873) nel 1832, dopo il fallimento di alcuni tentativi d’insurrezione,. divenne capo del partito bonapartista, nel 1846 fuggì in Inghilterra, poi tornò a Parigi e fu eletto deputato all’Assemblea costituente; grazie al suo nome prestigioso, il 10.12.1848 fu eletto presidente della repubblica francese; come Ottaviano si sentiva erede di Cesare, Luigi Napoleone si sentiva erede di Napoleone I. Era stato eletto con voto popolare all’Eliseo, ma era in contrasto con Palazzo Borbone, ove era il Parlamento, poiché, secondo la costituzione, il presidente della repubblica non era rieleggibile, nel 1852, dopo quattro anni di mandato, avrebbe dovuto abbandonare il seggio.
I suoi partigiani volevano prorogare il suo mandato ma, per farlo, dovevano modificare la costituzione, che richiedeva una petizione popolare, il voto dell’Assemblea e una maggioranza di tre quarti, si fece un plebiscito e l’emendamento fu respinto. Aiutato da fratellastro Morny, esperto giocatore di borsa, Luigi Napoleone, per realizzare il suo progetto, da presidente della repubblica, pensò di collocare suoi uomini al vertice dell’esercito, della polizia e della prefettura di Parigi.
Voleva un’alleanza tra esercito e trono, poi avrebbe cercato l’alleanza fra trono e altare, fino allora in Francia avevano prevalso gli anticlericali (i poteri dello stato, nominati dalla costituzionem, sono tre, quelli innominati dalla costituzione sono due, cioè il clero e l’esercito). Perciò Napoleone III fece ministro della guerra il suo uomo Saint-Arnaud, prefetto di polizia di Parigi il suo uomo Maupas e ministro il suo fratellastro Morny.
Nell’estate del 1851 Luigi, il futuro Napoleone III, sostenuto dai suoi, si fece attribuire i poteri per modificare la costituzione, aspirava a saltare dalla presidenza della repubblica all’impero; il primo dicembre del 1851, il triumvirato Morny, Saint-Atrnaud e Maupas era all’opera, i tre si incontrarono all’Eliseo con Napoleone III e riferirono sulle misure preparate per il colpo di stato, il 2 dicembre ci fu il colpo di stato.
Napoleone III sciolse l’assemblea nazionale, proclamò lo stato d’assedio, lanciò un appello al popolo, promise una nuova costituzione, simile a quella di Napoleone I, e allungò il mandato del capo dello stato a dieci anni. Il Parlamento tentò di resistere e si appellò all’Alta Corte di Giustizia, poi però intervenne la truppa, che sciolse l’Assemblea; Napoleone III era raggiante, al suo fianco era il maresciallo di Francia, Gerolamo, fratello di Napoleone I, che era suo garante.
Al primo impero successe il secondo, però la piazza resisteva e minacciava l’insurrezione, le società segrete, che erano antesignane dei partiti moderni, distribuivano armi, si preparavano le barricate, ci furono scontri; le forze rivoluzionarie erano bene organizzate me le truppe demolirono le barricate e occuparono i punti nevralgici di Parigi. Napoleone III affermò di aver ripristinato l’ordine, il 20 dicembre 1851 tenne un plebiscito popolare e trascinò la Francia, sette milioni di voti sancirono la dittatura, mentre seicentomila la respinsero.
Probabilmente questi plebisciti erano truccati come quelli fatti per l’unità d’Italia e come quello che unì Nizza italiana alla Francia, la Francia faceva da maestra di democrazia all’Italia; Napoleone III era salutato come l’uomo della Provvidenza, si esaltò, divenne un despota e sacrificò tanti soldati nelle sue guerre; però, sotto di lui, all’interno la tranquillità sembrava ristabilita e l’ordine restaurato.
Napoleone III era stato in Italia e nel 1831 vi sostenne i moti liberali e anticlericali e aderì alla carboneria; era stato repubblicano, ma nel 1849 schiacciò la repubblica romana e nel 1851 si riaccostò alla chiesa, a causa di questi voltafaccia, il mazziniano Felice Orsini gli fece un attentato. Napoleone III fece un’attiva politica coloniale in Africa, nel 1859, intervenne in Italia, nella seconda guerra d’indipendenza italiana, a favore del Piemonte e contro l’Austria; nel 1867 intervenne a Roma a favore del papa contro Garibaldi, il quale fu sconfitto a Mentana.
Napoleone III fece un’infelice spedizione militare in Messico, nel 1870 si scontrò con la Prussia e fu sconfitto, nel 1871 andò esule in Inghilterra, dove morì nel 1873. Mussolini ebbe tra i suoi ispiratori Napoleone III, Garibaldi, Crispi, Giolitti e D’Annunzio, da Napoleone III prese l’arrivismo ma soprattutto il suo trasformismo verso la chiesa; infatti, entrambi erano stati anticlericali e poi per il potere, si appoggiarono alla chiesa e favorirono la chiesa e da questa furono entrambi chiamati uomini della Provvidenza.
Napoleone III era stato repubblicano e Mussolini era stato socialista, entrambi erano stati rivoluzionari, poi, per interesse economico e di potere, da autentici trasformisti, si riciclarono a destra e divennero autoritari, è accaduto altre volte in politica, del resto, anche l’autoritario Crispi era stato garibaldino; Mussolini, come tanti altri dittatori, da fascista, amava ancora dirsi rivoluzionario.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonti:
Storia Illustrata - Vol. XII pag.368-377 – Editore Mondadori
La storia della nascita degli Usa si sviluppa con la marcia verso l’Ovest, dove la giovane nazione aveva una frontiera mobile, è la storia della frontiera; nel 1620 i pellegrini puritani della nave Mayflower sbarcarono nel Massachusetts e da allora si sviluppò l’attrito con gli indiani. La dottrina calvinista della predestinazione, di cui i puritani erano seguaci, ne ostacolava l’attività missionaria, però ubriacavano gli indiani e poi ne acquistavano le pellicce e la terra a basso prezzo.
Mentre i bianchi puritani davano importanza alla proprietà della terra, anche per sentirsi liberi, memori del vecchio servaggio inglese, gli indiani ritenevano la terra proprietà collettiva della tribù; comunque, tra i puritani e prima dei quaccheri, che erano a favore degli indiani, l’ecclesiastico Roger Williams fece scandalo insegnando che gli uomini erano fratelli e che la terra apparteneva agli indiani.
Roger Williams fondò una colonia democratica nel Rhode Island, dopo aver acquistato la terra dagli indiani, in essa vigeva la separazione tra Stato e Chiesa, la tolleranza religiosa e l’autogoverno, Roger era contro i diritti della corona; anche i quaccheri acquistarono terra dagli indiani, per gli indiani. Poiché il pastore Roger Williams usava riguardo verso gli indiani, fu espulso dalla sua colonia; anche i puritani uccidevano gli indiani, in una tomba di un puritano era scritto che uccise 98 indiani che il signore gli aveva destinato, sperava di portare questa cifra a 100, quando si addormentò nelle braccia di Gesù.
Alla fine della guerra dei sette anni, nel 1763 la Francia perdette le sue colonie canadesi, a vantaggio dell’Inghilterra, in quell’anno una legge inglese vietava gli stanziamenti dei coloni a Ovest dei grandi fiumi, ma questa legge non fu rispettata; poi, dal 1776 al 1783, ci fu la guerra d’indipendenza americana e le tredici colonie atlantiche, dopo aver emanato la dichiarazione d’indipendenza, ottennero l’autonomia e si costituirono in confederazione.
Quindi i coloni penetrarono nel bacino del Mississippi, il confine con il Canada inglese era vago, da quel momento l’Ovest passò sotto l’amministrazione del Congresso, il che rafforzò l’autorità centrale; da quel momento i nuovi territori colonizzati erano soggetti al Congresso e quando un territorio cresceva in abitanti, diventava un nuovo stato dell’Unione. Per stabilire i confini con le nazioni indiane, si facevano trattati con gli indiani che non duravano, era difficile arginare l’espansione dei coloni a Ovest.
La convivenza con gli indiani era difficile, i bianchi sterminavano i bisonti e gli indiani non capivano la smania dei bianchi di possedere la terra, gli indiani erano costretti a emigrazioni forzate ed era il disfacimento della nazione indiana; gli indiani erano colpiti anche da alcolismo e malattie, a loro va la simpatia per i vinti, mentre per i bianchi, in marcia verso l’Ovest, il riconoscimento della grandezza della loro impresa.
Il viaggio durava mesi e procurava molte morti ai coloni, anche Lincoln da bambino emigrò con i genitori dall’Illinois al Montana, esisteva il pericolo degli attacchi degli indiani e perciò i bianchi si riparavano nei forti, costruiti con palizzate lungo la frontiera, su modello romano; in questi forti, dominava affollamento e sporcizia, perciò erano solo luogo di riparo e di sosta. In questa epopea, gli indiani appresero dai coloni inglesi l’uso delle armi da fuoco, dopo aver appreso dagli spagnoli l’uso del cavallo.
Quando i coloni raggiungevano la terra dove volevano stabilirsi, ne segnavano i confini e poi depositavano gli atti al tribunale della Contea, ottenendo la conferma della proprietà mediante il pagamento di un canone prima alla corona e poi, con l’indipendenza, al governo americano, l’espansione si sviluppava nelle terre tra Allegani e Mississippi. Le capanne di tronchi dei coloni furono costruite la prima volta dagli scandinavi, invece gli indiani vivevano nelle tende dette tipì.
Abramo Lincoln e il suo rivale Jefferson Davis, dei confederati ribelli del sud, erano vissuti un una di queste case, formate di un’unica stanza al pianterreno, con focolare e cucina, e un reparto notte in soffitta, senza arredo; Lincoln vide un letto per la prima volta a dodici anni.
Napoleone aveva bisogno di denaro e nel 1803 cedette la Louisiana, nel 1820 si riteneva che gli Usa avessero raggiunto la frontiera definitiva, pero gli indiani erano soggetti all’incessante pressione dei bianchi e perciò il presidente Monroe offrì loro delle riserve; questa politica fu attuata dal 1825 al 1832 e fece nascere l’Ufficio per gli Affari Indiani. Dal 1832 al 1840 gli indiani furono allontanati dagli stati a est del Mississippi, furono deportati fino ai grandi laghi; alcune tribù si sottomisero e altre si ribellarono.
Funzionari disonesti speculavano sui fondi stanziati dal governo per gli indiani, per viveri e vestiario, tanti indiani morirono nella marcia; comunque, si riteneva che gli Usa avessero raggiunto la massima estensione e non potessero estendersi oltre il Missouri, perciò gli ultimi indiani sarebbero rimasti indisturbati; nel 1835 il presidente Jackson aveva questa convinzione, ne parlava in buona fede, ma aveva torto.
Nel 1820 Moses Austine chiese all’autorità spagnola del Texas l’autorizzazione a trasferirci trecento famiglie americane, assicurando che sarebbero state cattoliche e che i terreni sarebbero stati resi produttivi, la domanda fu accolta. Nel 1821 il Texas si rese indipendente dalla Spagna e la concessione fu confermata dal nuovo governo messicano; per avere le concessioni, i coloni si facevano cattolici per dieci minuti e poi tornavano protestanti.
La schiavitù era stata abolita in Messico e pertanto ai coloni fu proibito di possedere schiavi e fu imposto di liberare gli schiavi, perciò ci furono attriti con gli spagnoli; nel 1819 gli Usa avevano acquistato la Florida dalla Spagna, perciò nel 1827 il presidente Adams si offrì di comprare il Texas dal Messico ma ne ebbero un rifiuto. Nel 1836 in Texas, a parte gli indios, esistevano trentamila coloni inglesi e tremila coloni spagnoli.
Il governo messicano voleva ostacolare l’americanizzazione della regione e nel 1830 mise anche delle tariffe doganali sulla merce importata dagli Usa, però l’immigrazione clandestina continuava; il generale Santa-Anna decise di stroncare le velleità autonomistiche e ad Alamo fece un massacro degli americani; non era finita, il Texas, proclamò la sua indipendenza e poi si rifece anche militarmente su Santa Anna.
Il 14.5.1936 un trattato di pace riconosceva il Texas indipendente, questo nel 1845 entrò a far parte degli Usa, questo fatto portò alla guerra con il Messico, gli americani invasero il territorio messicano, proclamarono l’autonomia della California e un suo governo provvisorio; il 13.9.1847 le truppe americane giunsero a città del Messico, nel 1848 fu conclusa la pace e gli Usa, in cambio di un indennizzo, acquistarono California, Nuovo Messico e Utah.
In quell’anno in California fu scoperto l’oro e si diffuse la febbre dell’oro, con nuovi immigrati, tanta gente, da tutti gli Usa, cambiava il mestiere per fare il cercatore d’oro; nel 1849 a San Francisco arrivarono immigrati cinesi e giapponesi, crebbe il gioco d’azzardo e si sviluppò anche la città di Sacramento. Per garantire l’ordine, si creò il corpo volontario dei vigilantes, che amministravano anche la giustizia, nel Colorado si scoprì l’argento.
Poi i coloni si diressero in Oregon, vicini ai domini russi dell’Alaska e inglesi del Canada, in quella regione cercavano pellicce. Longo la via dell’Oregon vi erano anche i mormoni, che non erano né puritani, né quaccheri, ma si dicevano i santi dell’ultimo giorno; nel 1830 erano tremila, erano poligami e il loro capo Joseph Smith riceveva rivelazioni e voleva fondare la Nuova Gerusalemme. I mormoni si spostarono tra Ohio e Missouri, vista la scarsità di donne nell’ovest, la loro poligamia destava ostilità, perciò nel 1844 Smith fu arrestato e giustiziato.
I mormoni migrarono e si stabilirono a Salt Lake city, capitale dell’Utah, dove volevano fondare la Nuova Gerusalemme, irrigarono la terra e fondarono una teocrazia; nel 1850 si sviluppò la ferrovia che attraversava le pianure centrali riservate ai pellirossa e così, la frontiera indiana fu infranta un’altra volta. Nel 1860 fu la guerra civile, fu abolita la schiavitù e fu salvaguardata l’unità dello stato.
Nel 1867 gli Usa acquistarono l’Alaska dalla Russia e nel 1959 la regione divenne il 49° stato dell’unione, nel 1893 gli Usa presero il controllo delle isole Hawaii che nel 1959 divennero il 50° stato; oggi Portorico è un protettorato americano e potrebbe diventare il 51° stato della federazione. Quanto detto sull’espansione americana vale anche per gli altri paesi, nessuno stato è nato pacificamente o per libera scelta di tutti i residenti; i russi si espansero in Siberia e Asia Centrale più per volontà degli zar che dei coloni russi; sottomisero, sterminarono e spostarono popolazioni indigene, costrinsero gli aleutini dell’Alaska a catturare in acqua le lontre da pelliccia, fino a che finirono lontre e aleutini, quindi vendettero l’Alaska agli Usa.
Alla metà del XIX secolo, la nazione americana era divisa in due zone, una a est e una a Ovest, separate dalla terra di nessuno; la posta ovviava al problema, prima era fatta con carrozze e cavalli e relative stazioni di poste per il cambio dei cavalli, poi fu l’avvento di telegrafo e ferrovie; le persone si spostavano con i cavalli e le diligenze, però un viaggio dal Missouri alla costa del Pacifico durava 24 giorni ed esisteva sempre la minaccia dei banditi e degli indiani.
L’avvento delle ferrovie accelerò l’invasione del territorio indiano, cioè delle riserve indiane, nell’Ovest l’avanzata della ferrovia era accompagnata dalla nascita di turbolente città che, con i saloon, ospitavano avventurieri e donne di facili costumi; dal 1870 al 1880, nelle regioni occidentali, lo sviluppo delle ferrovie assunse un ritmo sempre più serrato. Dal 1861 al 1865 ci fu la guerra civile tra gli stati del nord e quelli del sud, però, dopo quella data, il paese non fu pacificato, perché continuarono le guerre indiane.
Dopo la scoperta dell’oro, nel territorio indiano ci fu l’afflusso di tanti cercatori e gli indiani si ribellarono, perciò nel 1876 i sioux di Toro Seduto sconfissero il generale Custer a Little Big Horn; però l’epopea indiana non finì, nel 1877, Giuseppe, il capo degli indiani Nasi Forati, si arrese agli americani del generale Miles e nel 1886 Miles costrinse Geronimo, capo degli Apache, ad arrendersi.
Come animali in gabbia, Toro Seduto e Geronimo prigionieri divennero artisti da circo, in spettacoli organizzati da Buffalo Bill; nel 1890 Toro Seduto fu ucciso dai bianchi in un ultimo scontro. Tra i personaggi del West, James Hickok lavorava ai Pony Express, Buffalo Bill o colonnello Cody era esploratore dell’esercito, cacciatore di bufali e ufficiale di polizia incaricato di mantenere l’ordine, Jesse James assaltava treni e banche; dopo il 1890, le pianure, un tempo dominate dagli indiani, si trasformavano in immense distese di grano e in zone di allevamento di bovini; da allora, si fece forte l’immigrazione italiana e da altri paesi europei.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonti:
“Il nostro nemico lo stato” di Albert Nock – Liberilibri;
“La proprietà è sacra” di Guglielmo Piombini – Edizioni Il Fenicottero;
“Il libro nero del cristianesimo” di Fo,Tomat e Malucelli – Ed. Nuovo Mondo;
“Storia Illustrata” Volume XI – XII - Mondadori Editore.
LE REPUBBLICHE MARINARE ITALIANE
La gloria di Amalfi cominciò nel 839, nel 846 la città si batte vittoriosamente contro navi saracene e nel 879, per rendersi indipendente da Costantinopoli, fece un trattato di amicizia con i saraceni; Amalfi aprì fondaci e banche e ottenne privilegi a Tunisi, Tripoli, Alessandria e Costantinopoli. Nel 1013 i marosi distrussero la flotta e le case di Amalfi, nel 1135 Pisa la saccheggiò, nel 1343 la città subì un’altra rovinosa mareggiata.
Gli amalfitani fondarono ospizi e ospedali, a Gerusalemme, presso il Santo Sepolcro, aprirono un ospedale per i pellegrini, dedicato a San Giovanni, da esso nacquero i cavalieri di San Giovanni o giovanniti o gerosolomiti, poi chiamati cavalieri di Rodi e poi di Malta; questi cavalieri, come gli altri ordini cavallereschi, erano formalmente sottoposti al papa, nel 1291 si trasferirono a Cipro, nel 1308 a Rodi e nel 1530 a Malta.
Nell’XI secolo Amalfi era la città più ricca di Italia e aveva una prestigiosa scuola di medicina, forse inventò la bussola, però nel 1081 il commercio di Venezia superò quello di Amalfi, soprattutto a Costantinopoli, dove Venezia si era impegnata a difendere l’impero bizantino; da allora Amalfi dovette pagare un tributo ai veneziani di Costantinopoli. Nel 1127 il normanno Ruggero II di Sicilia era padrone di Amalfi, nel 1135 era in guerra con Pisa e una flotta pisana mise a sacco la città e Amalfi divenne tributaria di Pisa.
Nel 1005 Pisa sconfisse nelle acque calabresi la flotta musulmana, nel 1015 sottrasse la Sardegna ai saraceni, nel 1034 i pisani assaltarono Tunisi, nel 1063 forzarono Palermo che era in mani musulmane. Alla fine dell’XI secolo, con la prima crociata, i turchi avevano preso il posto degli arabi in Terrasanta e si chiedeva alle potenze cristiane di proteggere i pellegrini in Terrasanta.
I pisani ebbero un quartiere di Laodicea di Siria, città che però apparteneva a Costantinopoli e non ai turchi; allora in veneziani, che con un trattato del 1081 si erano impegnati a difendere l’impero bizantino, si misero alla caccia della flotta pisana. Nel XII secolo i pisani cercarono di sfruttare il disaccordo sorto tra Costantinopoli e Venezia, nel 1113 attaccarono i musulmani delle Baleari, nel 1181 ottennero vantaggi commerciali e un fondaco a Maiorca, nel 1135 distrussero la flotta pisana.
Pisa godeva di privilegi negli scali, aveva franchigie doganali e per il dominio nel Tirreno era rivale di Genova, pomo della discordia tra Pisa e Genova erano Corsica e Sardegna, che fecero nascere delle guerre tra le due città, Pisa era ghibellina e Genova guelfa. Nel 1284, alla Meloria, la flotta pisana fu distrutta da quella genovese, nel 1293 Pisa dovette cedere parte di Corsica e Sardegna, così Pisa fu bloccata sul mare da Genova e sul retroterra da Firenze; nel 1326 cessò il dominio pisano sulla Sardegna che passò agli aragonesi.
Anche Genova esordì come potenza navale contro i musulmani, che avevano una base presso Nizza, le navi genovesi appartenevano a privati che poi si fusero in una compagnia; con le prime crociate, Genova prese Antiochia e si appropriò di un quartiere della città. Genova mosse i suoi primi passi nella lotta contro i musulmani di Frassineto, vicino a Nizza, partecipò alla prima crociata e ne ricavò un fondaco ad Antiochia, privilegi, esenzioni d’imposte e un quartiere in città; Genova non partecipò alla seconda crociata.
Nel 1198 l’imperatore Federico II cancellò ogni privilegio genovese, nel 1204 i crociati conquistarono Costantinopoli e, durante la quarta crociata, Venezia fondò l’impero latino d’oriente. L’espansione di Genova fu bloccata da Venezia e perciò Genova si affidò a navi corsare, conquistò punti chiave a Malta, Corfù e Creta; nel 1235 Genova condusse un colpo di mano contro Ceuta, in Marocco, ottenne fondaci in Tunisia; Genova era guelfa e Pisa ghibellina, nel 1234 i pisani attaccarono navi genovesi che portavano i cardinali francesi per il concilio a Roma.
Nel 1250 ad Acri in oriente la flotta genovese fu distrutta dai veneziani, però nel 1261 Genova aiutò l’imperatore d’oriente a cacciare i crociati da Costantinopoli e ricevette in cambio una compartecipazione maggioritaria alle entrate doganali e un quartiere nella città, aveva anche un fondaco sul Bosforo. Genova attaccava anche i porti dalmati di Venezia, nel 1298 fu lo scontro navale con Venezia, che fu sconfitta da Genova e tra i veneziani prigionieri c’era Marco Polo.
Nel 1291 i genovesi, per arrivare in India, tentarono il periplo dell’Africa, poi tentarono un’alleanza con i mongoli, che nel 1258 avevano preso Bagdad e la Persia; in tempo di pace, la flotta genovese, per non rimanere inattiva, faceva scorrerie nelle acque greche. I Visconti di Milano premevano alle sue spalle, perciò si allearono con Venezia e fu la guerra di Chioggia; nel 1379 i veneziani furono sconfitti dai genovesi e Venezia fu bombardata dall’ammiraglio genovese Pietro Doria; nel 1380 Venezia ebbe la rivincita, però poi iniziò la decadenza genovese; da allora Genova ebbe padroni francesi, piemontesi e lombardi.
I genovesi traghettarono ai Dardanelli i turchi sconfitti da Ungheresi, Polacchi e Tedeschi e quando nel 1453 il sultano Maometto II diede l’assalto finale a Costantinopoli, poté contare anche sull’aiuto di navi veneziane, mentre i genovesi di un quartiere della città, per non perdere i loro privilegi, aiutarono il sultano. Però è anche vero che genovesi e veneziani combatterono assieme contro Maometto II nel 1453 a Costantinopoli; quando la città cadde, i profughi greci si riversarono a Venezia e in occidente con i loro beni. Anche questi sono i misteri della politica; negli anni successivi caddero gli ultimi scali genovesi in Crimea e il loro posto fu preso dagli zar.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tuin.it
Fonte:
Storia Illustrata di Marzo 1968 n.124
Anarchia significa in greco senza superiore, padre dell’anarchia è considerato l’inglese William Godwin, (1756-1836), figlio di un pastore protestante, era ateo e affermava che il governo era un male e un’usurpazione, diceva che, in attesa di poterlo abolire, andava ridotto al minimo. Affermava che i governi proteggevano la proprietà privata, i ricchi e creavano le disuguaglianze sociali, portando alle ribellioni; perciò bisognava sostituire i governi centrali con amministrazioni locali, sosteneva che in una società libera ed egualitaria si poteva ridurre l’orario di lavoro. All’inizio Godwin appoggiò la rivoluzione francese (1789), poi fu deluso dai suoi eccessi; d’altra parte, per il Direttorio francese, sotto Napoleone, gli anarchici erano considerati criminali contro tutte le leggi e i governi, capaci di tutti gli eccessi e di tutti i delitti.
Il libertario o anarchico tedesco Max Stirner (1806-1856) era individualista ed esaltava l’egoismo, era nemico dello stato, non voleva chiedere allo stato né diritti, né autorizzazioni; affermava che, senza il governo, gli egoismi individuali si potevano conciliare; era insofferente ai freni, affermava che un giorno tutti gli individui ribelli alle costrizioni dello stato si sarebbero lanciati nella lotta di liberazione.
In Francia Giuseppe Proudhon (1809-1865), propose l’abolizione della proprietà e della moneta, proponeva un anarchismo a sfondo sociale e affermava che la proprietà era un furto; al posto dell’individualismo egoista di Stirner, sosteneva l’individualismo sociale, affermava che la proprietà era incompatibile con la giustizia e creava profonde disuguaglianze; affermava che al singolo doveva essere lasciato solo ciò che produceva, gli utensili di lavoro e la casa.
Proudhon non voleva il comunismo ma voleva abolire il governo, voleva un’organizzazione economica non basata sulle leggi ma sui contratti privati. Non voleva regole, ordini e divieti imposti dall’alto; sotto Luigi Filippo fu denunciato e la giuria non lo condannò con la motivazione che non lo capiva. Il romanziere russo Leone Tolstoi (1828-1910) divenne discepolo di Proudhon.
Tolstoi affermava che lo stato era il prodotto di una cospirazione, voleva una società senza stato e senza legge. La produzione andava fatta a mezzo di cooperative e la distribuzione dei beni andava fatta secondo i bisogni; per instaurare l’anarchia, suggeriva di non servire più lo stato e di non pagare più le tasse, il suo movimento fu tollerato dagli zar e distrutto dai bolscevichi.
L’anarchismo ricorse anche alla violenza e al terrorismo contro i potenti, nel 1864 l’aristocratico russo Michele Bakunin (1814-1876) giunse in Italia e gli si accostarono gli italiani Pisacane, Cafiero, Malatesta, e Costa; Carlo Pisacane aveva introdotto in Italia le idee di Proudhon e fu anche patriota risorgimentale; Bakunin voleva il riscatto dalla miseria, nel 1848 era a Parigi, fu deportato in Siberia. In Italia Bakunin fondò l’Associazione fratellanza internazionale e scrisse il catechismo rivoluzionario con cui dichiarava guerra allo stato e alla religione.
Bakunin, Carlo Cafiero, Andrea Costa ed Enrico Malatesta diressero l’insurrezione anarchica di Bologna del 1874, che doveva avere come fine l’emancipazione del genere umano; purtroppo si radunarono solo duecento persone che furono disperse dalla polizia o arrestate. Costa e Malatesta furono arrestati, Bakunin e Cafiero si rifugiarono in Svizzera; nel 1876 Bakunin morì e Costa passò al socialismo.
Nel 1877 Cafiero e Malatesta tentarono un’insurrezione presso Benevento, ma non furono seguiti dai contadini, nel 1883 Cafiero impazzì, Malatesta andò in America e poi tornò in Italia, fondando, il primo quotidiano anarchico, Umanità Nova, la cui sede milanese fu devastata dai fascisti. Un altro anarchico fu l’aristocratico russo Pietro Kropotkin, esule in Svizzera e Francia, ammirato da Ernesto Renan e Victor Hugo.
Kropotkin, imprigionato in Francia e poi liberato, alla vigilia della prima guerra mondiale, si schierò con Francia e Inghilterra, deludendo gli anarchici; nel 1917, allo scoppio della rivoluzione russa, tornò a Pietrogrado, dove Kerensky lo accolse bene, non fu così con il governo bolscevico che seguì, perché Lenin perseguitava gli anarchici. Kropotkin era campione d’individualismo, alla sua morte, avvenuta nel 1921, le bandiere nere anarchiche portavano la scritta: “Dove c’è l’autorità non c’è la libertà”.
In Francia Sebastiano Faure, ex seminarista gesuita, era libertario, così Francesco Ferrer in Spagna, che era antimilitarista e antireligioso e voleva l’istruzione per operai e contadini; nel 1909 Ferrer partecipò a un’insurrezione a Barcellona, assieme a socialisti e sindacalisti, durante la quale furono distrutte chiese e conventi; la rivolta fu repressa e Ferrer fu fucilato. La FAI o Federazione anarchica spagnola, nata nel 1927, nel 1936 si distinse nella guerra civile spagnola e distrusse edifici religiosi, nel 1938 aveva 150.000 aderenti; fu ferocemente contrastata dai comunisti del commissario politico stalinista Palmiro Togliatti; nel 1939, con la vittoria del franchismo, gli ultimi anarchici spagnoli ripararono in Francia.
In America era anarchico Beniamino Tucker, seguace di Proudhon, però, in generale, nel paese gli anarchici non erano ben visti; nel 1903 fu proibito l’ingresso degli anarchici nel paese, nel 1927 finirono sulla sedia elettrica gli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, accusati di assassinio e probabilmente innocenti. Gli immigrati avevano introdotto in America il terrorismo anarchico, nel 1901 il presidente McKinley fu ucciso da un terrorista anarchico polacco, nel 1933 Roosevelt sfuggì a un attentato da parte dell’anarchico italiano Giusepe Zangara.
Nel 1892 in Francia l’anarchico Ravachol fece attentati intimidatori contro giudici e testimoni, nel 1891 l’anarchico Leautier ferì in un attentato a Parigi il ministro di Serbia, nel 1893 un anarchico antiborghese gettò una bomba nella camera dei deputati; nel 1894 un anarchico lanciò una bomba contro un caffè frequentato da senatori francesi, lo stresso anno l’italiano Caserio pugnalò a morte il presidente francese Sadi-Carnot.
Nel 1895 subì un attentato Alfonso Rothschild, nel 1897 subì un attentato il presidente della repubblica francese Faure, nel 1905 gli anarchici spagnoli lanciarono una bomba contro la carrozza di re Alfonso XIII di Spagna in visita a Parigi; nel 1919 l’anarchico Cottin sparò al presidente Clemenceau, ferendolo, nel 1923 un’anarchica ferì il segretario del capo dei monarchici francesi, Leone Daudet.
In Italia Umberto I subì attentati nel 1878, nel 1897 e nel 1900 per mano di Gaetano Bresci e questa volta ne morì, nel 1899 subì un attentato Crispi, Vittorio Emanuele III subì un attentato nel 1912 e uno nel 1928. A Barcellona ci furono scoppi di bombe nel 1893 e nel 1896; nel 1897 fu ucciso a rivoltellate dall’italiano Michele Angiolillo il presidente del consiglio spagnolo Canovas del Castillo. Nel 1906 un anarchico spagnolo gettò una bomba contro Alfonso XIII, nel 1912 fu ucciso il primo ministro spagnolo Canelejas, nel 1921 fu ucciso il presidente del consiglio spagnolo Eduardo Dato, nel 1923 fu ucciso l’arcivescovo di Saragozza, Soldevila.
In Russia il terrorismo voleva eliminare il regime zarista, vi parteciparono anarchici, socialisti e nihilisti, cioè l’ala più estrema degli anarchici; generalmente gli anarchici erano intellettuali o nobili; nel 1905 un attentato fece a pezzi il granduca Sergio, zio di Nicola II; Alessandro II subì diversi attentati e fu assassinato nel 1881, anche se era stato un autocrate illuminato. In Germania nel 1883 subì un attentato Guglielmo I, la sua famiglia e Bismarck. Nel 1898 l’Italiano Luigi Luccheni pugnalò a morte a Ginevra l’imperatrice d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe.
Oggi pare che gli anarchici non siano più terroristi, ma lo sono partiti religiosi e politici e, in epoche precise, gli stessi stati, spesso colpiscono anche i civili inermi. L’ateismo, anche se riservato a un’élite intellettuale e coraggiosa, anche se celato ed esorcizzato dallo stato, è vecchio quanto la religione; anche l’anarchia, come idea, è vecchia quanto lo stato, dalla notte dei tempi, è albergata nella mente di molti uomini dotati.
Anche tra i personaggi irreggimentati dominano idee libertarie, come il “laissez faire” del liberismo, l’autodeterminazione, il localismo, il decentramento, la sovranità popolare, l’autogoverno e l’individualismo; nel XX secolo in Italia il sacerdote Don Milani era uno dei membri dell’opposizione nascosta entro la chiesa, che aveva sempre sostenuto l’obbedienza e il principio d’autorità; Don Milani, in controtendenza, affermava che l’obbedienza non è una virtù.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.
Fonte:
“Storia illustrata” Agosto 1967 n.117
Vittoria, della dinastia Windsor - Hannover, nel 1837, meno che ventenne, divenne regina; era arrogante e moralista, ma divenne l’amante del primo ministro Lord Melbourne, che aveva il doppio dei suoi anni. Vittoria sostenne il partito liberale dei Whig e si sposò il principe Alberto di Sassonia-Coburgo che era bello ma povero. A quell’epoca il primo ministro Lord Palmerston voleva trascinare l’Inghilterra in guerra, nella guerra civile americana, a fianco degli schiavisti del sud; nel 1861 Alberto morì e la regina pareva impazzita, ma poi si consolò con lo stalliere Jhon Brown, di 8 anni più giovane di lei.
Della regina Vittoria d’Inghilterra (1819-1901) si dice spesso che era moralista ma, per rispetto verso l’istituto monarchico, non si aggiungono altre curiosità sulla sua corte e sui suoi ospiti. Alla corte della Regina Vittoria era proibito fumare, ci si annoiava, i servitori erano pagati poco e rubavano; era un ambiente rigido e formale, con tante regole di etichetta.
Tra gli inservienti esisteva l’ammazzatopi, il cavadenti, lo spazzacamino e il poeta di corte che era pagato meno dell’ammazzatopi; però erano pagati molto bene il lord Ciambellano e il sovraintendente al guardaroba. A proposito della burocrazia della corte, nelle sale da pranzo si moriva di freddo e non ci si poteva lamentare con il maestro della casa perché era compito del lord maggiordomo disporre della legna e del lord ciambellano appiccare il fuoco.
Se si rompeva un vetro in cucina, il cuoco firmava una richiesta, il sovraintendente alla cucina la controfirmava, quindi la richiesta d’intervento passava al maestro di casa, al lord Ciambellano e al sovraintendente ai lavori. Tutta la gente mal pagata della corte si rifaceva rubando, a man bassa, candele, avanzi di candele, scope, spazzole, il risultato era che il castello di Windsor e il palazzo reale avevano un’aria tutt’altro che pulita.
Tra le curiosità degli ospiti reali, lo zar di Russia chiese un fascio di paglia delle scuderie, perché era abituato a dormirci sopra; lo scià di Persia cacciava le dita nei piatti di portata, si toglieva il cibo di bocca sgradito e lo gettava sotto il tavolo; lo scià si portava dietro il portatore di pipa e il portatore di coppa, però il regolamento di Vittoria gli impediva di fumare. Si poteva fumare il sigaro o la pipa solo nella sala biliardo e all’aperto, dove, seconda regina, il fumo era utile perché teneva lontane le zanzare.
Quando la democrazia è decotta, s’invoca la dittatura o il ritorno della monarchia e oggi la televisione fa di tutto per presentare, in maniera benevola, le case reali, inducendo la gente a sognare di fronte a un mondo che sembra di fiaba; ciò che conta per il potere occulto che dirige lo stato, è che la gente continui a lavorare, a combattere, a fare figli e a pagare le tasse, e che, come diceva la chiesa e Mussolini, creda, obbedisca e combatta, perché se non crede alle illusioni, non obbedisce e combatte ancora peggio le guerre presentate come giuste. Disinformazione dei media prezzolati, propaganda e statistiche di stato false aiutano la gente a credere.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonte
“Storia illustrata” Luglio 1967 n.116
Roma in ascesa ebbe diverse guerre contro i sanniti, perciò nel 321 a.c. era in guerra contro i sanniti, i quali occupavano in vasto territorio da Napoli all’Adriatico, che arrivava fino alla provincia dell’Aquila e comprendeva città importanti come Nola, Capua, Cuma e Benevento. In quella data, in una gola, in provincia di Benevento, i romani subirono una tremenda sconfitta e i sanniti, per umiliarli, li costrinsero a passare sotto un giogo.
Il giogo è un dispositivo per la trazione animale da lavoro e uno strumento di legno con cui si accoppiano due buoi al lavoro, applicandolo al loro collo, in araldica è simbolo di unione coniugale, presso romani antichi e sanniti era simbolo di sottomissione e sconfitta; era fatto di tre picche, di cui due piantate a terra e una terza che sormontava le due; sotto quest’arco erano fatti passare gli eserciti sconfitti.
A causa di questa mortificazione, il senato romano non volle ratificare la pace con i sanniti, nel 321 a.c. le legioni romane sconfitte erano guidate dai consoli Veturio e Postumio, che cedettero di fronte alle truppe nemiche di Ponzio Sannita (per inciso, nei secoli a venire, quando Roma ebbe assimilato i popoli del Sannio, Ponzio Pilato era della provincia dell’Aquila).
La località ove avvenne il fatto era presso gli attuali comuni di Arpaia e Forchia, il comune di Arpaia ha ricordato l’evento con una lapide di marmo applicata all’ingresso del Comune; Arpaia era una zona fortificata ed era avamposto della celebre città di Caudium, la principale città dei sanniti caudini, identificata con l’attuale Montesarchio (Bn), da essa le forche presero il nome; però la gola non è stata trovata, forse erosa dagli elementi e dagli sterramenti umani.
Durante il ventennio fascista, maturò la volontà degli arpiesi di rivendicare la strepitosa sconfitta dei romani, ma per prudenza, visto che i fascisti, nazionalisticamente, esaltavano Roma, per le sue leggi, i suoi ordinamenti, le sue strade, la sua lingua, la sua civiltà e le sue opere pubbliche, la lapide fu collocata solo nel 1947, cioè dopo la caduta del fascismo. Per inciso, va ricordato che tutti gli imperi, prima e dopo Roma, sono nati con la forza delle armi, esattamente come gli stati nazionali di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania e Italia; in questi processi nazionali di omologazione, la sovranità o la voce del popolo non è mai entrata, cioè il popolo non è stato mai ascoltato.
Alla decisione di Arpaia di collocare la lapide, i forchesi reagirono, infatti, anche Forchia aveva avuto un fortilizio romano, inoltre aveva dalla sua parte l’etimologia, il nome del loro paese derivava direttamente da Furculae; perciò i forchesi vollero riaffermare la loro verità storica con uno stemma, approvato nel 1954 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, e sistemato nella bandiera comunale.
Il nuovo stemma compare tra gli stemmi e i gonfaloni delle province e dei comuni italiani, sotto l’emblema vi è la seguente nota storica: “Forchia sorge nelle località delle famose Forche Caudine, sotto la quale dovettero passare i consoli romani Postumio Albino e Tito Veturio Calvino, assieme ad alti dignitari romani e soldati romani sconfitti dai sanniti nel 321 a.c.”. Lo stemma raffigura due lance infisse sul terreno, con una terza lancia appoggiata su di esse, con un soldato romano che passa sotto di esse.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonte:
“Storia Illustrata” Febbraio 1967 n.111
Fouché fu un vero trasformista o traditore politico, da religioso divenne giacobino e poi capo della polizia di Napoleone, come tanti politici, era animato da un ardente desiderio di potere; con i suoi salti della quaglia, sopravvisse a monarchia, rivoluzione, repubblica e impero, riuscendo a condizionare gli avvenimenti di Francia. Lavorava dietro le quinte di grandi personaggi ed esercitava un potere sotterraneo, era capace di penetrare il cuore degli uomini, di coglierne le debolezze e di sfruttarne i vizi.
Nel 1799, sotto il Direttorio, era ministro della polizia e, in tale veste, divenne una forza occulta che muoveva i fili della politica; era un ambizioso parvenu, era appartenuto alla piccola modesta borghesia di Nantes e, per ascendere di classe, pensò anche di prendere i voti, era vissuto tra i preti, ma poi tornò indietro. Durante la Convenzione del 1792, succeduta all’Assemblea legislativa, era stato tra le fila dei moderati girondini, però 16.1.1993, con una conversione a sinistra, votò la morte per il re e passò tra i banchi dei giacobini, da quel momento, divenne un acceso rivoluzionario e fu mandato come commissario politico a Nantes.
Eliminati gli aristocratici, attaccava i borghesi che si godevano il frutto della rivoluzione, chiedeva loro di contribuire ai bisogni del popolo, covava l’odio del diseredato contro il ricco, da ecclesiastico rinnegato attaccava anche la chiesa, il suo potere e i suoi privilegi; però Robespierre, era anticlericale ma non ateo, colpiva i nemici della rivoluzione ma era contro i massacri indiscriminati, la corruzione e le vendette personali, perciò Fouché, per prudenza, fu costretto a ridurre le esecuzioni.
Nel Termidoro del 1794 Fouché, manovrando dietro le quinte, riuscì a provocare la caduta di Robespierre, in quel momento assecondava le aspirazioni della borghesia, da lui prima combattuta, la quale voleva godersi tranquilla il frutto della rivoluzione; dal colpo di stato del Termidoro uscì il nuovo regime del Direttorio. All’inizio Fouché, a causa dei suoi trascorsi, era braccato dalla polizia, nessuno dei rivoluzionari, coma accadrà sotto Stalin in Russia, si sentiva sicuro.
Fouché però, attento a ogni spirar di vento, si riprese e riuscì ad acquistare la fiducia di Barras, che era uno dei membri del Direttorio; come ministro della polizia, aveva ancora sete di potere e di denaro, in tale veste, riuscì a mettere in ogni ministero e in ogni salotto un suo agente; d’altar parte, aveva imparato che gli uomini si possono comprare. Da ministro della polizia sapeva che Bonaparte voleva prendere il potere assoluto e gli fece capire che non lo avrebbe ostacolato.
Fouché fu riconfermato da Napoleone nella sua carica di capo della polizia e Napoleone diventò primo console a vita, ora mirava alla corona e Fouché doveva preparargli la strada; sempre ligio, Fouché forniva informazioni e rapporti sulle persone a Bonaparte, che aveva bisogno di lui, ma lo considerava un essere infido. I grandi uomini, i sovrani assoluti o i dittatori, non sempre fanno scelte indipendenti, a volte sono costretti a servirsi di collaboratori che non stimano.
Nel marzo del 1804 Bonaparte era imperatore e Fouché, confermato ministro della polizia, possedeva un archivio contenente tutti i segreti della Francia imperiale; per dimostrarsi attendibile, nei suoi rapporti all’imperatore preferiva far parlare gli altri, però diceva sempre di si all’imperatore, sapeva recitare bene; Napoleone, che non poteva fare a meno di lui, lo fece anche duca d’Otranto.
Però Napoleone, contemporaneamente, non si fidava di lui, a un certo punto lo accusò di abuso di fiducia e lo allontanò da se, nominandolo ambasciatore a Roma; Fouché, per vendicarsi, nascose i suoi documenti segreti, capaci di ricattare anche l’imperatore. Bonaparte, minaccioso, ne ordinò la consegna, Fouché li consegnò e poté ritornare in Francia, sempre come ministro della polizia; questa volta Napoleone lo aveva chiamato a se non tanto per servirsi di lui, ma soprattutto per tenerlo sotto controllo.
Intanto il traditore Fouché trattava con Metternich e con Luigi XVIII (morto nel 1824), fratello di Luigi XVI, che aspirava al trono di Francia, sembrava che avesse tutte le carte in mano; il 18 giugno 1815 Napoleone fu sconfitto definitivamente a Waterloo e perciò Fouché, che non voleva affondare con Napoleone, decide il rovesciamento di fronte. Bonaparte abdicò e a capo del governo provvisorio fu messo come presidente Fouché.
Dietro le quinte, aveva guidato gli eventi, però ora sembrava alla ribalta, era l’arbitro e non il servo del potere, sosteneva Luigi XVIII al trono di Francia e chiedeva di essere ministro del re, come lo era stato dell’imperatore; però pesava contro di lui il fatto che era stato giacobino e aveva decapitare Luigi XVI, fratello d Luigi XVIII. Per questa ragione, Luigi XVIII era contrario a farlo ministro, ma poi cedette, ne aveva bisogno per le sue epurazioni (come aveva fatto Stalin con Beria).
Così Fouché divenne l’accusatore dei suoi vecchi compagni che non erano stati capaci come lui di rinnegare il loro passato. Fouché si mantenne in contatto con gli uomini di stato stranieri che avevano combattuto contro Napoleone, come Metternich e Wellington, però Luigi XVIII, finite le epurazioni, lo allontanò. In un secondo tempo, la Camera esclude Fouché dall’amnistia per suoi delitti e lo condannò al bando perpetuo; Fouché prima ottenne ospitalità da Metternich a Praga e nel 1820 si spense a Trieste abbandonato da tutti.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonti:
“Storia Illustrata” gennaio 1966 n.98
STORIA DELLA SCHIAVITU’ (AGG.22/6/2011)
La schiavitù era esistita nei tempi antichi, per debiti, guerre, compravendita e riproduzione, ed esiste ancora oggi nel terzo mondo, anche se il suo rifornimento da guerre pare essere cessato. Dal IV secolo d.c., in Europa diminuì la schiavitù e aumentò la servitù della gleba; mentre lo schiavo era proprietà del padrone, il servo, in cambio di lavoro, riceveva vitto e alloggio, ma era legato alla terra del padrone, non ne poteva essere staccato, né si poteva allontanare.
Nel secolo X, con le guerre contro saraceni, la schiavitù riprese ad aumentare, anche da parte musulmana, i prigionieri erano adibiti alle galere; la fine del Medioevo (XV secolo) vide l’abolizione della servitù e l’importazione di schiavi esotici per i lavori domestici. La schiavitù sopravvisse in occidente fino al XVIII secolo, nel XIX secolo fu proibita assieme alla tratta; ma nel XX secolo è stata surrettiziamente reintrodotta in occidente dal terzo mondo, in alcuni ambienti industriali e in case private. Però nel terzo mondo la schiavitù, anche se proibita dalle leggi, continua a permanere, soprattutto la schiavitù da debito.
Nel IV secolo d.c. tra i barbari germani esisteva la schiavitù da guerra ma non la schiavitù da debito; prima del cristianesimo, la schiavitù da debito era esistita tra greci, a Roma e in medio oriente, assieme alle altre forme di schiavitù. Tacito narra che i barbari si giocavano ai dadi anche la libertà; anche i barbari, come greci e romani, avevano la ferrea divisione tra liberi e schiavi.
Nel medioevo le repubbliche marinare facevano commercio all’ingrosso di schiavi, altri schiavi venivano dalla pirateria e dalla guerra; schiavo, per estensione, viene da sclavus o gente di Slavonia, però gli schiavi venivano anche dal Nordafrica, dalla Germania e dal Medio Oriente. I negrieri erano specializzati in traffico di schiavi africani, il commercio delle anime era il commercio dei bambini venduti dai genitori, soprattutto nei Balcani.
Sotto il nome di schiavi tartari del Mar Nero, s’indicavano popoli di razza mongolica, le donne erano vendute per i lavori domestici, la prostituzione e il concubinaggio, gli uomini per le galere e i lavori pubblici; gli schiavi alle galere, ove erano anche galeotti condannati ai lavori forzati, avevano un’alta mortalità, erano frustati e torturati; se erano indisciplinati, subivano il taglio di naso e delle orecchie, erano incatenati ai remi e alimentati solo con pane nero.
Affondavano con la nave, anche i turchi adibivano ai remi gli schiavi cristiani prigionieri, sorvegliati da giannizzeri turchi, una truppa scelta del sultano, creata con i bimbi cristiani prelevati nei Balcani e poi addestrati alle armi e convertiti all’Islam. A volta i vogatori svenivano per la fame e per la sete ed erano percossi dai giannizzeri; a ogni remo c’erano tre rematori e a volte avevano intorno al collo un laccio scorsoio fissato al remo, per cui, chi non remava, rimaneva strozzato. La ferocia dei negrieri turchi, che facevano razzie in Africa, era aumentata dal fanatismo religioso; con l’uso delle vele, decadde l’uso dei rematori, che alla fine del 1700 scomparvero.
I monasteri possedevano servi adibiti ai lavori dei campi, la chiesa non condannò la schiavitù, però, con l’abbandono del costume, a un certo punto si espresse contro gli schiavi cristiani posseduti da altri cristiani, cioè non contro la schiavitù a carico degli infedeli; alla stessa maniera si comportava l’Islam, dove tanti raggiunsero l’emancipazione con la conversione, perciò tanti arabi erano anche contrari a queste conversioni che li privavano di schiavi.
La chiesa divenne favorevole alla manomissione o affrancamento degli schiavi, come i liberti romani, che poteva essere fatta anche per testamento, d’altra parte accedeva anche che lo stato liberasse schiavi che avevano denunciato reati, la chiesa, arrivò anche a comminare la scomunica a chi uccideva uno schiavo. Nel medioevo, se un libero sposava una serva, questa doveva essere affrancata.
Per evitare questa perdita, Genova previde una multa per chi sposava una serva all’insaputa del suo padrone; per poterle riconoscere, le schiave non potevano abbigliarsi come le donne libere; per uno stesso reato, per gli schiavi, le pene erano maggiori; a Genova, gli schiavi fuggitivi erano marchiati sulla fronte. Lo "jus primae noctis" era esercitato dai feudatari sui servi e, in genere, dai padroni degli schiavi, ma spesso era esercitato solo in maniera simbolica.
Le crociate e la conquista islamica della Spagna fornirono molti schiavi a cristiani e musulmani; a Tangeri, Algeri e Tripoli gli schiavi maschi cristiani erano divisi tra quelli addetti ai lavori forzati o alle navi e quelli che potevano essere riscattati perché ricchi. A volte, durante il Ramadan, i musulmani uccidevano gli schiavi cristiani che capitavano loro a tiro, alcuni li marchiavano sotto i piedi con il simbolo della croce; se sulle loro navi il tempo non cambiava in meglio, bruciavano i sacerdoti cristiani schiavi.
Quando erano scoperti cristiani convertiti all’Islam, finivano nelle mani dell’Inquisizione, la stessa cosa succedeva nell’Islam, dove l’apostasia meritava la morte. Gli eunuchi schiavi dell’harem, acquistati da bambini, avevano prestigio, l’eunuco capo aveva accesso alla corte del sultano, godeva delle confidenze delle donne e partecipava alle congiure di palazzo; gli eunuchi avevano la vigilanza dell’harem e in Turchia raggiunsero una posizione influente.
Le odalische erano donne schiave giovani di particolare bellezza, prelevate nelle province come tributo o con i saccheggi, avevano un’istruzione e non erano solo strumento di lussuria, erano paragonabili alle entreneuses e alle geishe; erano donne di compagnia e davano luogo alle favorite del sultano o di personaggi influenti. I giannizzeri, nati nel XIV secolo, erano schiavi cristiani acquistati da bambini nei Balcani, erano sottoposti a un tirocinio durissimo nell’uso delle armi e all’istruzione religiosa; erano animati da fanatismo religioso e divennero un corpo scelto dell’esercito ottomano; perciò i genitori fecero a gara per offrire i propri figli al sultano e così nacquero anche giannizzeri volontari.
Alla fine del medioevo in Europa la schiavitù si stava esaurendo, però in quel momento si aprì la tratta dei negri dall’Africa all’America; però val la pena di ricordare che la schiavitù era esistita anche tra Maya, Aztechi e Inca. Nel secolo XIII il cardinale Ostiense affermava che, con la venuta di Cristo, la potestà sui popoli pagani era stata trasferita al pontefice, il solo perciò che poteva assegnare le nuove terre alle potenze europee.
Perciò, anche prima della scoperta dell’America, il papa aveva assegnato ai principi cristiani terre africane e nel 1493 papa Alessandro VI aveva fatto altrettanto con le indie occidentali; sulla base della tesi dell’Ostiense, i papi successivi divisero in sfere d’influenza tra le potenze cattoliche Spagna e Portogallo le nuove terre di Asia e America. Con la scoperta da parte di Colombo dell’America (1492), sotto il re di Spagna Ferdinando V il cattolico (morto nel 1516), gli indios divennero schiavi degli spagnoli nelle piantagioni e nelle miniere.
La maggior parte di loro moriva di malattie, di stenti e di maltrattamenti; a San Domingo, cinquant’anni dopo l’occupazione spagnola, la popolazione era scesa da un milione a sessantamila unità; il cardinale Ximenes sosteneva che il lavoro forzato era migliore mezzo per indurre gli indigeni alla conversione. Il dominicano Las Casas aveva cercato di migliorare le condizioni degli indios schiavi, ma poi, viste le loro morie, nel 1517 propose di sostituirli con schiavi africani.
Nel 1442 i portoghesi di Enrico il Navigatore aveva introdotto nella penisola iberica i primi schiavi africani, dal 1465 la tratta dei negri prendeva il via dalla Guinea, dando inizio alla tratta dei negri; nel 1517 Carlo V di Spagna cedette i diritti sulla tratta dei negri a olandesi e genovesi. Con delle bolle i papi avevano diviso il mondo colonizzabile tra Spagna e Portogallo, assegnando a questi ultimi le coste dell’Africa occidentale, da dove partiva la tratta.
Inizialmente perciò la Spagna si riforniva di negri presso i portoghesi, ma poi tutti i paesi europei si gettarono nel traffico, con regolare licenza reale o di contrabbando, creando lungo le coste dell’Africa occidentale stabilimenti per la raccolta degli schiavi; corsari e pirati sequestravano anche navi negriere e poi ne vendevano il carico, tra questi corsari vi era Drake. L’Inghilterra fu l’ultima a entrare nel traffico, ma all’inizio del XVIII secolo aveva recuperato il terreno ed era all’avanguardia.
Gli inglesi avevano iniziato come schiavisti di frodo, senza regolare permesso, a danno degli spagnoli, che braccavano questi pirati e contrabbandieri. Nel 1619 gli olandesi introdussero in Virginia i primi schiavi negri, addetti alle piantagioni, e poi gli inglesi presero a rifornire di negri tutte le isole dell’America centrale e poi l’America del nord; nel 1663 crearono una compagnia per la tratta, legalmente riconosciuta dal re, e Liverpool conquistò il primo posto nella tratta dei negri.
Dal 1510 al 1870 gli schiavi negri deportati arrivarono a trenta milioni, la traversata durava sei settimane e il 20% dei negri trasportati moriva durante il viaggio; le navi partivano dall’Europa con mercanzie per i capi tribù, ripartivano dall’Africa con i negri e poi tornavano dall’America con altre merci per l’Europa; in Africa erano interessate a questo traffico Guinea, Senegal, Liberia, Togo, Nigeria, Gabon e Angola. I capi tribù ricevevano in cambio stoffe, armi e liquori; all’inizio cedevano solo condannati, ma poi si diedero alle razzie, a volte i capifamiglia vendevano moglie e figli.
I negri razziati, legati l’un l’altro, dovevano percorrere lunga strada prima di arrivare al mare, questo traffico si svolgeva anche con l’aiuto o la mediazione araba; sulle navi era ammassato un numero incredibile di negri, che perciò erano soggetti a malattie come la dissenteria, il tanfo di queste navi si sentiva a distanza. Con la burrasca, i portelli erano chiusi e le stive diventavano irrespirabili, con il mare calmo, gli schiavi erano fatti arrivare in coperta e costretti a ballare per non fare inflaccidire i loro muscoli; quando il viaggio durava più del previsto e mancavano i viveri, i negri erano buttati in mare, naturalmente ci furono rivolte soffocate e suicidi, le donne dovevano sottostare agli istinti della ciurma.
All’inizio in America si trasportarono anche schiavi bianchi, servi a tempo per pagarsi le spese di viaggio, inoltre condannati alla schiavitù per un certo periodo di anni; nel XVII secolo una buona percentuale degli immigrati delle colonie inglesi d’America aveva quest’origine; però a Londra e Bristol, con l’aiuto dell’alcol, si faceva anche il ratto di uomini da imbarcare come marinati, inoltre si rapivano donne, uomini e bambini che poi erano stivati nelle navi schiaviste. La tratta fu rinforzata anche dal diritto penale, dal 1640 al 1754 incontrarono questa sorte ladri, vagabondi, autori di disordini politici e religiosi, i quaccheri erano spediti come schiavi alle Barbados.
Anche gli schiavi bianchi erano trasportati in condizioni di sovraffollamento e subivano maltrattamenti, però, diversamente dai negri, erano schiavi a tempo e potevano avere una limitata proprietà. Dal 1500 al 1700 gli europei accettarono e considerarono morale la schiavitù e ritenevano il negro inferiore all’uomo bianco, però nel 1727 i quaccheri manifestarono il loro dissenso; in America diversi filantropi erano stati a favore della schiavitù.
A metà del XVIII secolo l’opinione pubblica europea cominciò a cambiare lentamente e si presentarono petizioni per l’abolizione della tratta, nel 1792 la Danimarca abolì la tratta, nel 1807 seguirono Usa e Inghilterra, nel 1815 il congresso di Vienna l’abolì; però esistevano ancora schiavi oggetto di proprietà e, per rifornire il mercato americano, continuava il traffico clandestino, combattuto dagli inglesi. Nel 1789 la rivoluzione francese si era pronunciata contro la schiavitù in Francia, ma l’aveva mantenuta nelle colonie, a metà del XIX secolo la schiavitù fu abolita in tanti stati occidentali, ma non nel terzo mondo, e nel 1860, con la guerra di secessione, fu abolita anche in Usa.
Nel 1808 il congresso americano aveva abolito la tratta dei negri e perciò l’importazione legale dei negri era vietata, ma si faceva di contrabbando, i negri potevano essere venduti e si facevano riprodurre per le piantagioni, soprattutto di cotone, per l’esportazione in Inghilterra. Nel 1816 George Bourne aveva proposto l’abolizione della schiavitù, nel 1817 il presidente James Monroe formò una società per l’acquisto di un territorio in Africa occidentale, per dare un asilo ai negri che volevano ritornare in Africa e così nacque lo stato della Liberia; negli anni trenta il movimento abolizionista si estese, però gli interessi economici e gli schiavisti facevano sentire la loro voce.
Nel 1831 un giornalista e tipografo di Boston (allora i due mestieri erano uniti), fondò un giornale che scriveva articoli contro lo schiavismo, gli schiavisti lo accusarono di aizzare i negri e lo incolparono delle loro rivolte; gli schiavisti erano contrari all’emancipazione dei negri e all’insegnamento della scrittura ai negri, affermavano che l’istruzione favoriva la ribellione, era la tesi dei conservatori ed anche della chiesa cattolica. Perciò il giornalista fu assalito e malmenato e gli si fece osservare che la costituzione garantiva la proprietà anche degli schiavi; avevano ragione, le costituzioni non sono sempre sinonimo di democrazia.
Dopo l’invenzione della macchina di Whitney per montare il cotone o sgranatrice del cotone, ci si accorse che questa era molto più veloce dei negri nel suo lavoro, i quali quindi rimasero addetti solo alle piantagioni di cotone e perciò erano ancora richiesti; allora la schiavitù aveva sostenitori tra gli intellettuali, gli accademici e tra i dirigenti delle chiese protestanti, i quali ricordavano che nella Bibbia la maledizione che colpì Canaan, figlio di Cam, lo aveva costretto a essere servo assieme a tutte le genti di colore discendenti di Cam.
I professori affermavano che la schiavitù era accettata dalla democrazia ateniese (c’è da dire però che a Sparta gli schiavi iloti erano i discendenti degli achei sconfitti dai dori, quindi la schiavitù può avere una base razziale, ma è anche il compendio delle guerre); l’Università della Virginia affermava che l’ineguaglianza era alla base della società, i difensori della schiavitù affermavano che lo schiavo spesso viveva in maggiore sicurezza del salariato, ignorando che, generalmente, l’operaio poteva migliorare la sua posizione mentre lo schiavo no.
Dal 1830 al 1860 aumentarono le fughe di schiavi negri diretti dal sud al nord e soprattutto in Canada, dove, in base alle leggi inglesi, appena varcato il confine, erano immediatamente liberati; erano aiutati nella loro fuga e durante il percorso da americani che li nascondevano e li ospitavano in apposite stazioni per fuggiaschi; tra i benefattori che aiutavano queste fughe, i quaccheri erano in prima linea.
Alla fine degli anni quaranta, l’acquisizione da parte della federazione nordamericana di nuovi stati, tra i quali Oregon, California, Nuovo Messico e Utah, minacciava di mettere in minoranza gli stati schiavisti anche al senato, dove ogni stato aveva due rappresentanti, mentre erano già in minoranza al congresso, dove c’era una rappresentanza proporzionale alla popolazione; a causa di questo fatto, gli stati schiavisti del sud pronunciavano sempre più spesso la parola “secessione”.
A causa di questa situazione, per mantenere la pace, una legge del 1850 autorizzava l’inseguimento e la riconsegna ai proprietari degli schiavi fuggiti anche nei paesi della federazione che non ammettevano la schiavitù; questa legge provocò largo sdegno al nord antischiavista, industrializzato e senza piantagioni di cotone che necessitavano di negri. A quell’epoca la moglie di un pastore calvinista del Connecticut, Hartiet Beecher Stowe, pubblicò a puntate su una rivista il romanzo: “La capanna dello Zio Tom”, poi pubblicato in due volumi nel 1852; fu un grande successo editoriale a vantaggio del fronte abolizionista.
In quegli anni si tenne un processo, ricorrente il negro istruito Dred Scott, il suo padrone era un medico che era deceduto; Scott chiese al tribunale che gli fosse riconosciuta la libertà e pagati gli anni di servizio, dopo la morte del padrone, si era rifugiato al disopra del 36° parallelo, tra gli stati antischiavisti, e riteneva di essersi automaticamente emancipato. Scott fece istanza al tribunale del Missouri che gli diede ragione, poi il caso passò alla Corte Suprema Federale, che rigettò la richiesta qualificandolo come schiavo senza diritti e non come cittadino.
Bisogna ricordare che le corti superiori sono generalmente corti filtro più rispettose del potere economico e di governo; purtroppo, quando la fiducia nelle leggi viene meno, è il momento di passare alle armi, infatti, l’antischiavista Jhon Brown, con i suoi seguaci, per armare i negri che volevano l’emancipazione, assalì un arsenale della Virgina e pagò con la vita il suo ardimento.
Il presidente Lincoln adottò in ritardo la bandiera dell’abolizione della schiavitù, già richiesta da Garibaldi per guidare le truppe unioniste nella guerra di secessione del 1860, la condizione fu allora respinta; nella guerra civile tra nord e sud pesavano anche i contrasti economici, infatti, come nell’Italia appena unita, il nord era industriale e protezionista, il sud agricolo e liberista; inoltre, vi erano le interferenze di grandi potenze come l’Inghilterra che, per ragioni economiche, malgrado avesse abolito tratta e schiavitù, appoggiava il sud confederato e schiavista contro il nord. Anche questi sono i misteri della politica.
I primi negri arrivarono in Virginia all’inizio del ‘600 su una nave olandese, cioè un secolo dopo l’America Latina; New Orleans, Charleston e Richmond divennero le capitali dello schiavismo, nel 1760 in Virginia esistevano 200.000 schiavi negri; nel 1808 l’importazione di schiavi fu vietata, ma non la compravendita di schiavi. Nel sud gli schiavi erano impiegati soprattutto nelle piantagioni, mentre al nord nei servizi domestici.
Nel 1774 tredici colonie del nord si erano ribellate all’Inghilterra e, a un congresso riunito a Filadelfia, si rifiutarono di importare schiavi, danneggiando così gli inglesi che volevano il monopolio nel commercio estero nordamericano; già allora però, gli inglesi avevano sostenitori negli stati del sud legati alla schiavitù. Per tenere insieme gli stati, la costituzione americana non accennò al problema della schiavitù, lasciando la materia all’autonomia degli stati; comunque, a nord nacquero delle correnti antischiaviste appoggiate dalle chiese protestanti come la quacchera.
Perciò gli stati schiavisti del sud sostennero il movimento di secessione che sfociò nella guerra del 1860, d’altra parte, lo sviluppo delle piantagioni di tabacco, riso e canna da zucchero avevano richiamato manodopera servile; nel 1793 s’inventò la macchina per sgranare il cotone che ne aumentò la coltivazione. Le città del sud erano orgogliose dei loro mercati di schiavi, che erano tastati ed erano fatti mostrare i loro denti.
I negri erano incatenati e condotti da guardiani armati di frusta, i novizi erano acclimatati e addestrati da altri schiavi, lo schiavo domestico era trattato meglio di quello rurale; nel sud, la maggior parte dei contadini proprietari di schiavi erano ignoranti e tre quarti dei bianchi non possedeva schiavi; l’oligarchia latifondista, con oltre 200 schiavi era fatta di 300. famiglie, il resto dei proprietari aveva da 5 a 20 schiavi.
Nelle città vi erano anche schiavi artigiani e gli schiavi di fiducia viaggiavano con i padroni, nelle piantagioni la disciplina era militare e si lavorava 16 ore al giorno, gli schiavi dei campi erano sempre affamati e i loro alloggi erano squallidi, la domenica non lavoravano, facevano festa e, per sfamarsi, si dedicavano o coltivare un pezzo di terra loro assegnato. Se lo schiavo arrivava al lavoro in ritardo, era frustato, se lavorava poco, era frustato; le piantagioni erano controllate da sovraintendenti stipendiati che infierivano con la frusta, le piaghe degli schiavi erano lavate con acqua salata, c’erano frustatori professionisti che si offrivano ai padroni.
Poiché la concentrazione di schiavi faceva temere le rivolte, nel sud nacquero i Codici Neri, che erano raccolte di leggi che dovevano garantire la sicurezza dei bianchi; secondo questi codici, lo schiavo era considerato proprietà, non poteva stare in giudizio, fare contratti, avere proprietà, non poteva percuotere un bianco, non poteva allontanarsi dalla piantagione, non poteva possedere armi, non poteva ricevere uomini liberi, non poteva adunarsi liberamente, né sposarsi liberamente.
Naturalmente, ed è per questo che nacquero i codici, diverse volte i negri si ribellarono, sabotarono il raccolto, si suicidarono o fuggirono; con l’aiuto di associazioni benefiche, rette da filantropi, fuggivano al nord o in Canada; alcuni schiavi negri fuggitivi si stabilirono nei boschi e nelle paludi, dove erano cacciati con i cani. Generalmente, questi schiavi erano divenuti cristiani, però seguivano anche riti magici.
Il clero cristiano li esortava all’obbedienza ed era esso stesso proprietario di schiavi, la promessa di una ricompensa ultraterrena era per gli schiavi una consolazione; gli schiavi negri del sud fecero nascere musica jazz e blues. Questa la breve storia della schiavitù in occidente, la quale però era assai antica e antecedente la civiltà occidentale e il cristianesimo, era nata con le guerre e le razzie, i popoli dominati dovevano accettare la schiavitù a favore dei dominatori.
Con la decadenza politica, economica e militare dell’Italia, iniziata nel XVI secolo, gli italiani non hanno cessato, al servizio di altre potenze, di fare gli esploratori, ricordiamo Colombo, Vespucci, Verrazzano, Caboto, Belzoni, Brazzà, Gessi e altri. Il poliglotta romagnolo Romolo Gessi, nato nel 1831 da padre che aveva acquisito la cittadinanza inglese, nel 1842 era addetto al consolato inglese di Bucarest, nel 1855 era interprete inglese in Crimea, nel 1855, quando Garibaldi annunciò la costituzione dei cacciatori delle Alpi, chiese la cittadinanza italiana.
Nel 1865 il mercato degli schiavi, abolito da mezzo secolo in Europa, si esercitava ancora al Cairo e ad Alessandria, lungo il Nilo BVianco, le persone dedite a questo commercio erano 15000. Nel 1873 il kedivè Ismail d’Egitto, dal 1867 governatore d’Egitto sotto il sultano di Istanbul, dominava anche sul Sudan, anche allora etiopi, arabi e turchi si gettavano sul Sudan per prendervi schiavi, soprattutto di etnia Galla, distruggendo anche villaggi, e catturavano 50.000 schiavi l’anno.
Nel 1874 Gessi diventò maggiore dell’esercito egiziano e poi fu fatto dal Kedivè dittatore del Sudan, con l’incarico di stroncare il commercio di schiavi; Gessi costrinse le carovane di schiavisti a liberare gli schiavi e a disperdersi, si unì all’italiano Carlo Piaggia, che visitò l’Abissinia, e collaborava con il generale inglese George Gordon; Gessì risalì il Nilo, arrivò a Khartoum e poi fece ritorno in Italia.
Poi, poiché era stato colpito da mal d’Africa, vi ritornò assieme al medico ravennate Pellegrino Matteucci; con l’aiuto della Società Geografica Italiana, decise di raggiungere il paese dei Galla, per portare aiuto a due italiani prigionieri; Gordon chiese a Gessi di aiutarlo a bloccare Suleiman Bey, appartenente a una ricca famiglia sudanese arricchitasi con il commercio di schiavi. Nel 1878 Gessi, facendo un’azione di contrasto contro Suleiman, liberò migliaia di schiavi e si accorse anche che funzionari egiziani, violando le direttive del loro governo, esercitavano la tratta.
Con 500 uomini, Gessi inflisse una tremenda sconfitta ai 15000 uomini di Suleiman Bey, che aveva proclamato la guerra santa contro gli europei, nel 1879 Suleiman fu ucciso. Al Cairo, con una congiura di palazzo, il Kedivè Ismail fu sostituito dal figlio Tewfik, che guardava con sospetto gli europei, perciò licenziò Gordon e Gessi; nel 1881 Romolo Gessi, malato, morì in terra d’Egitto. Tuttavia da allora non è scomparsa la schiavitù in Africa, oggi esiste ancora in Sudan, Mauritania e altri paesi; esiste nel terzo mondo, soprattutto come schiavitù da debito e pare che alcuni schiavi siano importati ancora oggi in Europa.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonte:
“Storia Illustrata” Maggio 1966 n. 102, Settembre 1966 n.106, Marzo 1967 n.112, Febbraio 1968 n.123,
"Storia Illustrata" – Volume VIII – pagina 852 – Editore Mondadori.
Il 2/7/1820 i due tenenti di cavalleria carbonari del regno di Napoli, Morelli e Silvati, senza rinnegare Dio e il re Ferdinando I di Borbone, come qualche volta facevano i liberali, si presentarono alla reggia e chiesero la costituzione o statuto reale, erano sostenuti dal prete carbonaro Luigi Manichini, mentre capo della carboneria era il generale Guglielmo Pepe, che voleva farne una milizia armata; il Pepe era stato combattente con l’esercito napoleonico in Spagna e aiutante in campo di Murat e nel 1820 comandava una divisione borbonica.
Il generale aveva la cospirazione nel sangue e, durante una visita dell’imperatore d’Austria a Napoli, per costringere Ferdinando I a concedere la costituzione, progettò di catturare imperatore, imperatrice e primo ministro Metternich; il tricolore carbonaro era rosso, nero e turchino. Il Pepe con il suo movimento si ritrovò alla testa di 12000 uomini, tra esercito e cavalleria, più le milizie carbonare, perciò Ferdinando I concesse la costituzione, ma i siciliani volevano anche l’autonomia.
L’Austria intervenne e nel marzo del 1921 il generale Pepe fu sconfitto, il governo costituzionale era durato solo 174 giorni, il parlamento costituzionale fu sciolto, Morelli e Silvati finirono sulla forca e Pepe andò volontario in esilio. Il successore di Ferdinando I, Francesco I, (1825-1830), prima di divenire re, si era finto di sentimenti liberali e nel luglio del 1820 aveva assistito alla sfilata delle truppe rivoluzionarie e delle milizie carbonare; divenuto re, assunse 6000 mercenari svizzeri, mise da parte la costituzione e favorì la corruzione.
Favorì traffico d’impieghi, favori, appalti e sentenze, diceva che chi aveva pagato per un ufficio, cercava di non perderlo ed era fedele al re. Francesco I odiava gli uomini di cultura, vietò le migliori opere di pensiero; nel giugno del 1828 nel Cilento ci fu una rivolta carbonare, alla quale parteciparono frati e preti, il prete Antonio De Luca diede via alla rivolta con un’infiammata predica fatta nella chiesa del villaggio di Bosco.
Francesco I ordinò una repressione feroce e il villaggio fu raso al suolo, con più di 200 condanne a morte e di reclusione, De Luca fu seviziato e fucilato, altri rivoltosi furono decapitati. Dall’Accademia militare di Francesco I uscivano buoni ufficiali, ma il re ordinò di arrestare e arruolare anche vagabondi e la truppa era analfabeta.
A Francesco I di Borbone successe Ferdinando II (1830-1859), chiamato re bomba per aver domato a cannonate la rivolta di Messina, conosceva italiano, francese, tedesco, inglese e spagnolo, ma si esprimeva in napoletano. Quando Ferdinando II morì, la marina militare napoletana era la più forte d’Italia, Garibaldi prevalse su esercito e marina napoletane grazie ai tradimenti e alle defezioni degli alti quadri dell’esercito e della marina napoletana; a dimostrazione del peso della marina napoletana, su disposizione di Cavour, il regno d’Italia adottò regolamenti e segnali della marina napoletana.
Nel 1848 Ferdinando II riconquistò la Sicilia e bombardò Messina, sottrasse l’isola ai maneggi degli inglesi che la desiderava per i suoi agrumi, il suo zolfo, il suo olio e la sua posizione; anche Cavour temeva che Garibaldi, che era bene introdotto a Londra, lavorasse per gli inglesi, i quali comunque sostenevano Garibaldi, Mazzini e l’unità d’Italia. Come i suoi avi, Ferdinando II nel 1848 aveva giurato la costituzione, ma poi l’aveva messa da parte; comunque, risanò le finanze, fece bonifiche, costruì porti, scuole, ospizi, le prime linee ferroviarie, arsenali e fonderie.
Ferdinando II fece dalla marina mercantile napoletana la terza d’Europa, nella capitale introdusse illuminazione a gas, ufficio telegrafico, volendo essere magnanimo, assunse nell’impiego pubblico uomini che si erano compromessi nei moti del 1920-21; perciò nel 1933 i liberali unitari, a un congresso a Bologna, gli offrirono la corona d’Italia, ma egli, rispettoso verso gli altri regni d’Italia, la rifiutò. Ferdinando II riordinò l’amministrazione, ridusse i balzelli, promosse commercio, industria e agricoltura, il paese prosperava, i risparmi erano alti e circolava il doppio dell’oro e dell’argento di tutti gli altri stati della penisola; però, a causa dei moti, il governo potenziò censura e polizia.
Ferdinando II sposò Maria Cristina di Savoia, che nel 1836 le diete come figlio Francesco II, poi Maria morì, il re si risposò l’anno dopo con Maria Teresa, arciduchessa d’Austria, nel 1856 il re subì un attentato con un colpo di baionetta e la regina, nel timore che la lama fosse avvelenata, gli succhiò la ferita. Ferdinando II era superstizioso e intratteneva buoni rapporti con l’estero, era contrario ai pennaruli o uomini di cultura; allora uomini di cultura come Settembrini, Poerio, Spaventa e De Sanctis erano in carcere o esuli.
Ferdinando II riteneva sicuro il suo regno perché confinava con l’acqua santa dello stato della chiesa e l’acqua salata di tre mari, presidiati dalla sua flotta militare. Prima dell’Unità, nel regno di Napoli c’erano più società segrete che negli altri stati italiani, erano partiti o fazioni o movimenti segreti, con nomi di fantasia, naturalmente erano proibiti dalla polizia, vi facevano parte anche ufficiali e preti; chiedevano riforme e la fine del dispotismo, tanti loro membri furono giustiziati.
Liborio Romano faceva parte di una di queste società e nel 1826 fu arrestato e recluso in carcere, un’altra setta o società segreta preparò la rivolta del Cilento del 1828; nel 1843 fu scoperta una società segreta comunista e cento persone andarono in carcere senza giudizio. Però le società più importanti erano la Carboneria, la Giovane Italia e l’Unità Italiana; la carboneria era nata su modello francese e reclutava in tutte le classi, dava un’istruzione militare e aveva un tribunale.
Nel 1820 il centro principale della carboneria italiana era a Napoli, la carboneria aveva riti, simboli e gerarchia, alimentò moti, alla vigilia dell’unità aiutati anche da agenti piemontesi; nel 1831 Mazzini la soppiantò con la Giovane Italia, Mazzini accusava i carbonari d’individualismo, però nemmeno le sue insurrezioni ebbero successo. La società segreta l’Unità Italiana fu creata nel 1848 da Silvio Spaventa e da Luigi Settembrini, fu travagliata da lotte intestine tra monarchici e repubblicani e perciò ne fu paralizzata, nel 1851 suoi dirigenti furono colpiti con una condanna a morte e parecchi ergastoli; dall’Inghilterra, Guglielmo Gladstone condannò la durezza delle carceri borboniche in cui erano stati reclusi questi condannati.
Attilio ed Emilio Bandiera erano due veneziani, ufficiali della marina austriaca, il loro padre era barone e comandava la squadra navale austriaca del Mediterraneo, aveva represso moti liberali e l’insurrezione marchigiana e romagnola del 1831; Attilio visitò a New York Pietro Maroncelli, il compagno di Silvio Pellico. Al collegio della Marina di Emilio i professori erano italiani e liberali, vi circolavano i libri proibiti dalla censura.
Nel 1840 i due fratelli fondarono la società segreta Esperia, d’ispirazione mazziniana, che si rivolgeva all’esercito e ai borghesi, e conferirono il titolo onorifico di Dittatore a Mazzini; volevano favorire l’insurrezione, ma i comitati mazziniani di Parigi e Malta li convinsero a procrastinare i loro piani, poi i due fratelli furono scoperti dalla polizia austriaca e si rifugiarono a Corfù. Avuto notizie di rivolte in Calabria, nel 1844 si diressero verso quelle terre, furono traditi e arrestati.
Al processo Attilio disse che voleva spingere il re di Napoli a concedere la costituzione e a mettersi alla testa di un movimento di liberazione nazionale, però Ferdinando II fece fucilare i due fratelli; comunque nel 1848, a causa della rivolta di Sicilia, Ferdinando fu costretto a concedere la costituzione o statuto. Settembrini denunciava il malgoverno borbonico, i ministeri erano la sede della corruzione, dell’arbitrio e degli abusi, la libertà di stampa non esisteva; a settembre del 1947 ci furono le rivolte a Messina e Reggio e la Sicilia reclamava sempre l’autonomia.
Ferdinando II fece un rimpasto ministeriale, rifiutò una lega doganale con Roma, Toscana e Piemonte, richiesta dai liberali, perché la riteneva antiaustriaca, nel 1848 ci fu la rivolta in Sicilia e Cilento e non rispose al papa che gli aveva offerto una sua mediazione di pace con i suoi sudditi; i generali lo avvertivano che sarebbe stato difficile reprimere una rivolta a Napoli, però Ferdinando II era determinato a combattere il liberalismo, perciò si disfece del capo della polizia, che era un liberale.
Alla fine si decise a concedere la costituzione, nel paese c’erano molti studiosi della materia, però Ferdinando II pensava ad una costituzione moderata che allontanasse repubblica, anarchia e comunismo, allora la questione siciliana agitava come nel 1820-21. Nel marzo del 1848, con i famosi moti europei, il generale Guglielmo Pepe chiese per la Camera dei Deputati il potere assoluto per la revisione della costituzione, l’abolizione della camera dei Pari, il suffragio universale e la cessione delle fortezze alla guardia nazionale, ma il re non cedette.
Nel 1848 Carlo Pisacane, d’illustre famiglia napoletana, partecipò come volontario alla prima guerra d’indipendenza e l’anno seguente era a difendere la repubblica romana, a Roma aveva avuto dissensi con Garibaldi sulla difesa della città; si era recato a Londra e Parigi tra gli esuli italiani, a Parigi incontrò il generale Pepe, tenne contatti con Mazzini. Pisacane, oltre la rinascita nazionale, voleva risolvere la questione sociale e perciò propose l’abolizione della proprietà privata. Nel 1857 Pisacane, spinto da Mazzini, sbarcò a Sapri, voleva far insorgere il sud d’Italia, a Sapri fu accolto con apatia dagli abitanti e si scontrò con i soldati e il proletariato contadino, poi si suicidò.
L’ultimo dei Borboni di Napoli, Francesco II, figlio di Maria Cristina di Savoia, sposato con Maria Sofia di Baviera, nel 1860 dovette fronteggiare un complotto della regina Maria Teresa d’Austria, seconda moglie di Ferdinando II, la quale avrebbe voluto mettere sul trono il suo primogenito; Francesco II non procedette contro la moglie di suo padre, però, per salvare il trono, avrebbe ceduto la Sicilia a Garibaldi.
I mercenari svizzeri erano stati rimandati a casa e i generali erano vecchi, però sulla carta l’esercito e la marina militare erano agguerriti, anche se le truppe erano demotivate e fatte di analfabeti, si sapeva che dietro Garibaldi c’era il Piemonte e tanti ufficiali napoletani erano liberali e simpatizzavano per la causa nazionale. Il 25.6.1860 Francesco II, per salvare la corona, ripristinò lo statuto del 1848, adottò la bandiera tricolore, formò un governo costituzionale e concesse un’amnistia ai prigionieri politici.
Era troppo tardi, Garibaldi era vicino, la marina e la polizia politica, a causa delle defezioni o tradimenti dei quadri superiori, si stavano dissolvendo; prima dell’arrivo di Garibaldi, insorsero diverse regioni del regno e il ceto borghese doveva fronteggiava le rivolte contadine che reclamavano la terra, il brigantaggio alzava la testa e a Napoli la camorra comandava; il re, prima di scappare, chiese al ministro delle finanze di aprirgli i forzieri dello stato ma questo si rifiutò, così quei tesori finirono nelle mani dei piemontesi.
Prima di fuggire, Francesco II fece capo della polizia Liborio Romano, contiguo alla camorra, che i camorristi chiamavano papà e che Garibaldi poi fece ministro del suo governo provvisorio di Napoli; il 14.2.1861 la bandiera dei Borboni di Napoli fu ammainata definitivamente alla resa della fortezza di Gaeta, difesa strenuamente contro i piemontesi da Francesco I, Maria Sofia e truppe scelte napoletane.
Il brigantaggio fu poi alimentato dai Borboni in esilio che volevano riprendersi il regno, le plebi meridionali restarono inerti di fronte a Garibaldi, che aveva arruolato volontari popolani solo in Sicilia, semplicemente perché i siciliani volevano la terra e l’autonomia. Con l’unità, i meridionali ebbero più tasse, coscrizione obbligatoria, l’esercito napoletano fu sciolto, mentre alcuni suoi quadri superiori passarono ai piemontesi.
I borghesi collaborazionisti si presero le terre espropriate alla chiesa e agognate dai contadini e le leggi del Piemonte furono estese al sud, che fu considerato terra di conquista; l’industria meridionale, prima protetta dalle barriere protezioniste del mercantilismo borbonico, fu disfatta, le commesse dell’esercito e dello stato andarono al nord, le nuove ferrovie si fecero soprattutto al centro nord; però i piemontesi presero a costruire strade al sud, trascurate dai Borboni che guardavano soprattutto verso il mare.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it
Fonte:
“Storia illustrata” Ottobre 1965 n.95
LA COSTITUZIONE DI ROMA ANTICA
Gli italici dell’età neolitica erano un popolo dolicocefalo che inumava i morti, la cremazione arrivò con le immigrazioni di popoli indoeuropei dal nord-est; nell’VIII secolo a.c. nel Lazio i latini controllavano parte della pianura, però il loro centro era sui Colli Albani, i rutili di Enea erano latini. A nord del Tevere vi erano gli etruschi, oltre l’Aniene, i sabini; i latini non erano marinai e vivevano all’interno.
Secondo la leggenda, Remo scelse come residenza l’Aventino e Romolo il Palatino; prima di re Servio Tullio, Roma era costituita da sette villaggi su sette colli, il mito sull’origine di Roma fu ispirato ai miti greci di eroi fondatori di città; i sette re colmano il vuoto tra la guerra di Troia ed espulsione di Tarquinio il Superbo; secondo questo mito, Alba Longa fu fondata da Ascanio figlio di Enea.
Comunque nel V secolo a.c. i greci ritenevano che Roma fosse stata fondata da un certo Rhomos, dal quale nel IV secolo a.c. nacque il Romolo dei latini; la storia dei due gemelli allattati dalla lupa è un’invenzione, però il ratto delle sabine e il duello tra Oriazi e Curiazi, rivelano i contrasti tra latini e sabini. Romolo non fu il primo re di Roma, come Pietro non fu il primo papa, il numero dei sette re è simbolico; comunque, la monarchia durò duecento anni e alla fine del VI secolo a.c., con una rivoluzione, fu sostituita con la repubblica. La monarchia elettiva esisteva nei popoli tribali, nei quali il re era a capo delle truppe, era supremo sacerdote e supremo giudice; però, con la nascita degli imperi, per la vastità delle terre da governare, la monarchia rinacque, cioè rinacque per favorire l’unità dell’impero, e divenne ereditaria; perciò Roma ebbe prima un’età monarchica, poi una repubblicana, quindi una imperiale.
I re a Roma e in Grecia avevano anche funzione sacerdotale e Romolo fu identificato con il dio sabino Quirino, venerato sul Quirinale; nel VII secolo a.c. Roma divenne una città, v’immigrarono i sabini e re Numa Pompilio era sabino, legato al Quirinale; gli ultimi re furono etruschi. Roma era accerchiata da etruschi, che avevano interessi anche in Campania, a Orvieto gli etruschi avevano un tempio dedicato alla triade Giove, Giunone, Minerva; i loro aruspici facevano le divinazioni con le visceri, mentre i romani le facevano con il volo degli uccelli. Gli etruschi immigrarono a Roma in piccolo numero, la governarono ma non furono sacerdoti del popolo romano.
I simboli dei magistrati romani, come il fascio bipenne, erano etruschi, come l’equipaggiamento dei soldati di re Servio Tullio e le prime mura della città, la Cloaca Massima fu opera dei Tarquini etruschi, la formazione compatta delle truppe fu presa dagli etruschi, che la presero dalla falange greca; i figli cadetti delle famiglie romane erano inviati in Etruria per la loro educazione. I Tarquini erano di Cere o Tarquinia, città etrusche, a Roma non sono state rinvenute tombe etrusche e tra i due Tarquini s’inserì il re latino Servio Tullio; nel VI secolo a.c. Roma era sotto il controllo etrusco che avanzava verso sud. Dopo Servio Tullio, Tarquinio il Superbo fu un tiranno imposto dagli etruschi, fu deposto da una rivoluzione che instaurò la repubblica.
Caduta la monarchia, il pontefice massimo, simile al basileus greco, divenne la massima autorità religiosa come il re, offriva sacrifici e partecipava alle cerimonie religiose; sotto la costituzione repubblicana, il magistrato nominava il suo successore, confermato dal popolo romano riunito in assemblea. Le tribù alleate fornivano truppe e cavalleria, in origine erano tre, in rappresentanza di sabini, latini e autoctoni.
La curia di ogni tribù era il suo luogo di adunanza e decisione votata e poteva essere un santuario o il palazzo del senato; ogni curia delle tre tribù originarie comprendeva dieci gens o famiglie. Trenta littori o fasci rappresentavano le trenta curie e il popolo romano; l’assemblea decideva le azioni e senza di essa il console non poteva svolgere azioni militari, né il magistrato poteva esercitare la giurisdizione.
Quando l’assemblea delle centurie dei primi tempi sparì, il popolo prese a esprimersi attraverso i comitia curiati o l’assemblea del popolo; quando il trono era vacante, il senato proponeva il nuovo re all’acclamazione del popolo. All’inizio il senato era formato solo da patrizi, il pater familias era l’unico a possedere la personalità giuridica, gli altri membri della famiglia non potevano possedere beni o stare in giudizio; il pater deteneva gli schiavi, era titolare della patria potestas e aveva diritto di vita e di morte sui membri della famiglia. Il pater familias disponeva liberamente della proprietà; quando un romano si univa a un’altra comunità, perdeva la cittadinanza, quando era adottato da un’altra famiglia, perdeva la famiglia originale.
All’inizio a Roma la proprietà privata era poco diffusa e la proprietà della terra era comune, con possibilità di pascolo su terreni comuni; i romani, come i pellirosse, sembravano contrari alla proprietà privata, ciò dipendeva dal fatto che l’economia era basata sulla pastorizia e la popolazione era scarsa. I patrizi erano a capo delle famiglie dominanti ed erano cittadini liberi, la clientela era fatta di contadini, artigiani e plebei protetti dai patrizi, ai quali rendevano dei servigi; il cliente contribuiva alla dote della figlia del patrone e al pagamento del suo riscatto in guerra.
La plebe comprendeva anche ex clienti rimasti senza patroni protettori; diversamente che a Sparta, a Roma generalmente non esistevano differenze razziali tra le classi, i cittadini avevano diritti pubblici e privati, gli stranieri residenti solo diritti privati, il matrimonio tra patrizi e plebei era rifiutato. La plebe esercitava il voto nei comitia curiati e, attraverso i clienti, i patrizi facevano eleggere tribuni del popolo a loro favorevoli.
I romani non avevano una classe separata di sacerdoti, com’è oggi nel cattolicesimo, il capo famiglia, il re e il magistrato avevano anche funzioni sacerdotali; il capo supremo della religione era il pontefice massimo, che dirigeva il collegio ecclesiastico, regolava le cerimonie e le feste religiose. I romani distinguevano la legge divina da quella umana e i pontefici erano custodi della prima.
L’esercito era organizzato in centurie e aveva propri tribuni eletti, l’assemblea del popolo di Servio Tullio aveva fini militari, era divisa in cinque classi, secondo il costo dell’equipaggiamento, fatto a proprie spese, dalla cavalleria, agli opliti, alla fanteria leggera; questo equipaggiamento era legato al censo. Il re Servio Tullio, con una riforma costituzionale e militare, divise la città in quattro tribù e la campagna in sedici, in tutto venti tribù romane, le sedici portavano il nome di gens di campagna; si trattava di una riforma essenzialmente amministrativa, non basata sulle etnie, come quelle fatte in Grecia.
I cavalieri combattevano seguiti da clienti armati in maniera leggera; abolita la monarchia, la repubblica fu diretta dalla magistratura annuale di due consoli, in tempo di emergenza sostituiti da un dittatore con poteri illimitati, designato dai consoli; la magistratura suprema annuale militare era il pretore poi chiamato console o pretore maggiore; anche il governatore di provincia era chiamato pretore.
L’espansione etrusca in Campania, iniziata nel VII secolo a.c., nel 524 a.c. fu bloccata da Aristodemo, tiranno di Cuma; nel 500 a.c. il re etrusco Porsenna arrivò a Roma per reinsidiare Tarquinio il Superbo ma, ottenuto un riscatto, si ritirò. Nel VII secolo a.c. nel Lazio gli abitanti del fiume Tevere erano i Ramnes, una popolazione autoctona preromana, il Rumon, termine prelatino, era il fiume Tevere e, con i primi romani, porta Romanula era la porta di Roma rivolta al Tevere. La storia di Romolo e Remo è una leggenda, una saga inventata per dare un’origine mitica a Roma, com’era nelle tradizioni delle grandi città greche.
Il primo nucleo della città di Roma era al Palatino, dai Colli Abani gli autoctoni si stanziarono in pianura e Roma nacque dalla fusione di Ramnes e abitanti dei colli Albani. A Roma il pater familias aveva la patria potestà ed era il sacerdote della religione familiare, nella casa era il focolare domestico e vi si curava il culto degli antenati; agli antenati o penati era affidata la custodia delle scorte dei viveri, ammassati nella parte interna della casa o pnus. La gens era un insieme di famiglie, il prenome era individuale, il nome indicava la gente, il cognome, la famiglia, le adunanze dei patres diedero vita al senato.
La proprietà privata, due iugeri, era usata come ricovero degli animali, era un campo o mezzo ettaro, le pecore erano fatte pascolare sui terreni liberi della tribù. Nell’VIII secolo a.c., la zona di Roma era già abitata, i primi a insidiarvisi furono i sabini, i primi re di Roma, non erano latini, né etruschi, ma sabini; i sabini si stanziarono originariamente al Quirinale, i Ramnes al Palatino e all’Esquilino, mentre al Celio andarono i gruppi latini provenienti dai Colli Albani o Albenses; Roma nacque dall’integrazione delle relative tre tribù.
Il ratto delle sabine ricorda gli scontri con i sabini, il duello tra Oriazi e Curiazi la lotta con gli Albinses latini per la supremazia; il controllo del Tevere assicurava il controllo delle comunicazioni verso l’interno e il mare; il re di Roma era a capo dell’esercito e della religione, era assistito dal senato che provvedeva alla nomina del nuovo re, non era ereditario, i senatori erano gentili. Le tribù erano originariamente tre, ciascuna divisa in dieci curie militari, ciascuna curia comprendeva 100 fanti e 10 cavalieri, i comandanti dei cavalieri erano i tribuni militari.
La religione romana passò dall’animismo all’antropomorfismo greco-orientale, il pantheon romano accolse gli dei popoli conquistati anche per evitare che questi si vendicassero sui romani. Il pontefice massimo regolava riti e cerimonie, i sacerdoti flamini erano addetti alle divinità e le vestali dovevano originariamente custodire il fuoco, perché in passato non si era capaci di accendere un fuoco, poi le vestali ebbero un ruolo simbolico ed erano votate alla castità.
I romani ritenevano che solo una guerra giusta procurasse la protezione degli dei, gli etruschi controllavano le vie di terra e i greci di Campania la via di mare. Anco Marzio è l’ultimo re sabino e regnò alla fine del VII secolo a.c.; poi da Tarquinia e da Cere arrivarono i primi re etruschi, che lavoravano il ferro e avevano un’armatura pesante. Gli etruschi affluirono in pochi a Roma e valorizzarono gruppi latini contro i sabini, re Tarquinio Prisco s’inserì sul Celio e combatté i sabini.
Gli successe il latino Servio Tullio, che era un condottiero militare, favorì l’integrazione dei romani e divise gli abitanti in base al censo, con riflesso nell’organizzazione militare; divise il territorio romano in 20 tribù, di cui quattro urbane, costruì le mura su modello etrusco; allora l’onere dell’esercito ricadeva sui ceti più abbienti. L’etrusco Tarquinio il Superbo uccise Servio Tullio e gli successe sul trono, poi nella città stato introdusse un sistema federale copiato dagli etruschi.
Nel 509 a.c. ci fu una rivoluzione, nacque la repubblica e cadde la monarchia, però si mantenne un re simbolico con funzioni sacerdotali, come il basileus greco; i poteri passarono al senato e ai due pretori comandanti dell’esercito, che poi furono chiamati consoli, i quali erano assistiti dall’assemblea degli armati, cioè dal comizio delle centurie distribuite in base al censo. Con la caduta di Tarquinio il Superbo, il re etrusco Porsenna arrivò a Roma e le impose disarmo e una riparazione; Porsenna non restituì il trono a Tarquinio il Superbo e lasciò che i romani si governassero come volevano ma sotto dominio etrusco.
Poi Porsenna fu sconfitto da una lega latina, che aveva il suo centro nei Colli Albani, e nel 506 a.c. fu sconfitto da romani e greci di Cuma alleati. Gli etruschi avevano occupato la valle del Po, il territorio degli Umbri e Roma e avevano teste di ponte in Campania, nel 535 a.c. avevano sconfitto i focesi di Marsiglia alleati dei cartaginesi; nel 510 a.c. Sibari, alleata degli etruschi, fu distrutta da Crotone e da allora il Lazio si sottrasse al dominio etrusco per cadere sotto quello di Roma.
Nel Tirreno gli etruschi avevano contrastato i greci ed esercitato la pirateria, allora Cartagine mirava a dominare il mediterraneo occidentale. Liberatisi dagli etruschi, nel 494 a.c. i romani sconfissero Volsci ed Equi, nella seconda metà del IV secolo a.c. la lega latina, diretta da Roma, si dissolse; nel III secolo a.c. i latini residenti a Roma avevano la cittadinanza e votavano nelle assemblee cittadine. I contingenti latini alleati erano comandati da loro generali, mentre un magistrato supremo romano era dittatore temporaneo e supremo comandante militare in tempo di guerra.
Nel Lazio vincitori e vinti si fusero, le famiglie nobiliari avevano clientele, cioè plebei che proteggevano, tra i pretori comandanti annuali dell’esercito, con il tempo, ci furono anche dei plebei; il cittadino poteva appellarsi all’assemblea del popolo in armi contro la sentenza di morte del magistrato. Pian piano, la plebe che combatteva pretese di partecipare al potere e di avere la terra, i patrizi la contrastavano spalleggiati dalle clientele.
La plebe si scelse dei capi, cioè i tribuni del popolo, che arrivarono a 10 e dovevano difendere i plebei dall’arbitrio dei magistrati, convocavano la plebe e ne eseguivano le decisioni o plebisciti scaturiti dalle assemblee; queste plebi organizzate avevano carattere rivoluzionario, finalmente nel 456 a.c. i plebei ricevettero una prima distribuzione di terre; plebe e tribuni, oltre al governo dello stato, avevano l’obiettivo di porre dei limiti all’arbitrio dei magistrati e di codificare le norme.
Nel 471 a.c. l’elezione fu trasferita dalle assemblee delle curie a quelle delle tribù, quattro tribuni rappresentavano le tribù urbane, nel 449 a.c. i tribuni erano dieci, eletti nell’Aventino sotto la presidenza del pontefice massimo; queste istituzioni romane avevano un’origine rivoluzionaria. Con una legge, fu dichiarata inviolabile la persona del tribuno che non poteva essere arrestato; queste immunità sono state ereditate dai nostri parlamentari. I plebei furono protetti dall’arbitrio del potere, i tribuni difendevano i plebei e inibivano le azioni dei magistrati contro i cittadini; l’assemblea della tribù agiva come alta corte di giustizia.
Nel 461 a.c. fu creata, su proposta dei tribuni, la commissione dei decemviri, per legiferare nuove norme nel campo del diritto pubblico e privato, furono limitati il potere dei magistrati e le loro sanzioni, fu studiata la costituzione di Solone. I dieci commissari comprendevano i due consoli, tra cui Appio Claudio, ed erano tutti patrizi, segno che la rivoluzione si stava riassorbendo; questi approvarono le dodici tavole delle leggi consuetudinarie che poi furono ratificate dalle assemblee delle centurie.
Con queste norme, fu ribadito il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei, si stabilirono norme contro lo sconfinamento agricolo, si approvò la legge del taglione e la libertà di disposizione testamentaria. Finita la procedura, i decemviri, le cui decisioni non erano appellabili, si dimisero, e in un concilio della plebe, diretto dal pontefice massimo, furono eletti dieci tribuni; ora la magistratura era aperta a chi ne era stato escluso per nascita, era accaduto ciò perché a Roma si era sviluppata l’industria e il commercio e nuove classi crescevano.
Con le dodici tavole fu combattuta usura, furto, schiavitù da debiti e l’esproprio da ipoteca, in precedenza i debitori insolventi erano adibiti al lavoro forzato, venduti o uccisi. Nel 449 a.c. un console era patrizio e uno plebeo e si previde la pena di morte per chi lasciava la plebe senza tribuni; i decreti della plebe erano vincolanti anche per i patrizi, i plebisciti ebbero il valore della legge, senza la ratifica del senato. Secondo le XII tavole, in mancanza di eredi maschi, la successione andava al parente più prossimo della sua gens; i patrizi prendevano parte alle assemblee tribali ma erano messi in minoranza; l’evoluzione sociale si era resa possibile perché i romani, diversamente dai greci, avevano fatto una politica liberale nella concessione della cittadinanza.
All’Assemblea tributa il decemviro Appio Claudio (462-450), compilatore del codice di leggi delle XII tavole, si appoggiava a liberti artigiani e commercianti, contrastando gli aristocratici; a quell’epoca cittadini e proprietà privata non pagavano imposte, le cariche pubbliche erano gratuite, non esisteva burocrazia e ci si armava a proprie spese, soprattutto i cavalieri; cioè lo stato costava poco. Le opere pubbliche si pagavano con dazi doganali, canoni su terre pubbliche affittate, affrancamento di schiavi e tributi di popoli sottomessi.
Nel 451 a.c. i due pretori erano stati sostituiti da dieci decemviri patrizi e, per limitare l’arbitrio dei giudici, nacquero le dodici tavole della legge consuetudinaria, un codice o raccolta di leggi; allora la donna passava dalla tutela del padre e quella del marito, il pater aveva potere di vita e di morte tra i membri della famiglia; il cliente aveva doveri verso il patrono che lo proteggeva, la proprietà era protetta e, in mancanza di eredi, i beni andavano alla gens; il debitore inadempiente poteva essere ucciso o venduto; in alternativa alla legge del taglione, era previsto il risarcimento.
Comunque, grazie a queste tavole, la legge scritta sostituiva l’arbitraria interpretazione della legge orale da parte del magistrato. Nel 449 a.c. si tornò a eleggere i due pretori o consoli, fu vietato il matrimonio tra patrizi e plebei, però nel 445 a.c., a causa del progredire economico di alcune famiglie plebee, questo divieto cadde. I pretori erano eletti nel comizio centuriato e il censimento stabiliva chi era cittadino; nel 444 a.c. il compito di tre tribuni, eletti supremi magistrati, era la leva militare, che si faceva al Campo di Marte, ove il popolo si riuniva in centurie.
Nel 474 a.c. la flotta etrusca fu sconfitta nelle acque di Cuma da forze greche e di Siracusa e i greci occuparono l’Elba, i romani stabilirono colonie nelle città etrusche conquistate di Veio, Velletri e Cere, distribuendo terra ai coloni; quando scoppiò la guerra contro Veio (406 a.c.), s’introdusse il soldo alle truppe e si creò un esercito regolare, sostituendo il comando militare con un dittatore, con sospensione della legge costituzionale e l’introduzione della legge marziale; la terra conquistata fu distribuita ai coloni romani.
Nel V secolo i galli penetrarono in Italia settentrionale, dove erano stati preceduti dagli etruschi, si scontrarono con Liguri, Etruschi e Veneti, posero l’assedio a Chiusi, che si rivolse a Roma, saccheggiarono Roma e in Grecia il santuario di Delfi; i galli divennero alleati e mercenari del tiranno Dionisio I di Siracusa. L’invasione dell’Italia centrale da parte dei galli avvenne nel 390 a.c. e nel 351 a.c. furono respinti, dalla loro irruzione furono fiaccati soprattutto gli etruschi, mentre, con la loro ritirata, Roma progredì in potenza.
In precedenza il servizio militare era un dovere e ci si armava a proprie spese, a capo dell’esercito erano due magistrati supremi annuali o pretori o consoli, nelle truppe esistevano tribuni militari e nella società civile tribuni della plebe che difendevano i ceti popolari; dal 326 a.c. uno dei due consoli fu plebeo e al bottino, ottenuto con la distruzione da parte di Camillo della città etrusca di Veio (396 a.c.), partecipò anche la plebe.
Nel 367 a.c., con le lotte sociali, furono estinti vecchi debiti, ridotti gli interessi, impedite le obbligazioni a lungo termine e abolita la schiavitù da debito; però, dopo l’aumento del territorio cittadino, aumentò il numero delle tribù che arrivò a 35, l’assemblea curiata era regolata secondo la nascita, quella centuriata in base al censo e, dal III secolo a.c., quella tribuna in base al numero. L’intervento sui debiti fu reso necessario perché la rovina dei piccoli proprietari aveva fatto danni all’arruolamento che era basato sul censo, è per questo che si propose anche di vietare il prestito a interesse.
Com’era nel costume dei grandi stati dominanti e degli imperi, le città conquistate dovevano allinearsi alla politica estera romana e le città importanti come Taranto avevano sempre un partito filoromano. Ridottasi la schiavitù da debito, aumentò quella da conquista; poiché gli schiavi di guerra erano anche liberati o si riscattavano lavorando in proprio, nel 357 a.c. s’introdusse una tassa del 5% sul valore degli schiavi liberati; il che significava che i romani avevano avuto a cuore soprattutto gli schiavi romani da debito; ad ogni modo, i liberti acquistavano i diritti politici solo alla terza generazione, comunque, curie e sacerdozio si aprirono ai liberti.
Nel 366 a.c. nacque il pretore che doveva amministrare la giustizia e governare il popolo, in Etruria il magistrato supremo era il dittatore, con funzioni anche sacerdotali; questi pretori, a capo di organi collegiali, governavano le città latine, tra latini, il dittatore era il magistrato supremo. Abolita la monarchia, a Roma ci fu una serie ininterrotta di consoli e dittatori, però la dittatura fu una magistratura straordinaria; l’imperium era il supremo comando conferito a un magistrato per la guerra o il censimento, il mandato era a tempo limitato ma poteva essere prorogato per la durata di una guerra; il potere collegiale era detenuto dai due consoli o pretori, però i tribuni della plebe avevano il potere di veto nelle nomine e nelle decisioni.
La costituzione romana sosteneva la sovranità del popolo, perciò la volontà dei magistrati discendeva dal popolo, questa sovranità si esercitava nella punizione dei crimini e, di fronte a una sentenza di morte del magistrato, ci si poteva appellare al popolo; originariamente l’appello al popolo era concesso dal re come atto di grazia, che perciò non era atto unilaterale ed esclusivo del re. L’accusato poteva essere assistito dai tribuni della plebe che fungevano da avvocati.
Il consiglio degli anziani o senato rappresentava le gens, nel periodo repubblicano divenne organo di governo e legislativo, la separazione dei poteri non era esistita nemmeno in periodo monarchico; il senato era la cittadella del conservatorismo patrizio e, col tempo, avrebbe contrastato anche l’imperatore, ma poi si aprì anche a plebei arricchiti; questi patres ratificavano tutti gli atti dell’assemblea o li invalidavano, i funzionari della plebe erano i tribuni, le assemblee del popolo erano i comizi e i concili.
Il popolo approvava le sue deliberazioni con dei plebisciti, che non erano vincolanti per i patrizi, poi il concilio divenne l’assemblea di tutto il popolo; i plebei più ricchi miravano ai privilegi e ai diritti politici, anche per i greci la democrazia era stata l’estensione dei privilegi. In periodo di tensioni sociali, la plebe faceva pressione con la secessione o lo sciopero generale, ritirandosi dalla comunità, istituendo una propria assemblea ed eleggendo propri magistrati; così nacque il collegio dei tribuni della plebe che arrivarono a cinque, uno per ciascuna delle classi serviane.
Al tempo dei primi re la terra era divisa in tre parti, una pubblica riservata al re e al culto, una comune e la terza parte era divisa tra le curie o fratrie, insieme di clan; la prima era l’ager publicus, la terza era l’ager privatus. Allora i romani consideravano giusta solo la proprietà privata del bestiame, suscettibile di alienazione, e non la proprietà della terra; il pater familias era il depositario della terra, che apparteneva alla sua gens e perciò non poteva essere ipotecata o alienata; la proprietà privata era limitata a due iugeri, cioè mezzo ettaro, per orto e ricovero delle pecore, i terreni comuni erano affittati per il pascolo.
Con le conquiste, si concessero ai coloni romani terre nemiche da coltivare, allora patroni e clienti potevano essere entrambi cittadini, ma i secondi o erano nullatenenti o possedevano i due iugeri insufficienti per vivere; i patrizi, poiché il valore della terra cresceva con l’aumento della popolazione, espulsero il popolo dall’ager publicus, perciò nel 486 a.c. Cassio propose di assegnare ai privati parte dell’ager publicus, fu bloccato dal senato e nel 485 a.c. la plebe, per rappresaglia, rifiutò il servizio militare.
Per riparare alla situazione, i coloni furono mandati a presidiare i confini assieme agli armati, assegnando loro delle terre, la gente era oppressa dai debiti e lo stato aiutava i poveri regalando grano acquistato in Sicilia; se il popolo moriva di fame, il governo oligarchico non poteva restare inerte. Il dominio di Roma era accetto soprattutto dalle classi abbienti locali, le città soggette pagavano un tributo e godevano di autonomia amministrativa, se però erano conquistate in guerra, erano dichiarate proprietà del popolo romano; la Sicilia pagava il decimo del raccolto di grano, per i vigneti l’imposta era di un quinto. Nella provincia il pretore riscuoteva i tributi ed era il governatore, aveva potere esecutivo, giudiziario e militare.
I romani erano alieni dal commercio e sfruttavano il lavoro servile, però i coloni romani assegnatari di terre arrivarono nelle città etrusche e fino in Spagna e Africa; con le conquiste, il lavoro servile costava poco, all’assemblea centuriata e a quella tribuna di Roma errano presenti solo cittadini residenti e mancavano i contadini; contadini, volontari e clienti, ancorché liberi, erano considerati gente di poco conto.
L’invasione dei galli, che arrivarono in Italia settentrionale dopo gli etruschi, portò la distruzione di Roma (387 a.c.) ma ridimensionò il dominio etrusco in Italia, a vantaggio di Roma, infatti, nel 365 a.c. Roma si riprese e arrivò a dominare anche sui popoli vicini; Camillo (morto nel 365 a.c.) conquistò l’Etruria meridionale e nell’organizzazione militare sostituì al censo l’esperienza, poi fondò nuove colonie.
Nel 345 a.c. i galli ritornarono definitivamente in Gallia cisalpina, nell’Italia settentrionale avevano dato luogo a un’immigrazione forzata, fornirono mercenari al tiranno Dionisio I di Siracusa, si scontrarono con etruschi, liguri, umbri, veneti e romani; nel 348 a.c. Roma, non interessata al mare, firmò un trattato con Cartagine ed estese i diritti di cittadinanza agli aristocratici collaborazionisti delle città alleate o conquistate. Nel 327 a.c. Roma corse in aiuto di Capua contro Napoli e il governo di Napoli passò in mano a uomini filo romani; Roma si alleò con i lucani e nel 318 a.c. coloni romani occuparono terre in Campania, nel 293 a.c. i romani sconfissero definitivamente i sanniti.
Nel 133 a.c. Tiberio Gracco fu eletto tribuno della plebe e fece una riforma agraria, trasformando il possesso dell’ager publicus con canone, in proprietà privata senza canone, fissandone un tetto massimo; la terra liberata fu distribuita ai contadini senza terra in lotti di 30 iugeri (7 ettari), per la quale si pagava un canone di concessione; questa terra, per evitare concentrazioni, era inalienabile. La riforma non danneggiava i latifondisti, che acquistavano la terra, mentre lo stato perdeva gli affitti prima da loro pagati; il tribuno della plebe era diventato una magistratura cittadina, era eletto e non poteva essere revocato.
Tiberio Gracco fu ucciso nel corso di una congiura, ma il senato non abrogò la sua riforma agraria e le nuove assegnazioni di terre si fecero con terreni incolti, rispettando i possessori privati; ne furono danneggiate popolazioni dedite alla pastorizia che utilizzavano quelle terre. I rapporti con i popoli alleati erano seguiti dai consoli; poiché questi alleati fornivano aiuti militari, Scipione (235-183 a.c.), il distruttore di Cartagine, propose che gli Italici fossero esclusi dai provvedimenti della legge agraria e fu trovato morto nel suo letto.
Con la diffusione della proprietà della terra, si diffuse la cittadinanza, nel 123 a.c. arrivò al tribunato Caio Gracco, fratello di Tiberio, il quale iniziò le distribuzioni gratuite di grano al popolo, per averlo dalla sua parte nell’assemblea; Caio Gracco, per combattere gli abusi degli esattori di provincia, impose la decima sulla terra e stabilì che la riscossione delle imposte doveva avvenire mediante aste pubbliche, con ciò, se ne avvantaggiarono i ceti finanziari dell’ordine equestre.
Caio Gracco, spalleggiato da ceti popolari e da quelli finanziari, ritoccò la legge agraria del fratello, propose la cittadinanza per i latini e propose di estendere i diritti dei latini agli italici; fu scaricato dall’oligarchia e dal ceto equestre e costretto al suicidio. L’oligarchia soppresse la commissione per le assegnazioni della terra e dichiarò alienabili i lotti degli assegnatari; la condizione di precariato, rispetto alla terra, non cessò per gli italici, però, con l’ordine equestre, furono allargati i quadri direzionali dello stato.
Allora la pirateria era un surrogato del commercio, sotto il console Caio Mario (109 a.c.) vasti territori africani furono riservati ai veterani; sotto la dittatura di Silla (138-78 a.c.) si aumentò l’autorità del senato, restituendogli le giurie, cioè la funzione giurisdizionale, si aumentò il numero di pretori e questori; Silla soppresse la distribuzione di frumento al popolo e riconobbe la cittadinanza romana solo alle città che avevano parteggiato per lui, poi assegnò ai soldati terre confiscate.
Roma conobbe un periodo monarchico, uno repubblicano e uno imperiale; alla repubblica successe l’impero personale di Augusto, che accantonò il triunvirato, infatti, nel 32 a.c. era scaduto il triunvirato e si scagliò con successo contro Antonio. Augusto non stabilì una successione, mantenne i magistrati e allargò il senato cittadino, contenne il numero dei cittadini; però il contrasto di potere tra imperatore e aristocrazia del senato non cessò. Con la crisi dell’impero, ci fu l’anarchia tra i ranghi militari e fu lo sfacelo dell’impero, i barbari ne approfittarono, la popolazione italiana diminuì; il reclutamento delle truppe divenne locale e queste eleggevano gli imperatori, di questa crisi ne approfittarono Unni, germani e sassanidi di Persia che si resero autonomi da Roma.
Nel II secolo dell’e.v. una nuova religione platonico-ebraica e gnostico-agiziana, sviluppatasi nella città cosmopolita di Alessandria, passando per Cartagine, arrivò a Roma, e così lo gnostico Marcione da Ponto portò a Roma il primo vangelo e le prime lettere di Paolo, da questa base si sviluppò il cattolicesimo. Anche l’impero personale di Costantino (morto nel 337 e.v.) fu preceduto da una tetrarchia, con lui, nel IV secolo dell’e.v., per la ragion di stato, il cattolicesimo divenne religione ammessa o lecita, mentre con l’imperatore Teodosio I (morto nel 395 e.v.) divenne religione ufficiale di stato.
Costantino, con il Concilio di Nicea (315 e.v.), aveva voluto la chiesa unita e cattolica, Teodosio I volle solo la religione cattolica e lo stato confessionale, per difendere l’unità dell’impero. Eppure Costantino fu battezzato solo in punto di morte, in religione era stato prima mitraista e poi ariano; prima di lui, in Persia anche l’imperatore Dario I (morto nel 485 a.c.), per ragioni politiche, privilegiò la religione monoteista di Zaratustra, a lui antecedente, anche se era personalmente politeista.
Teodosio I si stabilì a Milano con Sant’Ambrogio (330-397 e.v.), il cui discepolo Sant’Agostino (354-430 e.v.) difese in Africa settentrionale la nuova religione; nel 439 e.v. Cartagine fu presa dai Vandali ariani, nemici dei cattolici, e vescovi cattolici d’Africa, che in precedenza non avevano riconosciuto il primato del vescovo di Roma, immigrarono a Roma e il papa si fece primate di tutti i vescovi cattolici, ereditando con ciò la posizione dell’imperatore romano a Roma.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonti storiche:
- STORIA UNIVERSALE – VOLUME II – Istituto Geografico De Agostini – Novara,
- STORIA DEL MONDO ANTICO – VOLUME V – Università di Cambridge – Garzanti Editore.
LA STORIA PUO' INSEGNARE MOLTO, SAPENDOLA LEGGERE
Dopo l’invasione dorica (XII secolo a.c.), in tante città greche, eccetto Sparta, l’aristocrazia terriera soppiantò il monarca, erede del vecchio capo tribù, prima eletto e poi ereditario; le tribù erano divise in fratrie, cioè partiti o corporazioni, e queste in clan familiari; i capi delle fratrie erano nobili e magistrati, allora solo l’aristocrazia aveva pienezza di diritti. Nel VII secolo a.c., crebbe commercio e monetazione, decadde l’aristocrazia e i regimi aristocratici furono sostituiti da quelli borghesi, fondati sul censo. Narra Esiodo che in questo periodo, per ridurre l’arbitrio e la corruttela dei giudici aristocratici, nacquero la legge scritta, la costituzione e i codici, come la costituzione del mitologico Licurgo di Sparta, forse una divinità, perché nei tempi antichi i templi e i santuari erano banche di deposito, corti giudiziarie, scuole per l’infanzia, chiese e mercati.
Nel 682 a.c. si affermò l’Arcontato, suprema magistratura e collegio di nove membri comprendente l’arconte eponimo, cioè il primo degli arconti o arconte capo, il basileus, che ricordava il re e aveva competenze religiose, e il polemarco capo dell’esercito, più altri sei membri dediti a formulare le leggi, cioè con competenze legislative. In questa epoca, con l’avvento di legislatori, codici e costituzioni, ci fu il controllo sulle corti giudiziarie, minando l’indipendenza e l’arbitrio dei giudici; per lo stato, non erano ritenuti più sufficienti la sola consuetudine, la legge orale, la giurisprudenza e il diritto naturale.
Com’è accaduto in tutti i paesi, le tribù diedero vita a un’organizzazione territoriale o cantonale; però con i matrimoni misti, l’immigrazione e i commerci, il sangue si mischiò e perciò si estese il diritto di cittadinanza, escludendone alcune categorie, come i poveri teti senza terra e gli schiavi e servi iloti di Sparta, discendenti degli achei sconfitti; contemporaneamente, si diede luogo a una riforma amministrativa del territorio. La polis abituò alla libera discussione, alla competizione politica e alla critica, i greci erano gelosi della cittadinanza; le città erano tra loro ostili, tuttavia la democrazia riuscì a conciliarsi con l’imperialismo.
Per i greci, gli anfizioni erano popoli che abitavano attorno ad un santuario e diedero origine a leghe come quella ionica di Delo, attorno al santuario di Apollo, quella dorica di Poseidone, quella di Zeus a Olimpia; ma la lega anfizionica più importante era quella di Delfi dedicata ad Apollo. Ogni popolo mandava due delegati alle sue due riunioni annuali, gli anfizionici curavano l’amministrazione del santuario, l’oracolo di Apollo, il suo tesoro e facevano la manutenzione delle strade.
Gli anfizionici stabilivano multe per la violazione di norme comuni, avevano un tribunale internazionale, arrivarono a dichiarare la guerra santa, le prime guerre sante furono dichiarate dalla lega Anfizionica e non dal papa. La famiglia aristocratica ateniese degli Alcmeonidi esercitò grande influenza su Delfi; nel 514 a.c., quando ad Atene andò al potere la dittatura o tirannide di Pisistrato, gli Alcmeonidi furono ospitati a Delfi e ricevettero un prestito dal santuario per abbattere la dittatura e ritornare ad Atene (Erodoto V, 62 sgg); a Delfi la profetessa Pizia incitava il re Cleomene di Sparta a marciare contro Atene, perciò si disse che era stata corrotta dagli Alcmeonidi.
I sommi sacerdoti hanno sempre fatto politica ed hanno anche finanziato guerre e colpi di stato, è accaduto anche in Egitto e a Roma, nelle varie guerre italiane del medioevo, anche il papa svolse lo stesso ruolo di Delfi, finanziò guerre e partiti e dichiarò la guerra santa. Nel VI secolo a.c. i Tessali sottomisero i popoli vicini o perieci della Focide e divennero presidenti della lega anfizionica di Delfi; Delfi e l’Anfizionica si erano rivelate uno strumento di dominazione panellenico, infatti, nel IV secolo a.c. l’Anfizionica fornì a Filippo II il macedone, alleato dei Tessali, la formula giuridica per sottomettere la Grecia.
La rivolta all’aristocrazia latifondista fu fatta in nome del popolo, ma non diede vita a una vera democrazia ma spesso consegnò il potere in mano ai tiranni, i quali perciò nacquero in Grecia in ambiente democratico, mentre in Sicilia e Magna Grecia nacquero per volontà aristocratica, ancha a causa del pericolo esterno cartaginese, e nelle città greche della costa dell’Asia Minore nacquero per volontà dei persiani che le dominavano.
I tiranni greci di origine democratica confiscavano e distribuivano le terre degli aristocratici, riducevano i loro privilegi, li tassavano, cercarono di sgravare la piccola proprietà terriera dai debiti, allargarono la cittadinanza, incrementarono i traffici e i lavori pubblici, facendo lavorare la gente. Insomma l’economia feudale, fondata sul latifondo e sulla servitù della gleba, apparve diverse volte nella storia e in vari paesi e fu archiviata dallo sviluppo del commercio e della borghesia, anche i greci ritenevano che i lavori pubblici avessero funzioni anticiclica e anticrisi; però la vera democrazia non era facilmente raggiungibile, i borghesi, classe dominante delle città, la seppellivano con la tirannide.
Tra i tiranni celebri vi erano i Cipselidi di Corinto e i Pisistratidi di Atene e altri in Sicilia e Magna Grecia, il potere era spesso passato dalla monarchia, all’aristocrazia e poi alla tirannide popolare (Marx l’ha ribattezzata dittatura del proletariato). Ad Atene la polis era in origine l’Acropoli o city o centro politico, militare ed economico, l’Agorà era il consiglio degli anziani. L’Areopago era suprema magistratura, giudicava i delitti di sangue ed era corte costituzionale, poi c’era l’assemblea generale del popolo o ecclesia, che, col tempo, perse importanza.
Nel 621 a.c. Dracone dette ad Atene la prima legislazione scritta e creò il primo consiglio o bulè dei 400 a.c., in rappresentanza del popolo; in Grecia regnava la vendetta di sangue o faida, si credeva che lo spirito di un uomo ucciso chiedesse ai parenti di essere vendicato, perciò il figlio ereditava dal padre beni e vendetta. Il legame delle famiglie era forte però, in caso di omicidio, si poteva transare con un risarcimento, lo stato non aveva interesse diretto nella questione, considerata solo un conflitto tra famiglie.
Vendetta o risarcimenti erano richiesti anche per gli omicidi involontari; nell’Areopago vi era un santuario nel quale si poteva rifugiare chi si dichiarava innocente di un omicidio e non aveva i mezzi per andare in esilio, era giudicato da un consiglio di stato che lo proteggeva dalla vendetta. Però, secondo Dracone, chi era ucciso durante una rapina, non aveva diritto a essere vendicato, mentre chi aveva ucciso per legittima difesa, poteva rifugiarsi nel santuario di Apollo Delfino, dove una corte di efeti lo avrebbe giudicato e, se fosse risultato innocente, lo avrebbe protetto.
In caso di omicidio involontario, ci si poteva rifugiare nel santuario di Pallade, una corte di efeti lo avrebbe giudicato e mandato in esilio, fino a che i parenti o la fratria del morto lo avessero perdonato. Dracone aveva regolamentato la vendetta di sangue e creò una corte di 51 efeti, in origine sacerdoti dei santuari, poi sostituiti da funzionari civili presieduti dal basileus. Altre riforme furono fatte da Solone che nel 594 a.c. fu arconte e arbitro tra aristocratici e popolo.
Solone abolì l’ipoteca sui beni e sulle persone, allora per i debiti si diventava schiavi in Grecia e fuori di Grecia, però queste cose accadono ancora oggi nel terzo mondo; cercò di colpire i ricchi, fece ritornare gli esuli politici e liberò gli schiavi da debiti. Solone creò il tribunale popolare Eliea; per favorirne l’accesso ai non proprietari, stabilì un compenso per i suoi membri, poi divise gli ateniesi, in base alle rendite, in quattro classi, la quarta era quella dei teti nullatenenti; i membri delle prime due classi potevano far parte dell’arcontato e dovevano far parte della cavalleria, quelli della terza classe erano gli opliti di fanteria, alla quarta classe spettava solo il diritto elettorale attivo.
Ad Atene e Attica esistevano i contrasti tra i partiti, le confraternite erano partiti e i clan erano potenti famiglie aristocratiche; esistevano contrasti tra i proprietari di terra, gli abitanti di collina, marinai, commercianti e artigiani. Al tempo di Solone c’era stata l’invenzione del denaro, l’agricoltore cedeva i prodotti in cambio di denaro, ma i prezzi erano stabiliti dai fattori per conto dei latifondisti; la legge difendeva la proprietà e i creditori, la terra era patrimonio di famiglia.
Nel VII secolo a.c. il contadino che chiedeva un prestito offriva in garanzia il podere, se stesso e la sua famiglia, la legge era dalla parte dei ricchi; le condizioni che spingevano il contadino a fare debiti, gli impedivano di ripagarlo, perciò nel VI secolo a.c. ci furono molte espropriazioni e piccoli proprietari divennero schiavi che lavoravano per i loro ex creditori; queste cose accadono ancora adesso nel terzo mondo.
Esistevano anche affittuari e mezzadri, la quota per il padrone era variabile; in Laconia, il territorio di Sparta, nel Peloponneso, esistevano schiavi per razza, cioè achei e iloti sottomessi dai dori conquistatori. Forti delle condizioni inserite in contratto, se il debito non era saldato, moglie e figli diventavano schiavi; con questo ordinamento, i nobili diventavano sempre più ricchi, i contadini perdevano la terra ed erano fatti schiavi; in ogni caso, i giudici erano nobili e non investigavano sulla leicità di certe pretese contrattuali dei ricchi.
Però moneta, commercio, perdita della terra e disuguaglianze sociali favorirono lo sviluppo d’idee democratiche e rivoluzionarie, la vecchia costituzione di Dracone non dava nessun potere ai poveri e pochi poteri alla classe media; con la rivoluzione si partoriva la democrazia e da questa nasceva la tirannide, che in Grecia era nemica degli aristocratici. A causa di questi fatti, il problema del debito fu affrontato da Solone e dagli ebrei che, per contrastare la schiavitù da debito, inventarono l’anno del giubileo, con la remissione dei debiti.
Solone fu un riformatore democratico, eppure nel 594 a.c., per divenire arconte, dovette dichiarare di difendere la proprietà, quindi cancellò i debiti che avevano determinato la servitù personale, dichiarò illegale accettare come garanzia la persona del debitore, i servi per debito dell’Attica riacquistarono la libertà, mentre gli ateniesi venduti all’estero furono riscattati; le terre che erano state date in pegno furono liberate e restituite ai vecchi proprietari.
Però Solone non poteva fare miracoli, con singolare favoritismo, escluse dal provvedimento i suoi amici nobili; con la riforma, i cittadini avevano chiesto la distribuzione di tutte le terre, ma tanti rimasero senza terra e divennero salariati dei proprietari terrieri, i piccoli proprietari nacquero solo con due generazioni successive a Solone, grazie alla tirannia di Pisistrato. Comunque, Solone accrebbe il volume dei traffici ateniesi e il commercio marittimo.
Con la tirannide successiva di Pisistrato, Atene ebbe la sua moneta, la dramma d’argento, e introdusse nuove misure e pesi, come la mina, tutti segni della sovranità e dell’indipendenza dello stato. Solone modernizzò il codice di Dracone e cercò di far si che ricchi e poveri fossero uguali davanti alla legge, fu un modello per i codici di Alessandro e per il diritto romano sotto l’impero; però non si sa con certezza quanta parte della legge Attica del IV secolo a.c. fosse veramente opera di Solone, non abbiamo una collezione completa delle sue leggi; Solone mantenne la legge di Dracone sull’omicidio e riformò la legge sull’eredità.
Una volta la terra era comune alla tribù, era cioè terra collettiva, nel VII secolo a.c. apparteneva ad una famiglia aristocratica, era una anticipazione della recinzione inglese delle terre comuni; mancava la proprietà privata, però in Grecia non esisteva il diritto di primogenitura e un uomo poteva dividere la proprietà tra i figli; poiché la dote alla figlia significava alienare della terra a favore di un’altra famiglia, si pensò di limitare la dote.
Se un uomo moriva senza figli maschi, ereditava la femmina e questa poteva consegnare la proprietà ad un’altra famiglia, perciò si costringeva la figlia a sposare un membro della famiglia, era la legge del levirato degli ebrei. Comunque, se un uomo non aveva figli maschi, poteva rimediare adottandone uno; Solone stabilì che, se esistevano figli maschi, questi avevano lo stesso diritto all’eredità, se non esistevano figli maschi, si lasciavano i beni a chi si voleva o si poteva adottare qualcuno.
Le adozioni servivano a conservare la proprietà entro una famiglia; Solone fece leggi anche per regolare agricoltura, pascolo, uso dell’acqua e confini, introdusse anche un premio per l’uccisione dei lupi che insidiavano le greggi. Fece una legge che vietava di parlare male dei morti e dei templi, una legge che condannava chi, durante le lotte civili, non prendeva parte per un partito, impose contegno alle donne in pubblico.
Solone concesse la cittadinanza agli stranieri che esercitavano un’arte nell’Attica e questa legge favorì lo sviluppo dell’industria; con una legge Solone stabilì che il genitore che non aveva insegnato un mestiere al figlio, non aveva diritto ad essere mantenuto da questo da vecchio; allora, per l’esercizio di un mestiere, si dava più importanza al capomastro che alla scuola. Solone fece leggi contro il vagabondaggio; per chi tentava di instaurare la tirannide, previde il bando non amnistiabile.
Solone stabilì pene per i reati passionali e le violenze, proteggendo anche gli schiavi dai padroni; stabilì che il padrone di casa era innocente se uccideva un ladro notturno, oggi in Italia rischia di essere condannati. Grazie a queste leggi, si limitava anche il potere di giudici e giurie, che emanavano spesso sentenze arbitrarie e contraddittorie ed erano, a detta di Esiodo, spesso corrotti.
Solone fornì gli strumenti per il progresso economico e per lo sviluppo della democrazia, tuttavia voleva uno stato prospero, ma non la sovranità della plebe, perciò fuse istituzioni oligarchiche e democratiche; nelle sue scelte fu influenzato dalle situazioni di crisi e fu scelto per riconciliare il popolo. Prima di Solone, gli ateniesi erano divisi in classi, la classe dei cavalieri nobili, quella degli opliti, fanti con corazza equipaggiati a loro spese, e i teti, cioè operai liberi e piccoli proprietari.
Questa suddivisione era militare e basata sul censo, cioè sulla terra posseduta, i teti erano esentati dalle tasse; anche al tempo di Solone la terra era ambita, perciò ricchi mercanti, acquistandola, diventarono proprietari terrieri e c’era il ricambio della classe possidente. Prima di Solone, l’arcontato e gli uffici erano monopolio dell’aristocrazia, poi i teti ebbero il diritto a votare nell’assemblea del popolo ateniese o ecclesia o adunanza dei cittadini.
L’oligarchia aveva escluso dal voto all’ecclesia tanti ateniesi, però Solone modificò le cose e così i teti poterono partecipare all’elezione dei magistrati e votare, però la loro eleggibilità era determinata dalla proprietà. I magistrati che l’assemblea poteva eleggere erano l’arconte capo o eponimo, il basileus, con funzioni civili e religiose, il polemarco che guidava l’esercito; l’assemblea eleggeva i nove arconti e i magistrati minori; l’Areopago esaminava le qualificazioni dei candidati e assegnava l’arcontato o altro ufficio secondo le competenze.
La candidatura dipendeva dalle classi di proprietà, perciò i teti erano esclusi da tutte le cariche, gli arconti erano scelti tra le classi più elevate. Il governo era in mano al consiglio dell’Areopago, che esisteva prima di Solone, era composto dagli ateniesi che avevano ricoperto le più alte cariche dello stato, ossia gli arcontati; come il senato romano, aveva l’esperienza amministrativa e i suoi membri erano nominati a vita, era organo conservatore e oligarchico e Solone gli affidò il compito di sorvegliare le sue leggi, cioè di corte costituzionale.
L’Areopago aveva funzione di pubblico ministero e interveniva quando i tribunali non si movevano su domanda di privati, poteva porre in stato di accusa un aspirante tiranno. Solone creò il consiglio dei 400, un collegio che controllava le deliberazioni dell’assemblea, della durata di un anno, che preparava l’ordine del giorno dell’assemblea. Ognuna delle quattro tribù di Atene nominava cento consiglieri, però quando Solone istituì il consiglio, per la prima volta fu lui a sceglierne i membri.
I teti avevano il voto, ma non potevano far parte del consiglio; per contrastare demagoghi e plebe irrequieta, Solone diede l’amministrazione dell’assemblea popolare in mano alle prime due classi. Mentre il codice di Dracone era stato uno strumento di classe in mano agli aristocratici, il codice di Solone aveva il consenso dei cittadini; Solone creò anche il tribunale popolare dell’Eliea, o adunanza dei cittadini, che serviva a difendersi dagli abusi dei potenti, i cittadini vi applicavano le leggi sotto la sorveglianza dell’Areopago.
Ogni cittadino poteva chiedere di essere giudicato da questa corte di giustizia fatta dall’adunanza di cittadini; l’Eliea aveva competenze civili e penali, i magistrati popolari giudicavano con l’ausilio dell’assemblea dei cittadini; tuttavia Solone voleva uomini uguali davanti alla giustizia ma non davanti allo stato. L’organo giudiziario Eliea doveva servire a dissuadere i magistrati ordinari da emettere sentenze inique; in pratica, il potere restava nelle mani dei ricchi proprietari, il popolo era protetto dal malgoverno ma non ammesso a governare.
Quando la maggiore ricchezza passò dalla terra al commercio, si allargò la partecipazione popolare al governo democratico, cento anni dopo Solone si diffuse il benessere tra gli ateniesi e l’oligarchia dovette cedere il passo ad altre forme di partecipazione; col tempo, teti, stranieri residenti artigiani e meteci, cioè figli di un solo genitore ateniese, avendo servito l’esercito o lo stato, ottennero la cittadinanza e la partecipazione alla vita pubblica.
Solone aveva il controllo dello stato e avrebbe potuto divenire un tiranno, invece, alla fine del suo mandato, fece giurare i cittadini di mantenere le sue leggi e poi andò in esilio volontario per dieci anni. Però il popolo non aveva il potere reale di difendere la sua costituzione, perciò, due generazioni dopo, la sua opera fu emendata da Pisistrato e da Clistene; Solone creò un codice che diede agli ateniesi il rispetto della legge, cercando di prevenire tirannide, terrore e guerra civile.
In Grecia la tirannide fioriva nelle città, mentre in campagna, i contadini erano generalmente legati all’aristocrazia o oligarchia. Solone, per favorire l’industria, concesse la cittadinanza ad artigiani stranieri residenti ad Atene, sotto Pisistrato il loro numero aumentò e i Pisistratidi concessero la cittadinanza a molti stranieri; in origine la cittadinanza era stata collegata alle fratrie e ai clan familiari.
Morto Solone, Pisistrato, nemico degli aristocratici Alcmeonidi, polemarco e stratega al tempo della conquista dell’isola di Salamina (570 a.c.), nel 561 a.c. prese l’Acropoli e si fece tiranno di Atene, governò fino alla morte, avvenuta nel 527 a.c., gli Alcmeonidi andarono in esilio a Delfi, ospiti dell’Anfizionica; la sua è una storia simile a quella di Cola di Rienzo, tiranno di una repubblica romana del medioevo, nemico del papa e dell’aristocrazia romana.
Dopo Solone, ad Atene tre partiti si contendevano il potere, quello della pianura, fatto di agricoltori benestanti, quello della costa, fatto di pescatori e mercanti, e quello della montagna fatto di pastori; Pisistrato, appoggiandosi al partito della montagna, si fece tiranno di Atene, aveva una guardia del corpo di uomini armati di randelli, i partiti della pianura e della costa si coalizzarono contro di lui. Nel 556 a.c. Pisistrato fu scacciato dall’Attica, si alleò con la Macedonia e con i nemici di Atene e nel 546 a.c., accompagnato da mille uomini di Argo, tornò ad Atene; i suoi nemici fuggirono e Pisistrato mantenne il potere con truppe mercenarie. Sembra una storia simile a quella di Davide di Giuda.
La sua tirannia fu mite e ne beneficiò l’Attica, infatti Pisistrato completò l’opera di Solone e diede la terra a coloro ai quali Solone aveva dato solo la libertà; Pisistrato distribuì tra i suoi le terre degli aristocratici, impose una decima sul prodotto della terra e prestò denaro ai piccoli proprietari; nominò giudici itineranti per i villaggi e abbellì i templi di Atena, Zeus, Apollo e l’Acropoli. Pisistrato cercò di essere in amicizia con i vicini, estese l’influenza di Atene nell’Egeo e creò una solidarietà tra le città vicine, che nel secolo seguente fece nascere la confederazione di Delo. Conservò la costituzione di Solone ma gli arconti eletti erano uomini di sua fiducia, epurò l’Areopago dagli oppositori e creò giudici locali, non cambiò la costituzione di Solone, riteneva di poterla conciliare con la sua tirannide.
A Sparta, il consiglio degli efori dipendeva dalle due famiglie reali ed era contro i tiranni e a favore delle oligarchie locali, a Sparta il potere politico ed economico era nelle mani dell’aristocrazia latifondista; diversamente da Atene, non vi era sviluppata industria e commercio marittimo. Ad Atene, a Pisistrato, morto nel 527 a.c., successe il figlio Ippia, Argo era alleata dei Pisistratidi; la successine a favore dei figli di tiranni e dittatori e consueta ancora oggi nel terzo mondo.
Nel 514 a.c. ad Atene ci fu una cospirazione contro Ippia, ma i cospiratori furono catturati e uccisi, i nemici erano la famiglia aristocratica degli Alcmeonidi in esilio; nel 510 a.c. re Cleomene di Sparta, che sosteneva gli Alcmeonidi, arrivò ad Atene, Ippia capitolò, abbandonò l’Attica e il casato dei Pisistratidi ebbe fine. Dopo l’espulsione di Ippia, fu il ritorno della democrazia e la lista dei cittadini fu sottoposta a revisione, gli stranieri furono privati della cittadinanza.
Anche a Siracusa, una generazione più tardi, con il ritorno della democrazia, la cittadinanza concessa dai tiranni agli stranieri fu revocata. In tante città, i tiranni realizzavano opere pubbliche per tenere pagati e occupati i sudditi; nel 600 a Mitilene nell’isola di Lesbo, l’aristocrazia era stata sostituita dalla tirannide di Pittaco, che stabilì pene severe per i reati commessi in stato di ubriachezza, pose un limite alle spese funebri, tenne il potere per dieci anni e poi si ritirò come dittatore costituzionale.
Nel 510 a.c. gli spartani, volendo restaurare il potere oligarchico ad Atene, costrinsero il successore di Pisistrato, il tiranno Ippia, ad andarsene in esilio e sostennero al potere l’Alcmeonide Clistene, che però, tradendo le aspettative degli spartani, che contavano sul partito filo spartano di Atene, stroncò definitivamente il potere degli aristocratici, rompendo vincoli e privilegi etnici.
Clistene tradì la sua classe ma fece un favore al popolo, con una riforma amministrativa, divise Atene in dieci dipartimenti, creando dieci tribù territoriali, ogni tribù era tenuta a fornire un reggimento di opliti con uno stratega o generale; successivamente, morto Clistene, gli strateghi divennero una suprema carica politica e militare e furono eletti da tutta la popolazione e non solo da una tribù.
Clistene formò una nuova bulé di 500 membri, mentre l’ecclesia popolare, formata da liberi di età superiore ai venti anni, divenne un organo consultivo e legislativo, gli arconti erano eletti uno per tribù e dal 497 a.c. furono sorteggiati; il cittadino partecipava al voto all’ecclesia e alla bulè, senza distinzione di classe o di nascita, a questi organi spettava l’elezione dei magistrati, l’approvazione delle leggi e la dichiarazione di guerra; le delibere, per divenire legge, dovevano essere approvate del consiglio della bulè e dall’ecclesia.
Sotto Clistene, chi faceva proposte contrarie alla legge, rischiava la morte o l’esilio; ciò è un’anomalia, di solito una proposta di legge modifica una legge precedente, questa innovazione divenne lo strumento per sbarazzarsi degli avversari politici; malgrado ciò, l’aristocratico Clistene fu il padre della democrazia, ebbe contro l’aristocratico ateniese Isagora e il re di Sparta Cleomene, che lo aveva sostenuto contro i Pisistratidi.
Clistene introdusse l’ostracismo, chi era inviso a 6000 cittadini doveva andare in esilio decennale, senza processo e senza subire la confisca dei beni; era un modo per scongiurare la tirannide e per sbarazzarsi degli avversari politici più ambiziosi; in quegli anni la scelta degli arconti era per sorteggio, al collegio degli strateghi andò la presidenza del consiglio di guerra, o stato maggiore, fino allora spettato al polemarco.
Cleomene re di Sparta iniziò a regnare nel 520 a.c., contribuì all’esito delle guerre persiane e condizionò la politica di Sparta più degli efori. Ad Atene vi erano tre partiti, quello di Ippia, quello degli aristocratici e quello dei nobili Alcmeonidi, che aveva abbattuto la tirannide e aveva come esponente Clistene; nel Peloponneso dominava l’oligarchia, sotto l’influenza di Sparta, e Cleomene sosteneva ad Atene lo stratega conservatore Isagora, che nel 508 a.c. fu eletto all’arcontato.
Clistene propose una riforma costituzionale, ma Isagora e Cleomene ottennero l’espulsione degli Alcmeonidi da Atene; per il ritorno dell’oligarchia, Cleomene arrivò ad Atene, Isagora occupò l’Acropoli e tentò di sciogliere il consiglio, però il popolo si ribellò, Cleomene si ritirò e il popolo richiamò Clistene dall’esilio. Clistene portò il numero delle tribù dell’Attica da quattro a dieci, ebbero il nome di dieci eroi nati in terra Attica; queste nuove tribù erano basate su demi o territorio, erano unità amministrative e non clan familiari.
Clistene allargò il consiglio di Solone da 400 a 500 membri e introdusse l’ostracismo, non abolì fratrie e clan familiari, che sopravvissero come istituzioni religiose ed economiche; i demi erano generalmente contrapposti alla città, erano più di 100 e il numero dei demi compresi in ogni tribù era variabile. I demi furono raggruppati in tre gruppi, il primo gruppo comprendeva quelli di Atene, il secondo i demi della costa dell’Attica, il terzo quelli dell’interno.
Con Clistene si passò dal sistema della consanguineità a quello della residenza e della circoscrizione locale, da Clistene in poi il privilegio di appartenere a un demo divenne ereditario. La riforma assicurava l’ammissione alla cittadinanza di liberi che risiedevano in Attica, pur non essendo di discendenza ateniese; in precedenza, le città stato erano fatte da gruppi di famiglie unite da vincoli religiosi e familiari, però, dopo la riforma di Clistene, Atene non fu più una federazione di famiglie.
Clistene, dissociando la cittadinanza dalle famiglie e collegandola al demo, facilitava l’ammissione alla cittadinanza, nel demo mancava consanguineità e comuni sentimenti religiosi; da allora la designazione dei cittadini avveniva secondo il demo e non secondo il patronimico che poteva rivelare un’origine straniera.
Clistene voleva indebolire l’influenza delle grandi famiglie, allora nelle città vivevano i cittadini di discendenza non pura, si assicurò che in ognuna delle dieci tribù ci fossero suoi seguaci; con la sua riforma, non esistevano più tribù esclusivamente ateniesi, però gli interessi dell’Attica rurale erano sempre sacrificati rispetto a quelli di Atene; i contadini sono stati sempre sfruttati dai cittadini, detti anche borghesi o abitanti del borgo. Solone aveva costituito il consiglio dei 400 a fianco del consiglio dell’Areopago, il composto dei 400 era composto di 100 membri per ciascuna delle quattro tribù; il consiglio di Clistene fu invece elevato a 500 membri, cinquanta per ciascuna delle dieci tribù.
Nessun cittadino poteva far parte della carica per più di due volte, l’assemblea popolare era convocata ogni dieci giorni e, poiché necessitava di un organo ristretto, nacque questo consiglio come commissione dell’assemblea. Ogni proposta legislativa dell’assemblea doveva avere il consenso del consiglio, che curava gli affari dello stato, faceva leggi, redigeva l’ordine del giorno dell’assemblea e aveva la sorveglianza sui dicasteri dello stato; chi frequentava l’assemblea poteva diventare membro del consiglio. Per difendersi dalla tirannide potenziale, l’ostracismo di Clistene fu copiato anche da altre città.
Una volta l’anno, 6000 cittadini riuniti nell’assemblea potevano proporre di mandare in esilio qualcuno, l’istituzione fu copiata da Siracusa, il cittadino contro il quale era raccolto il maggior numero di firme era esiliato per dieci anni e poi poteva tornare, i suoi beni non erano confiscati. All’assemblea erano presenti gli uomini di Ippia, si riteneva pericolosa l’ambizione per la democrazia e Clistene voleva sbarazzarsi del partito di Ippia.
L’ostracismo era una garanzia contro la tirannide, però dopo le battaglia di Maratona (490 a.c.) e di Salamina (480 a.c.) contro i persiani, il pericolo della restaurazione dei Pisistratidi era passato e dal 486 a.c. l’ostracismo divenne arma nella lotta politica tra capi di partiti rivali; perciò Pericle fece cadere in disuso l’istituzione, l’ostracismo divenne un ostacolo al regolare funzionamento dei partiti.
Create dieci tribù nel 500 a.c., Clistene creò dieci strateghi o generali, sostituì il sorteggio degli arconti con la loro elezione, in precedenza, nel VI secolo a.c. il polemarco, uno dei nove arconti, era a capo dell’esercito, ogni tribù doveva fornire una tassa di un reggimento di opliti e uno squadrone di cavalleria, comandati da uno stratega eletto dalla tribù; il comando supremo spettava al polemarco, poi le sue funzioni furono attribuite a un consiglio di generali o stato maggiore, con un comandante in capo.
A causa della legge sull’ostracismo di Clistene, subirono l’ostracismo Santippo, padre di Pericle, e Aristide; sotto lo stratega e arconte Temistocle, Atene divenne la prima potenza navale, mentre il re Cleomene di Sparta, a causa dei suoi intrighi a Delfi, fuggì da Sparta e fu assassinato. Tessali, Anfizionica e Delfi erano collaborazionisti dei persiani e invitavano Atene alla resa e alla sottomissione.
Nel 480 A.C. Temistocle era comandante in capo, sotto Pericle gli strateghi acquisirono altre prerogative oltre a quelle militari; comunque, la sostituzione del potere dell’arcontato con quello dello stratega, spostava il potere dalla democrazia al conservatorismo.
L’ufficio di carattere militare era attribuito per elezione, che per i greci era procedura aristocratica mentre il sorteggio era democratico, la carica civile era ricoperta una sola volta nella vita, invece il titolare della carica militare era rieleggibile. Gli strateghi erano scelti tra gli aristocratici e la carica di stratega rilanciò le grandi famiglie, perciò la vera democrazia si ebbe nel IV secolo a.c. con Demostene e non con Pericle; dal 487 a.c. gli arconti avevano perso importanza e perciò erano sorteggiati.
Il sorteggio esisteva nel Consiglio dei 500 e in tutte le cariche civili, metteva sullo stesso piano ricchi e poveri, rompendo le strategie dei partiti alla designazione, lo scopo era contrastare le fazioni, la riforma fu completa con il pagamento di un compenso per la carica. Erano affidate al sorteggio le cariche di ordinaria amministrazione ma non il comando dell’esercito, il sorteggio era preceduto da una selezione preliminare, per formare una lista di persone eleggibili, per gli arconti si selezionavano 500 candidati presi dai demi.
Esisteva antagonismo tra Milziade e Ippia, Milziade era stato tiranno fuori di Atene e poteva diventarlo ad Atene, Milziade era stato uno dei generali greci che combatteva contro i persiani di Serse in terra greca, quando i persiani furono sconfitti per terra e per mare. Gli Alcmeonidi erano contro Milziade, poi la vittoria di Atene sulla Persia, aprì la strada politica a Temistocle, Sparta voleva la restaurazione di Ippia. Al tempo della battaglia di Maratona, ad Atene esistevano più partiti, quello degli Alcmeonidi aristocratici, quello dei partigiani dei tiranni esiliati come Ippia e il partito aristocratico del generale Milziade.
Milziade fu condannato a morte e nel 489 a.c. e divenne arconte Aristide, Alcmeonide e compagno di Clistene, opposto a Temistocle che nel 487 a.c. ottenne l’ostracismo per Ipparco, capo del partito dei Pisistratidi; anche Aristide subì l’ostracismo e Temistocle si sbarazzò di tutti i suoi rivali, poi impose la costruzione d 200 triremi da guerra. Temistocle consegnò la direzione degli affari militari ad Aristide, del partito agrario e a Santippo, per salvare la democrazia avrebbe preferito un’alleanza con la Persia, era filo persiano.
Nel 479 a.c. il generale persiano Mardonio promise l’autonomia ai greci e l’alleanza con la Persia, gli spartani temevano che gli ateniesi passassero ai persiani, Aristide era contrario all’alleanza con i persiani, gli spartani temevano che la defezione degli ateniesi avrebbe aperto ai persiani le porte del Peloponneso. L’esercito spartano era guidato dal re Pausania, che guidava iloti, spartani e perieci, cioè popoli sottomessi, la guerra poteva essere occasione di riscatto, com’era accaduta nella flotta ateniese dove non erano schiavi; in guerra si è promessa anche la terra ai contadini, spesso non mantenuta.
A Siracusa il potere era in mano ai coloni originari e siculi e quelli che erano venuti più tardi non avevano diritto di voto; così, quando con le immigrazioni la popolazione crebbe, il governo originariamente democratico, per reazione, divenne oligarchico; nel VI secolo a.c. quelli privi di voto e di terra erano molto più numerosi dei proprietari terrieri, mentre i nativi erano servi obbligati a lavorare per i greci come a Sparta.
Nel 480 a.c. i persiani, guidati dai Tessali, rispettarono Tessaglia e Delfi, sede dell’Anfizionica e di tante ricchezze, e invasero Focide, Beozia e Attica; anche Gelone, tiranno di Siracusa, aveva offerto un’alleanza a Serse. Clistene, grazie ai nuovi cittadini, ai quali aveva concesso cittadinanza e diritto di voto, aveva all’assemblea dei 500 una maggioranza decisiva, doveva però fronteggiare il re di Sparta, Cleomene, che aveva costretto Ippia all’esilio, e temeva l’invasione dell’Attica da parte della lega peloponnesiaca.
Clistene fu vittima della legge sull’ostracismo da lui voluta, gli ateniesi richiamarono Clistene dall’esilio, voluto da Sparta, assieme a settecento famiglie espulse da Cleomene; Clistene voleva salvare la democrazia ateniese sottomettendosi alla Persia di Serse che in Asia Minore appoggiava le tirannidi delle città. Clistene non spiegò all’assemblea i suoi piani e le sue trattative segrete, fortunatamente, a causa di dissidi interni, la lega peloponnesiaca si sfaldò e l’invasione dell’Attica non avvenne; Corinto era disposta ad aiutare Sparta fino a che la sua egemonia si limitava al Peloponneso.
Nelle colonie ateniesi, dette cleruchie, i coloni avevano la cittadinanza ateniese, due anni dopo Cleomene tentò ancora di abbattere la democrazia di Clistene, aveva espulso Ippia e ora sosteneva il partito aristocratico, voleva reintegrare il generale Isagora e rendere arrendevole Atene; Corinto si oppose e la democrazia ateniese trasse un respiro di sollievo, nel 494 a.c. il re di Sparta Cleomene invase Argo che gli contrastava la supremazia in Grecia.
Gli Alcmeonidi erano disposti ad accettare l’intervento della Persia per salvare la democrazia, però il partito di Ippia fu il più filo persiano e favorevole alla tirannide; ad Atene Temistocle, difendeva gli interessi della città contro quelli della campagna, cioè difendeva commercianti e artigiani, si alleò con parte degli Alcmeonidi e nel 483 a.c. fu eletto arconte e capo del partito popolare; fece causa comune con il generale Milziade, capo del partito aristocratico e lo vide come un inviato dal cielo per la guerra contro i persiani.
Allora era stratega di Atene Temistocle, i persiani distrussero l’Acropoli di Atene ma persero la loro flotta e perciò rinunciarono a invadere il Peloponneso e si ritirarono, gli spartani erano diretti dal generale Pausania. Nel 479 a.c. anche gli Ioni d’Asia insorsero contro i persiani, abbatterono i tiranni imposti dai persiani ed entrarono a far parte della lega ellenica antipersiana. Temistocle si oppose a una riforma dell’Anfizionica proposta da Sparta, che avrebbe dato carattere permanente all’organo panellenico, temeva la dominanza di Sparta nella lega, dove vi era il partito di Atene e quello di Sparta.
I Tessali, dopo la sconfitta dei persiani, erano favorevoli ad Atene; in tutte le assise esistono collaborazionisti, a pagamento, di poteri forti e potenze estere, in tutte le corti sono stati presenti, non gratuitamente, partiti a favore di due potenze estere antagoniste. Intorno al 470 a.c., Pausania di Sparta e Temistocle di Atene furono accusati di tradimento a favore della Persia, i sospetti e i traditori veri erano tanti, il primo fu arrestato dagli efori e murato vivo, il secondo si rifugiò presso la corte persiana e poi ad Argo.
Il generale spartano Pausania fu giustiziato anche con l’accusa di voler instaurare la democrazia a Sparta, promettendo libertà e diritti politici ai servi iloti. Atene e Sparta si contendevano il comando della lega e Atene chiese agli alleati contributi per la flotta, però non si contentava più di sole truppe o navi, chi non pagava era represso, infatti, nel 446 a.c. ridusse all’obbedienza l’isola di Eubea.
Da quel momento il contributo pagato ad Atene per la flotta, divenne un tributo e una protezione pagata ad Atene, che non rese più conto del denaro versato e inviò alle città soggette presidi militari ed episcopi o sorveglianti; creò cleruchie o colonie ateniesi insidiate nei territori degli alleati, per mantenerli soggetti; impose agli alleati il suo sistema monetario. Ad Atene il comandante Cimone era un aristocratico antipersiano, filo spartano e conservatore.
Si riaccese la lotta tra Sparta e Atene per il primato sulla Grecia e il re di Persia invitò Sparta a invadere l’Attica, doveva essere una guerra per procura, ma non ottenne risposta. Quando scoppiò la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, la Persia cercò di mantenere l’equilibrio di forze in Grecia, appoggiando finanziariamente la coalizione più debole, come honno fatto sempre le potenze antagoniste.
Dal 462 a.c. il capo del partito democratico ateniese era Efialte, che era nemico dei nobili, attaccò l’Areopago, roccaforte dell’oligarchia, e gli tolse il controllo della costituzione, che passò all’ecclesia e alla bulè. Le competenze giudiziarie passarono all’Eliea, il tribunale popolare creato da Solone, costituito da 6000 cittadini sorteggiati, 600 per ognuna delle dieci tribù, tra coloro che avevano almeno trenta anni; questi giudici popolari erano in possesso dei diritti civili e avevano giurato di non accettare doni.
Gli iloti di Messenia e Laconia si rivoltarono a Sparta e da Atene il generale Cimone mandò aiuti a Sparta contro i rivoltosi; a causa della sua amicizia con gli spartani, nel 461 a.c. Cimone fu esautorato e poi ostracizzato e ad Atene andò al potere il democratico Pericle, che si mise sulla scia della costituzione di Clistene. Dopo la sconfitta degli ateniesi in Egitto nel 452 a.c., accorsi in aiuto del faraone contro i persiani, Pericle richiamò Cimone e propose un congresso panellenico che non si realizzò per l’opposizione di Sparta. Il santuario di Delfi era la banca più ricca di Grecia, nel 467 a.c. fu occupato da truppe di città oligarchiche e della Tessaglia.
Per sottrarsi al tributo, ci furono rivolte tra gli alleati e nel 463 a.c. alcuni di essi divennero sudditi di Atene, secondo l’aspirazione del generale Cimone; intanto ad Atene cresceva il conflitto tra partito conservatore e partito democratico di Pericle, contrario al trattamento riservato da Cimone agli alleati ribelli. Atene cresceva e Sparta declinava, perciò il generale Pausania progettò di rovesciare la costituzione di Sparta con l’aiuto degli iloti e degli efori, perciò promise agli iloti libertà e cittadinanza, ma il governo spartano lo accusò di complicità con Temistocle.
Ad Atene Temistocle subì l’ostracismo e si stabilì ad Argo, Siracusa, Efeso e Magnesia, era accusato di tradimento e inseguito da emissari di Sparta e Atene, pare che Temistocle offrì i suoi servigi ad Artaserse per l’invasione della Grecia, nel 450 a.c. morì a Magnesia. Nel 463 a.c. il generale Cimone fu accusato di collusione con la Macedonia e fu assolto, Pericle si mise a capo del partito aristocratico degli Alcmeonidi, deciso a continuare la politica di Clistene.
Nel 464 a.c. Sparta subì un terremoto, gli iloti si ribellarono, i perieci si unirono a loro e la Messenia si ribellò; il generale ateniese Cimone si erse a campione della causa spartana perciò gli fu dato l’ostracismo, fu disfatto l’Areopago e il potere dell’aristocrazia. Cimone subì l’ostracismo, Efialte fu assassinato dal partito oligarchico e Pericle, con un’operazione trasformistica, si mise a capo del partito democratico; era parente di Clistene e degli Alcmeonidi, non era credente ed era un libero pensatore, era un buon oratore e propose una riforma costituzionale.
Nel 451, scaduti i dieci anni previsti dalla legge, Cimone tornò dall’esilio e fu lo scontro con Pericle, che introdusse la paga per i giurati e la cittadinanza solo per chi era figlio da madre e padre ateniesi; Cimone dirigeva la politica estera e potenziò la flotta per la guerra contro la Persia, fece la pace con Sparta; nel 450 a.c. Cimone morì e la flotta di Atene vinse contro i persiani a Salamina, riscattando la disfatta in Egitto.
Nel 448 a.c. gli spartani mandarono un esercito per scacciare i focesi da Delfi, ma Pericle reintegrò nel loro possesso i focesi, Tebe divenne asilo degli oligarchi scacciati dalla Beozia con l’aiuto di Atene; nel 446 a.c. si ribellarono ad Atene l’isola di Eubea e Megara, l’esercito spartano avanzò con a capo il giovane re Pleistana e il suo consigliere Cleandrida, ma poi si ritirò. Questi furono accusati di essere stati corrotti da Pericle, il re fu deposto e il consigliere esiliato; la corruzione è stata sempre diffusa ove alberga il potere, l’imperatore del Giappone ha dichiarato che la gente non immagina quanta corruzione ci sia nel mondo.
Alla conferenza della pace tra Sparta e Atene si stabilì che nessuna della due città doveva dare aiuto a membri ribelli dell’altra lega, mentre i neutrali potevano scegliere l’una o l’altra confederazione, si stabilì anche che l’alleanza tra Argo e Atene non poteva essere diretta contro Sparta. In Beozia e Locride la politica di Pericle fallì, perché in quelle terre erano favorevoli al regime dei pochi; Atene propose un congresso panellenico ad Atene, ma Sparta non accettò.
Dopo l’ostracismo di Cimone, Pericle voleva trasformare la confederazione di Delo nell’impero di Atene, il tesoro della lega era stato trasferito da Delo ad Atene, gli alleati avevano perso autonomia e la giurisdizione dei tribunali ateniesi si estendeva agli alleati divenuti tributari; dove Atene non trovava la democrazia, la imponeva, inoltre, aveva il merito di aver bloccato la Persia e sventato la pirateria.
Pericle usava i tributi delle città per abbellire Atene e non sentiva alcun obbligo di renderne conto, con quel denaro sosteneva l’alleata Mileto; Pericle fece delle cleruchie create da Clistene parte importante dell’impero ateniese. La cleruchia nasceva dopo una rivolta degli indigeni, che erano espulsi e sostituiti con coloni ateniesi, i cleruchi avevano la cittadinanza ateniese, non pagavano tributi ed erano membri della loro tribù e del loro demo.
Lo stratega ateniese Efialte privò l’Areopago della giurisdizione, i suoi poteri furono divisi tra consiglio, assemblea e tribunali popolari, poi si costrinsero i magistrati a conformarsi alle leggi. Solone aveva limitato l’arcontato alle prime due classi, ora fu aperto alla terza classe, ma ne furono esclusi i teti (456 a.c.), la carica di arconte era sorteggiata. Pericle introdusse un compenso per giurie e funzioni pubbliche, limitò i diritti politici ai cittadini per nascita; dopo la donazione di grano da parte del faraone ai cittadini ateniesi, rivide l’elenco dei cittadini e radiò 5000 nomi; invece Clistene aveva incluso tra i cittadini gli stranieri residenti e i discendenti di matrimoni misti.
Per i greci la democrazia non significava abolizione dei privilegi ma estensione degli stessi, forse Pericle limitò la cittadinanza anche perché erano troppi quelli che erano remunerati nelle funzioni pubbliche; ricevevano compenso membri del consiglio, magistrati, strateghi, alti ufficiali, soldati e marinai; furono pagate anche le presenze all’assemblea, per garantire il quorum. Quelli pagati dallo stato, compresi i dipendenti pubblici, erano 20.000, nel V secolo a.c. si attingeva al tributo degli alleati che nel IV secolo a.c. finì, perché l’impero non esisteva più; insomma lo stato rende tributari altri popoli e alimenta il parassitismo al suo interno.
I vecchi capi politici appartenevano alle grandi famiglie ed erano strateghi, ora apparvero capi partito di origine popolare e, poiché erano critici, furono chiamati demagoghi, erano a capo dell’opposizione e, in precedenza, non avevano ricoperto alcuna posizione ufficiale; ogni cittadino poteva fare proposte all’assemblea. I magistrati, al termine dell’anno di carica, fornivano rendiconto e spesso erano accusati di peculato; si condannò il generale Milziade per il fallimento di una spedizione militare, si diede l’ostracismo a Cimone, Pericle fu processato per i risultati deludenti della guerra del Peloponneso; molte volte il fallimento delle imprese belliche era addebitato agli strateghi invece che a chi le aveva proposte, mancava la responsabilità politica del partito di governo.
La popolazione rurale era conservatrice, mentre i demagoghi trovavano seguaci tra il proletariato urbano, la popolazione urbana forniva il numero maggiore di votanti all’assemblea. Dal IV secolo a.c. Atene divenne padrona dei mari, gli equipaggi delle navi erano liberi e controllavano l’assemblea, le classi popolari arrivavano ai tribunali popolari che tenevano udienze ininterrotte, la loro giurisdizione si estendeva su ogni aspetto e non ci si poteva appellare.
Nel 444 a.c. il faraone libico Psammetico mandò in regalo ai cittadini ateniesi del grano, perciò anche per questo Pericle tolse la cittadinanza a 5000 stranieri residenti, poi divise l’impero in cinque distretti: Ionia, Ellesponto, Tracia, Caria e Isole. Nel 441 a.c. l’Isola di Samo, ove regnava l’oligarchia, cercò di sottrarsi ai tributi e Pericle voleva esportarvi la democrazia, Samo chiese aiuto ai persiani e Sparta, che rimasero passive; nel 439 a.c. Atene prevalse, Samo perdette flotta, mura, dovette pagare una riparazione e divenire tributaria.
Sulle coste del Mar Nero vi era la città di Olbia, il territorio dei Cimmeri e la Crimea, da lì Atene importava grano, come da Sicilia e Egitto. Nel 438 a.c. lo scultore Fidia fu accusato di essersi appropriato di parte dell’oro per la statua di Atena e fu mandato in esilio, una agente segreta persiana era amante di Pericle e il filoso Anassagora, amico di Pericle, fu mandato in esilio, però nei tribunali ateniesi non vi era sempre giustizia.
Per la guerra e le opere pubbliche, Pericle attingeva ai tributi delle città sottomesse e ai tesori dei templi, l’impero ateniese era la negazione delle idee di giustizia e democrazia, Corinto tratteneva Sparta dalla guerra contro Atene; poi scoppiò la guerra tra Corinto e Corcina che nel 435 a.c. chiese aiuto ad Atene, ma si fece un’alleanza difensiva perché la guerra a Corinto avrebbe violato la pace con Sparta.
Corinto chiese aiuto a Siracusa, sua colonia, 27 anni prima Atene era stata alleata di Megara contro Corinto ed era scoppiata la prima guerra del Peloponneso; Sparta aveva invitato Corinto a transare con Corcina, però gli efori erano propensi alla guerra. In questa situazione di stallo, Sparta rischiava la diserzione di Corinto e Atene la dissoluzione del suo impero; Atene propose un arbitrato, ma non esistevano giudici imparziali, l’assemblea lacedemone era a favore della guerra, però occorreva il voto della lega del Peloponneso.
Prima di iniziare la guerra, Sparta chiese ad Atene la cacciata della dinastia degli Alcmeonidi e di Pericle, l’ostilità fu iniziata da Tebe, alleata di Sparta, delle sue truppe entrarono di nascosto a Platea, aiutate da traditori, in ogni città esistevano partiti collaborazionisti con lo straniero; le truppe tebane furono ricacciate, Atene intervenne a difesa di Platea (431 a.c.). Sulle navi ateniesi remavano i teti, la lega del Peloponneso contava sugli opliti, che devastarono i campi dell’Attica.
Corinto mirava ai tesori di Delfi e Olimpia, altri tesori erano nell’Acropoli ateniese (in guerra si ruba e non si rispettano i santuari), la flotta ateniese minacciava il Peloponneso, intanto Caria e Licia facevano pirateria. Atene e il Pireo si riempirono di profughi e nell’Attica si diffuse la peste, mentre il Peloponneso ne era indenne, la peste fu attribuita ad Apollo; nel 429 a.c. Pericle sembrava finito e l’aristocrazia voleva ritornare al potere, nel braccio di ferro, Sparta, Argo e Corinto cercavano l’aiuto della Persia.
Nel 428 a.c. la città di Mitilene, nell’isola di Lesbo, si ribellò ad Atene e fu occupata, Platea fu sconfitta da Tebe, Atene si mosse contro Siracusa alleata di Corinto; nel 426 a.c. le sorti della guerra volgevano a favore di Siracusa, il tesoro ateniese era finito, ma gli ateniesi volevano la continuazione della guerra; a causa di un terremoto che colpì Sparta, gli efori proposero la pace, ma la proposta fu respinta da Atene, gli ateniesi erano guidati dal demagogo Cleone che, per fare cassa, raddoppiò i tributi.
Gli spartani temevano la rivolta degli iloti, gli ateniesi avevano presidi nelle città, Sparta voleva la pace; per la fine della guerra, si sosteneva che il re di Sparta aveva corrotto la sacerdotessa di Delfi, Apollo aveva promesso la vittoria agli spartani, Cleone era a favore della pace e ora Nicia dirigeva la politica di Atene. La pace consegnò la Tracia ad Atene, ci fu la riconsegna dei prigionieri, Corinto perse dei territori; con la pace di Nicia tra Sparta e Atene, tra le due città fu fatta anche un’alleanza.
Però chi era con Sparta era contro la democrazia, così gli stati democratici stavano da una parte e quelli aristocratici dall’altra, alcune città si separarono da Sparta e fecero lega con Argo aristocratica; Corinto non aderì al trattato di pace e alcuni volevano persuadere Argo alla guerra e a ripudiare la pace con Atene, Sparta temeva che Atene stringesse un’alleanza con le città del Peloponneso. Purtroppo il democratico Pericle rovesciò la politica di Clistene sulla cittadinanza e per la cittadinanza richiese la discendenza ateniese di entrambi i genitori; intanto permanevano i partiti della pianura, della costa e della montagna, con le loro contese, identificati con Clistene, Isagora e Pisistrato.
In Grecia la popolazione si divideva in cittadini, forestieri liberi e servi, a Sparta e Argo si aggiungevano i perieci, che avevano i diritti civili ma non quelli politici; i perieci prestavano servizio militare, avevano piccoli appezzamenti di terra ed esercitavano il commercio, gli iloti erano servi senza terra e lavoravano la terra per i loro padroni, perieci e iloti erano popolazioni predoriche. Gli spartani non riconoscevano il ruolo dei forestieri residenti e dei meteci, vietavano i matrimoni misti, la schiavitù era per contratto e la servitù per diritto di conquista.
In Attica i meteci erano numerosi, Temistocle incoraggiò la loro immigrazione, con esenzione di tributi, essi aumentarono dopo le guerre persiane; ad Atene i meteci erano stati esclusi dai diritti politici, dal possesso di beni immobili, erano soggetti al servizio militare, alle tasse e dovevano avere un mallevatore o garante cittadino; però avevano libertà personale, di culto e di commercio, spesso erano agiati.
La classe servile greca era fatta d’indigeni sconfitti, come gli iloti spartani, impegnati a lavorare la terra per i loro padroni e conquistatori dori; con il loro lavoro, consentivano agli spartani di dedicarsi alle armi e alle attività amministrative. Gli iloti potevano essere affrancati, l’emancipazione era loro concessa come ricompensa in guerra, ove costituivano truppa leggera al servizio degli opliti.
Gli iloti di Sparta si ribellarono, erano sotto la legge marziale ed erano sorvegliati dagli efori, invece ad Atene gli schiavi avevano il permesso di vivere dove volevano e avevano rapporti familiari e sociali, erano acquistati e affrancati, erano prigionieri di guerra, condannati, trovatelli e barbari; erano impiegati soprattutto nei lavori domestici, nell’industria gli schiavi erano apprendisti, a volte lavoravano a fianco dei liberi, però nelle miniere vi erano solo schiavi.
La durata della vita dello schiavo era breve, era considerato oggetto di proprietà e riceveva la tutela degli altri beni di proprietà; gli ateniesi proibirono di uccidere gli schiavi e di trattarli con crudeltà; fu riconosciuto il diritto di asilo anche allo schiavo che, se maltrattato, poteva chiedere di essere venduto ad altro padrone, gli schiavi potevano essere affrancati o si potevano riscattare con i loro risparmi. Lo schiavo affrancato diveniva meteco, se lo schiavo moriva senza discendenti, il padrone era suo erede.
Sotto Pericle vi erano meteci che servivano come opliti, ad Atene la proprietà della terra era esclusa per chi era privo di cittadinanza; in generale, commercio e industria facevano affluire nelle città molti forestieri e schiavi; allora si emigrava liberamente per fare i mercenari, i pirati o i coloni, l’aristocrazia vedeva con sospetto e scansava lavoro manuale, commercio e industria, i lavori manuali e umili erano disprezzati dall’élite cittadina e dall’aristocrazia di campagna. Le industrie o artigianato erano su base familiare e potevano essere messe su con poco capitale, vi si lavorava dall’alba al tramonto, con una sosta per il pasto, lo stato non tutelava i lavoratori; i produttori vendevano ai consumatori senza intermediari e vendevano la merce di villaggio in villaggio, producevano e vendevano anche su commissione.
Chi non aveva la cittadinanza era escluso dalla proprietà della terra e della casa, gli spartani, avendo rinunciato o trascurato il commercio, avevano meno denaro per la guerra e perciò furono aiutati dalle città della lega del Peloponneso; alla vigilia della guerra del Peloponneso, il re di Sparta, Archidamo, affermò che la guerra non era una questione di valor militare ma di denaro, che Sparta non coniava. Diversamente da Sparta, Atene, Corinto, Egina, Samo, Eubea e altre città avevano una flotta ed erano dedite ai traffici e ai profitti.
Lo stratega Pericle, figlio di Santippo e pronipote di Clistene, fissò un compenso in denaro per eliasti, baleuti e arconti; in precedenza le cariche pubbliche erano gratuite, però Pericle voleva aprire ai poveri le funzioni pubbliche. Poiché bisognava distribuire ai cittadini del grano ricevuto in dono dal faraone, Pericle, per ridurre il numero dei beneficiari, fece anche passare una proposta che negava la cittadinanza a chi non era figlio di madre e padre ateniese.
Dal 461 a.c. il partito democratico di Pericle lanciò la città nell’avventura imperialistica; poiché Atene sfruttava alleati e città sottomesse, il conservatore Tucidite, genero di Cimone, si oppose alla politica imperialistica del democratico Pericle e perciò nel 443 a.c. fu ostracizzato; Atene si era votata alla democrazia perché la vittoria sui persiani le era stata regalata dalla classe più umile dei teti, che formavano la ciurma delle sue navi, mentre nelle navi di Sparta vi erano gli schiavi a remare; il democratico Temistocle aveva fondato la potenza di Atene sul mare e il democratico Pericle ispirò l’imperialismo ateniese aiutato dalla flotta.
Il regime democratico, con le cleruchie, apriva nuove terre da colonizzare per i poveri, i tributi degli alleati e dei popoli sottomessi favorivano i lavori pubblici, ancora a vantaggio dei poveri senza terra. Perciò il popolo ateniese appoggiò la politica imperialista mentre, per reazione da parte delle città sottomesse, scoppiò la guerra del Peloponneso che durò trent'anni; nel 434 a.c. lo stratega e storico Tucidite fu sconfitto e fu costretto ad andare in esilio.
Dopo le guerre persiane, dal 461 a.c. si contendevano l’egemonia in Grecia la lega peloponnesiaca, con a capo Sparta, e la lega delio-attica con a capo Atene, la prima rappresentava i regimi oligarchici e la seconda quelli democratici. Nel 433 a.c. ci fu il conflitto tra Corcina, che aveva una grande flotta, e Corinto, Corcina era oligarchica e Corinto, che faceva parte della lega del Peloponneso, ebbe la peggio. In quella guerra, Atene si alleò con Corcina e Reggio, Siracusa con Corinto, la sua madrepatria.
A causa della sua sconfitta, Corinto incitava Sparta alla guerra contro Atene, Megara, membro della lega del Peloponneso e alleata di Corinto, si vide chiudere i mercati dell’Attica; intanto il re di Macedonia, Perdicca, era irritato con gli ateniesi che erano intervenuti nelle sue contese dinastiche. Delfi, assieme ad Olimpia, finanziò la prima fase della guerra degli spartani contro Atene, perciò nel 431 a.c. gli spartani, alleati dei tebani, dichiararono guerra.
L’ecclesia ateniese, consigliata da Pericle, propose l’autonomia alle città soggette se Sparta avesse fatto altrettanto, però Pericle non voleva misurarsi per terra con Sparta, perciò abbandonò la campagna e accolse la popolazione della campagna in città; all’inizio nel Peloponneso Argo e Acaia erano neutrali e i Tessali erano alleati di Atene. La guerra del Peloponneso, divisa in tre periodi, andò dal 431 al 404 a.c., vide una disastrosa spedizione di Atene contro Siracusa e si chiuse con la capitolazione di Atene.
Con lo sviluppo economico di Atene, il sistema fiscale che tassava solo la terra fu abbandonato e nel 428 a.c. il governo ateniese contava su imposta fondiaria, imposte indirette, dazi sul Pireo, sulle importazioni, sulle esportazioni e alle frontiere; nel 410 a.c. riscuoteva pedaggi sul Bosforo ed Ellesponto, tributi dalle città soggette, un’imposta sui contratti, una sulle vendite, inoltre Atene riscuoteva ammende e aveva proventi dalla vendita di beni confiscati. L’allestimento delle triremi costava molto.
La lega o confederazione volontaria di Delo contro la Persia, nata nel 478 a.c., riceveva un contributo volontario che poi fu trasformato in tributo obbligatorio, che era depositato nell’isola di Delo e dal 454 a.c. ad Atene; il tesoro dello stato era custodito nel tempio di Atena, la confederazione di Delo depositò il suo tesoro nel tempio di Apollo e di Artemide, ad Atene; allo scoppio della guerra del Peloponneso, questi tributi erano ancora riscossi. Nel V secolo a.c. ad Atene fu introdotto il pagamento per i servizi pubblici, cioè per i magistrati, lo stato aiutava gli indigenti.
Sparta, a capo della lega del Peloponneso, era nemica di Atene ma aveva un partito collaborazionista o filo spartano ad Atene, anche a Sparta vi era un partito favorevole ad Atene, anche la Persia finanziava partiti filo persiani ad Atene e a Sparta. Sparta riorganizzò la lega Anfizionica di Delfi, escludendone gli stati amici di re Serse di Persia, come Tessaglia e Beozia, estendendola al Peloponneso ed escludendo Argo rivale di Sparta; da Atene, Temistocle, che lottava contro la supremazia di Sparta, operò per sventare questo piano.
A Delo esisteva una corte di giustizia per sanzionare inadempimenti e omissioni di pagamento dei tributi, Atene era dominante, alcuni stati fornivano navi e altri pagavano tributi, generali e magistrati erano ateniesi, il diritto alla secessione dalla confederazione fu lasciato nel vago, altrimenti la lega non sarebbe nata. La stessa cosa accadde con la nascita degli Stati Uniti, poi ci fu la guerra per contrastare la secessione del sud, se il sud fosse stato sovrano, nessuno avrebbe potuto mettere in discussione la sua devoluzione, però gli stati non rispettano nemmeno la costituzione e i trattati internazionali.
Alla confederazione di Delo partecipò anche Ionia, Tracia, Ellesponto, Caria, Efeso e Bisanzio, non vi faceva parte Sparta, dove regnava re Pausania, la confederazione di Delo fu creata dallo stratega ateniese Temistocle che vinse i persiani a Salamina e fortificò il porto del Pireo; Aristide comandava la flotta e dal 476 a.c. il generale Cimone era comandante delle forze ateniesi; Cimone era sostenuto dal partito aristocratico, era un signorotto di campagna ostile a Pericle, fu il più grande condottiero greco. Con la creazione della confederazione di Delo, i persiani erano stati cacciati dall’Europa e dall’Asia Minore marittima, il sinodo continuava a riunirsi a Delo, ma le città della lega avevano perso autonomia e pagavano un tributo ad Atene, il che però serviva a creare una flotta più omogenea.
Nel Peloponneso la costituzione spartana era fatta risalire al mitico Licurgo, ma aveva mutuato da Creta, allora la Laconia era divisa tra spartani, perieci o indigeni collaborazionisti e Iloti o achei schiavizzati; gli spartani discendevano dai conquistatori dori e avevano pieni diritti civili e politici, la terra non poteva essere venduta e andava trasmessa a un solo erede, chi perdeva la terra perdeva i diritti del cittadino; questa terra era lavorata dagli iloti.
Agli spartani era vietato praticare commercio, industria e coniare monete, i perieci avevano diritti civili ma non politici, erano vassalli tenuti al servizio militare, gli iloti erano servi della gleba e inizialmente erano esentati dal servizio militare, poi furono ammessi nelle guerre del Peloponneso, non avevano né diritti civili, né diritti politici; perieci e iloti erano discendenti di popolazioni predoriche; comunque, com’è accaduto in tutti i paesi con forti differenze sociali, per sottrarsi alla loro condizione, anche gli iloti di Laconia e Messenia tentarono l’insurrezione armata e la rivoluzione.
Alla testa dello stato spartano, come tra i Cazari del Volga, c’erano apparentemente due re, forniti di potere militare, entrambi discendenti degli eraclidi e capi di due tribù doriche, forse era un compromesso ereditario tra monarchia e aristocrazia; il potere del re era fortemente limitato dalla magistratura annuale e collegiale degli efori o sorveglianti, che erano in numero di cinque, questi aristocratici controllavano il re, potevano giudicarlo, presiedevano l’assemblea popolare e, in pratica, governavano lo stato. Insomma affermare che a Sparta era al potere la monarchia assoluta e non l’aristocrazia è un errore, era quasi una monarchia costituzionale, cioè basata su una costituzione con pochi diritti per alcune etnie.
Dalla tradizione, l’origine degli efori è attribuita a Licurgo, in realtà erano nobili che rappresentavano cinque tribù territoriali, come estensione delle tre originali tribù doriche; dal 754 a.c. cominciò la lista degli efori eponimi, però l’eforato era anteriore a quella data. L’assemblea popolare di Sparta o apella includeva gli uomini liberi che avevano compiuto i trent’anni, eleggeva i magistrati, approvava le leggi e dichiarava la guerra. La Gherusia era formata da trenta membri, cioè i due re e ventotto nobili, eletti a vita; assisteva i re e, in periodo oligarchico, si trasformò da organo consultivo in legislativo ed esecutivo; come ad Atene, anche a Sparta esistevano tribù, fratrie e clan familiari; il vero potere, politico ed economico, era nelle mani dei clan familiari nobiliari e latifondisti.
Nel VI secolo a.c. nacque la lega peloponnesiaca, il santuario di Olimpia della lega era nel Peloponneso, era un’alleanza militare sotto il comando di Sparta, che però riconosceva autonomia alle città; la lega era diretta da un consiglio o sinedrio di rappresentanti delle città aderenti, le sue azioni erano decise con un voto; però Sparta operava, anche finanziariamente, perché nelle città della lega fossero al potere governi oligarchici filo spartani.
Queste cose accadono ancora oggi, si parla delle ingerenze dello straniero, mentre la sovranità e l’indipendenza dei paesi e dei popoli non sono mai complete, anche perché i loro dirigenti politici, economici e l’informazione si vendono ai poteri forti e allo straniero. Gli spartani fissavano i contingenti di ogni città, senza pretendere tributi, però il contingente era una tassa perché non ci si poteva sottrarre, Corinto dorica prestava la sua flotta; comunque il re Cleomene, con l’Anfizionica, aveva cercato l’egemonia anche al di fuori del Peloponneso, cioè in Tessaglia, Beozia e nell’Attica di Atene; anche Filippo II di Macedonia applicò questa strategia.
Al di fuori della Grecia e in Grecia, tradizionalmente l’esercito e il clero erano poteri enormi al di fuori della costituzione, erano il vero potere, perciò il re era il supremo comandante militare; l’impero si cementava con una sola moneta, segno della sovranità statale, e con una sola lingua, anche se in provincia esistevano altre lingue e dialetti; si potevano accettare, in segno di tolleranza, più religioni se queste garantivano l’ordine e l’obbedienza al re.
L’attaccio ad Atene era stato suggerito dai traditori aristocratici ateniesi Alcmeonidi, sostenuti da Sparta e Persia; la storia insegna che gli interventi stranieri sono sempre sollecitati da partiti interni che non accettano di essere relegati al margine della vita politica di un paese, perché con il potere ci si può ingrassare. I persiani non ebbero fortuna in Grecia, nel 489 a.c. lo stratega Milziade, della famiglia ateniese dei Pisistratidi, prevalse contro di loro a Maratona.
Sotto lo stratega Alcibiade, Atene democratica era solita passare per le armi i combattenti nemici sconfitti, vendendo come schiavi donne e bambini del nemico, poi distribuiva le loro terre ai cleruchi ateniesi; a scopo di propaganda, Sparta rimarcava atrocità e crimini di guerra degli ateniesi, la storia non è cambiata. Nel 415 a.c. Alcibiade decise l’intervento in Sicilia contro Siracusa, l’impresa finì male e lo stratega Alcibiade scappò, condannato in contumacia da Atene, riparò a Sparta perché Alcibiade era più incline alla tirannide che alla democrazia.
Ad Atene Socrate aveva esercitato attrazione su Alcibiade, Socrate diffidava di Sparta, dove però gli iloti erano stati finalmente emancipati, nel 419 a.c. Nicia e Alcibiade furono rieletti strateghi e Sparta prevalse con la forza delle armi su Argo. Nel 417 Atene, con l’aiuto di Perdicca, re di Macedonia, voleva salvare la sua posizione in Tracia, impose al suo impero pesi, e misure e moneta.
Dopo la sconfitta contro Siracusa, scoppiò una rivolta nell’impero ateniese e Atene sostituì il tributo a carico delle città sottomesse con un’imposta sul commercio marittimo, il movimento di secessione era forte a Chio, Eubea e Lesbo; Dario II voleva riprendersi le città d’Asia, Atene attaccò Mileto difesa da opliti peloponnesiaci, Tissaferne, satrapo persiano d’Asia, si offrì di finanziare la flotta del Peloponneso contro Atene.
Alcibiade era stato esiliato per aver appoggiato l’impresa siciliana, perciò Tissaferne gli propose un’alleanza per l’abbattimento della democrazia ateniese, Atene era impoverita e Sparta era alleata della Persia; in quel momento, per il popolo la sicurezza era meglio della democrazia. Dopo l’offerta persiana, Alcibiade chiese alla Persia la Ionia e fu scaricato, però ad Atene Aristofane voleva l’alleanza con Sparta e non con la Persia.
Allontanatosi da Alcibiade, Tissaferne si riconciliò con Sparta e propose di finanziargli la flotta contro Atene, intanto ad Atene si progettava la riorganizzazione dello stato su basi aristocratiche; fu abolita l’indennità per gli uffici, eccettuati gli arconti e il consiglio, si creò un consiglio dei quattrocento con il compito di legiferare. Sulla flotta di Sparta scoppiò una rivolta degli uomini liberi che volevano la paga, la Persia voleva la guerra ad Atene ma Sparta propose ad Atene la pace in base allo status quo.
Ad Atene fu mutata la costituzione di Solone, i maschi liberi in grado di portare le armi ebbero la cittadinanza, il consiglio fu rappresentato da membri sorteggiati, c’erano magistrati eletti, tra cui gli arconti, e magistrati sorteggiati, le magistrature minori erano sorteggiate, fu soppressa l’Assemblea. Nel 410 a.c Atene era ancora padrona dei mari, gli equipaggi della flotta avevano i diritti civili, Cleofante restituì la cittadinanza ai non abbienti, fu distribuito un sussidio ai bisognosi e furono ripresi i lavori pubblici.
Sparta voleva la pace ma chiedeva ad Atene di rinunciare a Eubea, Rodi, Chio, perciò la guerra continuò e Alcibiade occupò Cizico, nel 409 a.c. gli ateniesi saccheggiarono la Lidia e Alcibiade mirava alla neutralità della Persia. Ad Atene il governo dei quattrocento aveva spaccato l’aristocrazia, i soldati non potevano parlare in assemblea e in consiglio e crebbero le società segrete, protette dallo stato.
Con una legge fu stabilito che l’uccisione di un rivoluzionario non era assassinio, gli aristocratici erano considerati traditori e il sistema giuridico incoraggiava la delazione, le fonti del diritto erano date dai codici di Dracone e Solone e dai decreti del Consiglio e dell’Assemblea; le giurie erano fatte con sorteggio, i precedenti giuridici non avevano valore legale, però la corruzione giudiziaria esisteva ancora.
Nel 407 a.c. Alcibiade era al comando della flotta ateniese, mentre a capo della flotta del Peloponneso era Lisandro, sostenuto da Ciro di Persia, che aveva finanziato la flotta spartana e ne pagava l’equipaggio; nel 406 a.c. Alcibiade fu sconfitto da Lisandro e non fu più rieletto stratega tra i dieci strateghi di Atene. Nelle navi ateniesi erano tutte le classi sociali ma mancavano gli schiavi, a Sparta temevano le ambizioni sfrenate di Lisandro sostenuto da Ciro.
Ora Atene aveva sei strateghi, la confederazione di Delo era stata un’associazione volontaria, mentre l’impero ateniese era una creazione della forza, la Persia era il nemico; a Sparta regnava il re Pausania, Lisandro era a capo della flotta; ci fu lo scontro tra le due flotte e i due eserciti e Atene capitolò, ne furono demolite le mura e il partito oligarchico ritornò appoggiato da Sparta, Cleofante fu condannato.
Atene consegnò la flotta, Tebe e Corinto volevano la distruzione di Atene, ma Sparta era contraria, però Atene doveva stare sotto la direzione militare di Sparta, tra gli esuli ritornò Crizia e Alcibiade fu richiamato; ora il paese era governato da un consiglio dei trenta, tre per ogni tribù, comunque furono condannati i capi democratici e una guarnigione spartana si stabilì sull’Acropoli, diretta da un uomo di Lisandro e intenzionata ad appoggiare l’oligarchia. La legge resi innocui quelli che erano privi di diritti, fu approvata la condanna a morte e la confisca dei beni, bisognava pagare le truppe spartane occupanti, fu colpito il capo dei moderati e quelli che avevano partecipato al rovesciamento del consiglio dei quattrocento, poi il consiglio dei trenta esiliò Alcibiade e Trasibulo.
Nel 404 a.c. Trasibulo, a capo di un contingente, ritornò e uccise molti lacedemoni, Crizia fu ucciso, la ribellione all’oligarchia era la ribellione a Sparta; fortunatamente nel 402 a.c. a Sparta il potere di Lisandro fu abbattuto dal consiglio degli efori; re Pausania arrivò nell’Attica, mise da parte il consiglio dei trenta, reintegrò ognuno nelle proprietà e concesse un’amnistia, però gli ateniesi dovevano giurare fedeltà ai lacedemoni.
Trasibulo presentò all’Assemblea un progetto di legge che concedeva diritti politici a stranieri, meteci e schiavi, ma gli aristocratici la fecero ritirare per incostituzionalità, Sparta e i privilegiati erano contrari alla proposta e volevano limitare la cittadinanza ai proprietari terrieri. Fu promulgata la legge di Pericle del 451 a.c., per combattere la corruzione della giustizia si assegnarono i giurati ai tribunali per sorteggio al momento dell’udienza, fu rilanciato l’arbitrato; nel 400 a.c. i trenta furono giustiziati e l’oligarchia fu rovesciata, fu concessa parità ai cittadini, ammessi i matrimoni misti ai meteci combattenti, altre concessioni furono fatte ai forestieri con benemerenze.
In Sicilia la flotta ateniese fu sconfitta dai siracusani e il generale ateniese Nicia chiese inutilmente aiuto a Cartaginesi ed Etruschi, poi i siracusani misero a morte il generale ateniese Demostene; nel 412 a.c. il traditore Alcibiade propose un’alleanza tra Sparta e Persia, Dario II finanziava Sparta contro Atene. Intanto ad Atene il partito oligarchico rialzava la testa, dall’epoca di Pericle era rimasto all’opposizione e ora, sparita l’aristocrazia, si appoggiava su opliti e ceto medio; anche questo colpo di scena fu appoggiato da Alcibiade, ora più vicino ai persiani che a Sparta, egli propose agli ateniesi che, se avessero abbandonato la democrazia, la Persia si sarebbe staccata da Sparta.
Nel 411 a.c. ad Atene un comitato di dieci persone fu incaricato di redigere la nuova costituzione, la bulè dei 500 membri, scelti per sorteggio, fu sostituita da una bulè di 400 membri, scelti per cooptazione, l’ecclesia fu sostituita da un corpo di 5000 persone, scelte in base al censo e convocate dai 400; la bulè aveva potere legislativo ed eleggeva i magistrati. La democrazia era abbattuta e iniziarono le epurazioni dei democratici e le trattative con Sparta.
Però l’oligarchia ebbe breve durata, infatti, la ciurma dell’isola di Samo si ribellò, si scontrò con i 400 e continuò la guerra contro Sparta poi, misteri della politica, votò il ritorno di Alcibiade, che fu fatto stratega e assunse un atteggiamento conciliante verso i 400; i moderati si allearono con lui, fu restaurata la bulè dei 500 ed esteso agli opliti il diritto a partecipare ai 5000; Alcibiade era il trionfo del trasformismo.
Nel 410 a.c. il demagogo Cleofonte sconfisse la flotta del Peloponnesso e fu restaurata la democrazia ad Atene, nel 408 a.c. Alcibiade era stratega di Atene, la flotta ateniese fu sconfitta da quella del Peloponneso e nel 406 a.c. Alcibiade se ne andò esule volontario nell’Ellesponto, nel 404 a.c. fu assassinato in Frigia dall’ammiraglio spartano Lisandro, che aveva sconfitto la flotta ateniese. Il popolo ateniese aveva votato la condanna a morte per chi avesse proposto la capitolazione, ma il voto non poté fare miracoli e la flotta di Lisandro entrò vittoriosa nel Pireo; nel 404 a.c. le mura di Atene furono distrutte e cominciò il dominio di Sparta in Grecia.
Sparta oligarchica era scesa in guerra contro Atene, agitando gli ideali di libertà e autonomia delle polis, poi, divenuta con la vittoria arbitra della Grecia, instaurò nelle città liberate governi oligarchici che governarono con metodi tirannici, costrinse le città ad alleanze militari e a rinunciare a una politica estera autonoma. Il generale Lisandro vittorioso sosteneva questa politica, mentre il re Pausania di Sparta suggeriva moderazione, il conflitto tra i due si delineò fin dal 403 a.c.
Lisandro aveva imposto ad Atene l’abolizione della democrazia e una commissione di trenta uomini per elaborare la nuova costituzione, i diritti politici furono limitati a tremila abbienti, i poteri dell’Eliea passarono a una commissione di 500, il popolo fu privato di armi e quelli compromessi maggiormente con la democrazia furono messi a morte o costretti alla fuga; i meteci stranieri con simpatie popolari furono espropriati.
Atene si ribellò, re Pausania, sostenuto da tre dei cinque efori, marciò su Atene alla testa di truppe del Peloponneso però nel 403 a.c. fu restaurata la democrazia, comunque, la città era impegnata a rimanere alleata con Sparta. Il primato di Atene era nato nella guerra contro la Persia e Sparta aveva trionfato su Atene alleandosi con la Persia, perciò per Sparta era problematico difendere l’autonomia dei greci d’Asia dalla Persia.
Sparta aveva fornito mercenari a Ciro, però quando il satrapo persiano Tissaferne, sotto Artaserse, chiese alle città della Ionia la sottomissione, queste chiesero aiuto a Sparta che inviò le truppe. Allora Artaserse fece sapere ad Argo, Tebe, Corinto e Atene che era disposto a finanziare una loro guerra contro Sparta, a Sparta scoppiò la guerra civile tra il generale Lisandro e il re Pausania, forse attizzata da Atene con il denaro e il re fu costretto a fuggire in Arcadia, rifugiandosi tra amici democratici, dove morì nel 381 a.c.
Nel 388 a.c., nel corso di una guerra civile, il democratico ateniese Trasibulo fu assassinato, aveva proposto di concedere la cittadinanza a schiavi e meteci che avevano combattuto per la democrazia e aveva ridato ad Atene primato navale, anche ad Atene esisteva un partito spartano che soffiava sul fuoco; nel 392 a.c. Sparta, cercò l’alleanza con la Persia, in cambio della rinuncia alle città greche d’Asia, ma Atene non era d’accordo. Con la pace di Antalcina del 386 a.c. tra Atene e Sparta, furono sciolte le leghe e riconosciuta autonomia alle città soggette, però Tebe era ancora soggetta a Sparta e perciò, aiutata da Atene, si ribellò.
Nel 377 a.c. tutte le città principali di Grecia, eccetto Sparta, fecero lega con Atene, con la promessa di rispettare autonomia e libertà, gli alleati non avevano presidi o governatori ateniesi e non pagavano tributi; si condannò l’imperialismo e si assicurò la Persia che la lega non era diretta contro di essa. Il consiglio federale o sinedrio aveva sede ad Atene, le decisioni erano approvate dal sinedrio, competente per la guerra e la politica estera; il sinedrio fissava i contributi dei soci, l’ingresso di nuove città e l’amministrazione del capitale della lega, il comando militare spettava ad Atene.
La guerra della lega contro Sparta ebbe successo, Tebe conquistò l’autonomia e l’egemonia in Beozia e ora preoccupava Atene, non versava più nemmeno i contributi alla lega, perciò nel 375 a.c. Atene, con la mediazione di Artaserse, fece la pace con Sparta; gli spartani si scontrarono con i tebani che vinsero e fu il crollo della potenza spartana e dell’egemonia spartana, gli alleati peloponnesiaci di Sparta si ribellarono. Atene era in buoni rapporti con la Persia e convocò un nuovo congresso della pace, nel Peloponneso arcadi, argivi ed elei ottennero autonomia e governi democratici, perciò Sparta marciò contro gli arcadi e nel 369 a.c. Tebe intervenne in loro favore.
La costituzione dovrebbe condizionare tutto l’ordinamento legislativo, ma certe volte, come accade in Italia, la legge ordinaria non è conforme a essa; alcuni stati, come l’Inghilterra, sono privi di costituzione e sopravvivono stesso. Per i greci la costituzione non significava un documento specifico, ma solo un corpo fondamentale di leggi. Le norme introduttive della costituzione italiana e di altre costituzioni contengono principi irraggiungibili, anche se si definiscono documenti programmatici; però sono utili le parti che regolano il funzionamento dello stato e dovrebbero comprendere anche il sistema elettorale.
I dieci comandamenti e i regolamenti comunali italiani non sono costituzioni, perché contengono solo divieti, mentre i regolamenti e le sanzioni sono previsti da altre norme; gli statuti reali erano costituzioni concesse unilateralmente dal re, con pochi diritti per i cittadini, invece le costituzioni moderne sono deliberazioni di organi in rappresentanza di cittadini; comunque, la costituzione non va intesa necessariamente come legge democratica e rispettosa dei diritti dei cittadini.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it; numicco@tin.it
Fonti storiche:
“STORIA UNIVERSALE – VOL. I - L’ETA’ ANTICA E LA GRECA” Istituto Geografico De Agostini – Novara,
“STORIA DEL MONDO ANTICO – VOL. IV – PERSIA, GRECIA E IMPERO ATENIESE” Università di Cambridge – Garzanti Editore.
Tutti i popoli sono stati nomadi, spostatisi per il pascolo, per la carestia e perché spinti da altri popoli; spesso si sovrapposero a popolazioni sedentarie agricole e le resero loro schiave. I nomadi non avevano un patto con lo stato ma con il capo di una tribù, che era anche loro comandante militare, non erano legati a un territorio ma al bestiame d’allevamento, poiché privi di carcere, applicavano la pena di morte con frequenza, le pene minori erano la mutilazione, il risarcimento e il bando. Sono stati nomadi i dori, gli arabi, gli ebrei, i germani, i mongoli, gli slavi e tutti gli altri popoli, alcuni, come i beduini arabi, lo sono ancora.
Tra il 50° e il 36° parallelo, dall’Ungheria all’Asia, vivevano tribù nomadi ugro-finniche, di razza mista mongola e indoeuropea, in Cina gli Unni furono respinti sotto la dinastia Hia (2206-1766 a.c.) e dall’imperatore Suan (827-781), però all’inizio dell’era cristiana sconfissero i romani. Attraverso il Caucaso arrivarono cassiti, indoeuropei, mitanni, medi, cimmeri e sciti, i medi giunsero in Persia nel IX secolo a.c., nell’VIII secolo a.c. arrivarono gli sciti che costrinsero i cimmeri a lasciare le loro terre, poi si scontrarono con il re assiro Sargon II (722-705 a.c.).
I cimmeri invasero l’Asia Minore, distrussero la Frigia e nel 652 a.c. uccisero re Gige di Lidia, allora la Lidia si alleò con le città ioniche d’Asia, però il dominio dei cimmeri non durò a lungo, gli sciti li soggiogarono e si spinsero con le loro incursioni fino in Egitto, parteciparono alle guerre tra assiri, medi e babilonesi; i medi erano alleati con i babilonesi e gli sciti con gli assiri. Dopo la rovina dell’Assiria, i medi sconfissero e respinsero gli sciti, a loro ricordo rimase la città di Scitopoli in Palestina, oggi Beisan.
Il nomadismo nasceva dalle necessità di seguire le mandrie che avevano bisogno di nuovi pascoli, come carnivori e cacciatori seguono gli erbivori e così si diffondono, il nomadismo si sposta con le necessità degli armenti, richiede meno lavoro dell’agricoltura e perciò il nomade accetta la vita nomade. Gli stati sedentari vivono sul lavoro dei sudditi, mentre le tribù nomadi sul bestiame che si sposta in cerca di pascolo, però ne nascono rivalità fra tribù nomadi e popoli sedentari agricoltori; il mito ebraico di Caino e Abele nacque da ciò, Abele era pastore perché gli ebrei erano nomadi.
I nomadi erano allontanati dai pascoli dalle tribù vicine e dalla carestia, quando conquistavano terre coltivate diventavano esattori dei contadini indigeni e sedentari; le tribù erano sopraffatte da sempre nuove orde in cerca di terre da pascolo, questi nomadi si spostavano con carri e con tutte le famiglie. Qualche volta i nomadi con le loro pecore trasformarono terre agricole in terre da pascolo o terre semidesertiche perché le pecore, diversamente dalle mucche, brucano erba assieme alle radici; pare che i tartari trasformarono la Russia meridionale da paese agricolo in paese pastorizio ed oggi anche in Asia centrale, Iran e Asia Minore esistono nomadi dove prima fioriva l’agricoltura.
Gli sciti erano nomadi che vivevano tra Danubio, Volga, Don e Dnepr, erano gente di stirpe mista finnica e caucasica, imparentati con Traci, abitanti di Crimea, slavi, i magiari, mongoli e iranici; provenienti dalle steppe, si stabilirono nella Russia meridionale, da loro discendono osseti e sarmati, parlanti dialetti iranici e afgani. Il movimento degli sciti si sviluppò nel VII secolo a.c. e alla fine fallì.
Gli sciti erano in parte iranici in parte unni, avevano pochi peli e la pelle rossastra, erano mongoli con sangue iranico come gli Uzbechi. Gli sciti dipendevano dai loro animali, soprattutto cavalli, che mungevano e castravano, allevavano anche bovini, pecore; cacciavano, coltivavano grano e altri vegetali, bevevano vino e avevano tende su carri grandi come padiglioni. Avevano cappotti, braghe e stivali, portavano berretti a punta e gioielli d’oro, la loro arma principale era l’arco, avevano corazze come quelle dei sarmati, conoscevano il ferro, usavano le selle ma non le staffe, collezionavano scalpi, le donne sciite erano rinchiuse nei carri.
Il nomadismo riguarda anche i popoli marinari colonizzatori, razziatori e i pirati. Al tempo del faraone Ramesse III (1205-1180), Siria, Palestina e Fenicia furono attaccate dai popoli del mare, in quell’epoca cadde anche l’impero hittita, questi invasori avevano carri da guerra e portavano elmi piumati; questi popoli diedero vita ai filistei di Palestina, ai siculi di Sicilia, ai danuni di Cipro e della Cilicia, ai sardi di Sardegna; provenivano dall’Egeo ed i loro elmi erano simili a quelli trovati a Micene. Gli sherden o sardi divennero come i filistei un corpo mercenario dell’esercito egiziano.
La ceramica filistea veniva da Cipro, filistei e sherden furono catturati e i primi furono impiegati come guarnigioni egiziane in Palestina, i secondi come mercenari in Egitto; oggi si sa che anche i cinesi ricevettero dai persiani dei soldati romani catturati in guerra e ne fecero dei soldati di guarnigione ai confini dell’impero. I filistei crearono fortezze a Gaza e Ascalon e poi si resero indipendenti dall’Egitto e furono sconfitti definitiva menta da Davide.
I popoli del mare, di schiatta diversa e tra i quali esistevano anche pirati e libici, si divisero la costa della Palestina, a sud di Gaza vi era un insediamento cretese ed anche Davide aveva mercenari cretesi. I filistei venivano dalla Lidia e si dicevano di origini cretesi, provenivano dall’area sudoccidentale dell’Asia Minore, erano un popolo pelasgico e una federazione di popoli diversi, anche achei, micenei e dori.
Egiziani e principi cananei lottarono contro la penetrazione di questo popolo, nel 1234 a.c. i popoli del mare distrussero la città di Ugarit in Fenicia e occuparono la valle del Giordano poi, all’inizio del X secolo a.c., i filistei furono sconfitti dalle truppe del re di Tiro e del re di Israele. I filistei costituivano una confederazione ed erano governati da cinque signori riuniti in consiglio, lavoravano il ferro e i loro artigiani erano riuniti in corporazioni simili a quelle fenicie di Ugarit.
I filistei occupavano la costa e gli israeliti le colline della Palestina, gli aramei occupavano la Siria orientale, i fenici Tiro, Sidone e Byblos; la potenza marittima dei fenici si sviluppò alla fine del XIII secolo a.c., dopo la distruzione dell’impero hittita, che aveva avuto il monopolio della lavorazione del ferro, e dopo il crollo della potenza micenea; però rimanevano le gesta piratesche dei popoli egei del mare che minacciavano tutti.
A quel tempo, le corporazioni erano sotto la protezione dei principi e fornivano capitali e protezioni contro i pirati; allora i termini fenicio, Canaan e mercante di tessuti di porpora erano un po’ sinonimi. Tra fenici e filistei il potere era tenuto dal re e dal senato degli anziani, esisteva però rivalità tra Byblos e Sidone e Byblos accettò la sovranità egiziana per difendersi da Sidone, Tiro fu fondata da Sidone. Per gli egiziani la terra di Ophir comprendeva Eritrea e Somalia, la Nubia era il Sudan e la terra di Cus era l’Etiopia.
Al tempo del faraone Ramesse III (1200 a.c.), i popoli del mare attaccarono anche l’Egitto, Tiro e Sidone furono distrutte dai popoli del mare e poi ricostruite; prima dell’irruzione dei filistei, che erano uno dei popoli del mare, esistevano colonie fenicie in Sardegna e a Cipro, fondate nel X secolo a.c. come Cartagine. A quel tempo, i fenici fondarono anche la città di Gades o Cadice in Spagna, la loro espansione fu favorita dalla distruzione dei filistei ad opera di Davide nel 975 a.c.; i filistei avevano conquistato la Palestina nel 1050 a.c., ma Hiram, re di Sidone e Tiro, si alleò con Davide e i filistei furono distrutti.
Cipro era stata scoperta dai minoici e dopo il 1400 a.c. fu raggiunta dai micenei, ebbe rapporti commerciali con la Palestina; allora le colonie subivano gli attacchi di pirati, perciò hittiti, amorriti, ebrei e alcune città stato d’Asia si salvarono accettando il protettorato egiziano. I pirati popoli del mare devastarono le coste della Siria e in Palestina, nel 1194 a.c. furono fermati sul Delta dal faraone Ramesse III, tra essi i filistei s’insediarono ad Askalon ed a Gaza.
I popoli del mare erano fatti da libici, frigi, lidi, cari, achei, micenei, sardi, filistei, fenici, ciprioti, lidi, lici e cilici, erano chiamati dagli egiziani, popoli del mare, perché abituati a navigare ed alla pirateria; come accadeva con le orde barbariche e nomadi di terra, erano di diverse culture e per la preda, combattevano assieme. La dominazione filistea in Palestina durò fino a Davide, i filistei provenivano da Creta e Cipro ed erano alleati con ioni, cari e lidi. Nell’800 a.c. Tiro fondò Cartagine, Cadice fu fondata da Sidone, la Fenica era stato protettorato egiziano, dall’876 all’846 a.c. le città fenicie furono prese dagli assiri, ma Cartagine rimase indipendente.
Nel 1100 a.c. l’Italia fu invasa da popoli dell’Europa centrale, a nord si praticava la cremazione e a sud l’inumazione, i villanoviani crearono la base della popolazione etrusca, però n Italia meridionale si è trovata ceramica micenea. La Sardegna fu abitata fin dalla fine del IV millennio a.c.., i primi insediamenti fenici avvennero nell’VIII secolo a.c. I nuraghe nacquero dal 1500 al 1400 a.c., gli sherden egei, dal 1400 al 1190 a.c. avevano combattuto contro l’Egitto e poi si stabilirono in Sardegna.
All’epoca di Ramesse III (1198-1166 a.c.) invasero il Delta assieme ai filistei; venivano dall’Asia Minore, da Sardis e dall’isola di Chios e diedero vita alla cultura nuragica. I mezzogiorno della Francia venne a contatto con greci e fenici, nel 600 a.c. i focesi fondarono Marsiglia, nel VI secolo a.c. ci furono contatti con gli etruschi. I romani vennero in aiuto dei focesi e scacciarono i celti da Marsiglia, facendo nascere la provincia della Provenza, nell’VIII secolo a.c. i fenici fondarono in Andalusia Gades o Cadice.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
Bibliografia:
“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Micene fu distrutta nel 1300 a.c. e nel 1050 a.c. scomparve la civiltà micenea, poi ci furono movimenti di popoli. Il mondo miceneo comprendeva Micene, Peloponneso, Attica con Atene, Corinto, Tessaglia, isole dell’Egeo, in parte Creta occupata dai micenei, Dodecaneso e Mileto in Asia Minore; alla fine del XIII secolo questo mondo fu invaso da popolazioni doriche, si salvarono solo le isole dell’Egeo e la Tessaglia, poi ci furono emigrazioni verso il mediterraneo orientale, Cilicia e Cipro, dove arrivarono i profughi da Creta e dall’Argolide micenea.
Nel 1191 a.c. Ramesse III aveva fermato i popoli del mare, provenienti dall’Egeo e da Cipro, tra loro erano i Filistei che si stanziarono nella Palestina meridionale costiera, nel 1200 a.c. la distruzione di Cipro fu attribuita a invasori venuti dal mare. Creta ricevette profughi e ne inviò a Cipro, la tradizione micenea fu conservata dai canti epici e dalla tradizione orale dell’Argolide; prima di Troia, Tebe fu presa dagli epigoni e alcuni guerrieri micenei combatterono sia alla presa di Tebe che di Troia.
Secondo una tradizione, il greco miceneo Mopso partecipò alla guerra di Troia (1200 a.c.), si stabilì in Panfilia e i suoi discendenti arrivarono in Cilicia, Siria e Fenicia (1190-1180 a.c.), suo figlio era detto re dei danuni; per Omero i danai erano i greci. Negli anni precedenti la guerra di Troia, altri greci emigrarono a Rodi, secondo una tradizione, discendenti di Eracle e di suo figlio Tessalo presero parte alla guerra di Troia.
I dori, pastori di ovini, furono chiamati tali solo dopo la loro marcia verso il Peloponneso e presero il nome dalla regione Doride, venivano dalla Macedonia, la terra di Alessandro, e dall’Epiro; sotto Illo, uno dei figli di Eracle, combattevano i micenei. Raggiunsero la Doride nella seconda metà del XIII secolo a.c., guidati dagli Eraclidi, alleati con gli ateniesi, e sconfissero Micene. I beoti loro alleati occuparono la Cadmea o la Beozia, il territorio di Tebe, fondata da Cadmo che, nel mito, perì nella guerra di Troia.
Gli eraclidi erano discendenti di Eracle e degli achei discendenti da Perseo re di Micene, guidarono i dori attraverso Epiro e Macedonia, allora i micenei dell’Argolide colonizzarono Rodi. I dori arrivarono a Creta, Dodecaneso, Rodi, Tessaglia, ne facevano parte tre tribù, Illei, Panfili e Dimini, poi Dori e eraclidi occuparono il Peloponneso. Nel 1200 a.c. alla guerra di Troia non presero parte né dori, né eraclidi, nel 1220 a.c. i dori presero il Peloponneso, spingendo avanti altre tribù.
Nel 1140 a.c. ci fu l’arrivo in massa di tessali e beoti, che occuparono Cadmea o Beozia, i tassali erano condotti dagli eraclidi ed i beoti erano legati agli spartani, i dori erano arrivati nel Peloponneso con navi condotte da eraclidi, diretti contro Micene, poi arrivarono in Arcadia e a Creta. Gli invasori furono aiutati dal declino della potenza micenea, la lunga guerra di Troia era stata causa di molte rivoluzioni; i dori sconfissero gli achei, presero Argo e Pylos, si spinsero verso Sparta e, diventati marinai, verso l’isola di Thera, fino a Rodi, Creta e Dodecaneso.
I dori presero il controllo delle campagne, però per la terra combatterono anche tra loro, Corinto dorica fu nemica della doride Argo, poi sferrarono un attacco contro l’Attica, ma non riuscirono a prendere Atene, in precedenza loro alleata contro Micene. Alla vigilia dell’invasione i dori erano condotti da tre sovrani eraclidi, secondo una tradizione, il re dei dori, Egimio, che aveva due figli, adottò Illo, figlio di Eracle, alleato dei dori, i tre figli diedero vita alle tribù di Illo, Panfilo e Dimante, un altro figlio di Eracle era Tessalo, che diede il nome ai tessali; gli altri due re tribali non erano eraclidi, però con la seconda invasione tutti e tre i re erano chiamati eraclidi.
Gli spartani dicevano di discendere da Panfilo e degli eraclidi, comunità miste affermavano di discendere dalle tre tribù, nacquero centri dorici indipendenti e, dopo la conquista, i legami tra i tre regni si allentarono; i dori adoravano Zeus e a Sparta si adorava Zeus, a Delfi il culto di Apollo era anteriore all’invasione dorica e poi fui adottato anche dai dori. Tra gli altri invasori, i tessali erano guidati dagli eraclidi, che introdussero in Tessaglia la servitù della gleba, nel loro cammino spazzarono i micenei e crearono quattro baronie; i beoti s’insediarono a Tebe in Beozia e si arrestarono ai confini dell’Attica, il terzo popolo minore invasore, gli Elei, stabilirono ad Olimpia il culto di Zeus ed Hera.
Quindi, la servitù della gleba fu un’istituzione premedievale, nasceva a vantaggio di capi tribù nomadi che si appropriavano di terre agricole di popoli indigeni, resi servi, è accaduta anche in Europa dopo la caduta di Roma. In Macedonia il re, spesso un capo tribù, aveva il possesso della terra, anche al tempo di Alessandro, in origine anche i dori avevano questa concezione. L’unica regione del Peloponneso che rimase indipendente fu l’Arcadia, però nel 1350 a.c. diversi arcadi si erano trasferiti a Cipro. Il dialetto eolico derivava da Eolo, figlio del miceneo Elleno, questo dialetto si conservò nella regione di Micene, gruppi di achei rimasero in Acaia, vicina all’Arcadia, mentre gli ioni si rifugiarono in Attica e da lì fermarono l’avanzata di beoti e dori.
Gli eoli erano arrivati in Tessaglia e Beozia nel II millennio a.c., furono scacciati dai dori e si stabilirono in Asia Minore, a Lesbo, Anatolia ed Eolide. Nel 1080 a.c. i primi profughi micenei arrivarono dall’Acaia ad Atene, le famiglie reali del periodo miceneo erano date da pelopidi, perseidi, eraclidi, ecc.; quando i Tessali invasero la Tessaglia, gli eoli espatriarono e gli ioni si stabilirono nell’Attica, perciò l’emigrazione eolica precedette quella ionica, nel 1050 a.c. ci fu l’attacco dorico ad Atene.
Dopo la caduta del mondo miceneo, in Grecia ci fu l’epoca oscura, la rinascita avvenne alla fine dell’VIII secolo a.c., i greci penetrarono in Asia Minore e nel VII secolo a.c. cominciarono ad incontrare ostacoli nella penetrazione verso l’interno. L’insediamento eolico iniziò nell’isola di Lesbo che nel V secolo a.c. aveva cinque città indipendenti, tra cui Mitilene; secondo la leggenda un nipote di Eolo era chiamato Lesbos, altre spedizioni eoliche avvennero nell’Eolide, in Asia Minore; dopo la guerra di Troia, ci furono altre migrazioni verso l’Egeo.
Le città greche della Deolide meridionale, sul continente asiatico, furono fondate durante l’epoca oscura, però Lesbo era già stata colonizzata dai greci micenei, prima della guerra di Troia, altri ne affluirono dopo la guerra e dopo il collasso del mondo miceneo. Erodoto narra che c’erano dodici città eoliche in Asia, tra cui Smirne, che poi nel VII secolo a.c. cadde nelle mani degli ioni, l’insediamento eolico della dodecapoli della Deolide meridionale risaliva al 1000 a.c.; all’interno abitava il popolo dei Misi che aveva pochi rapporti con i greci che si raccoglievano nella fascia costiera.
Nell’VIII secolo a.c. i greci di Mitilene occuparono la Troade, Mitilene stabilì colonie eoliche anche nei Dardanelli. Le colonie ioniche dell’Egeo si diressero verso le isole di Samos, Chios, nel golfo di Mileto in Asia Minore, anche Smirne divenne colonia ionica; la colonizzazione si diffuse nel V secolo, Atene era il centro principale dell’emigrazione. Atene e le città della Ionia avevano in comune feste e culti (Demetra) e dicevano di discendere da tribù ioniche, le rotte dei coloni erano organizzate da una città.
Già nel X secolo a.c. un’ampia colonizzazione ionica si ebbe soprattutto Mileto; prima degli ioni, quella regione era stata occupata dal popolo dei cari, forse cretesi e micenei mischiati con lidi, però esistevano insediamenti cretesi anche a Mileto, alcune città esistevano già in epoca preistorica cioè prima dell’arrivo degli ioni; Mileto era stato insediamento cretese e poi miceneo, nel XV secolo a.c. a Mileto la ceramica cretese cedette il posto a quella micenea e nel XIV secolo a.c. Mileto aveva un re acheo vassallo di quello hittita.
I coloni di Samos venivano dall’Argolide, il territorio di Argo, i focesi giunsero in Asia a seguito degli ateniesi, gli ioni si stabilirono a Smirne, ne cacciarono gli eoli e vi adoravano Dionisio, a Mileto i coloni ioni uccisero i cari e presero le loro donne come mogli; una storia simile al ratto delle sabine da parte dei romani. Nel XV secolo a.c. a Rodi esistevano insediamenti cretesi e nel XIV a.c. insediamenti micenei, la colonizzazione dorica dell’isola avvenne durante l’età oscura, cioè nel X o IX secolo a.c., quando i dori colonizzarono anche Creta.
L’eroe greco Altemene era considerato uno dei loro fondatori della colonia di Rodi, gli abitanti dell’isola di Knidos dicevano di discendere dai Lacedemoni arrivati da Sparta, altri insediamenti dorici erano di origine argolica; sul continente asiatico, Knidos fu la città dorica più forte, vi si facevano giochi in onore di Apollo, nell’VIII secolo a.c. l’isola fu occupata dai dori. In questi insediamenti esistevano anche abitanti cari.
Nel 360 a.c. Mausolo, satrapo persiano della Caria, costrinse i cari ad abitare in città, erano semibarbari e avevano come schiavi una popolazione locale non greca, generalmente i nuovi arrivati facevano schiavi i vecchi. I cari erano una popolazione indigena proveniente dall’Egeo, del gruppo livio e di lingua indoeuropea, erano buoni marinai ed erano appartenuti al mondo cretese e acheo; nel IV secolo a.c. adottarono lo stile di vita dei nuovi greci, si legarono a Mileto e divennero mercenari dei greci.
La costa meridionale dell’Asia Minore non era abitata da greci ma da Lici, ad oriente, in Panfilia e Cilicia, vi erano insediamenti achei, soggetti alle razzie dei pirati uomini del mare dell’Egeo e più tardi all’arrivo della diaspora micenea. Le città ioniche erano lungo la costa dell’Asia Minore, tra queste città erano Magnesia, Mileto e Smirne; intanto all’interno si stava formando il regno di Lidia, con capitale prima Midas e poi Sardis, che nel VII secolo a.c. minacciava la Ionia, Mileto e i suoi insediamenti fino ai Dardanelli.
Nell’VIII secolo a.c. all’interno dell’Asia Minore vi era stato il popolo dei Frigi, che si scontrarono con i cimmeri invasori e con le città ioniche. I proprietari terrieri della Ionia sfruttavano la popolazione locale a fini agricoli, nell’VIII secolo a.c. le vie marittime della Ionia conducevano in Siria, isola do Eubea, Corinto e Samos; nel 700 a.c., tra le città ioniche, nacque la lega di Panionion, che comprendeva dodici città che adoravano Poseidone.
Le città stato ioniche erano rette da monarchi, dai quali discesero le famiglie dei basilidi, arrivate anche in epoca bizantina, poi furono dirette da aristocratici proprietari della terra e quindi da tiranni. I signori della guerra, originariamente capi tribù, si facevano re per elezione da parte dei maggiorenti della comunità, quindi trasmettevano il loro titolo ai figli e creavano una dinastia ereditaria. Il governo aristocratico o oligarchico nasceva dalla ribellione dei nobili al re, la tirannide dalla degenerazione della democrazia popolare ribelle agli aristocratici.
Omero fornisce un quadro della fine dell’età del bronzo, la composizione è dell’VIII secolo a.c., però la guerra di Troia avvenne nel XIII secolo a.c.. In Grecia la scrittura scomparve alla fine dell’età del bronzo, con la distruzione di Micene, e ricomparve nell’VIII secolo a.c. con la scrittura alfabetica di derivazione fenicia; la tradizione poetica di Omero derivava da una tradizione in prosa e orale dell’età del bronzo. Omero non fece altro che raccogliere antiche tradizioni che integrò con episodi da lui inventati e poi poetò il tutto; questo processo è avvenuto anche per l’Eneide e per la Bibbia, peraltro non poetata.
Per gli antichi, con la poesia e la musica era più facile fare a meno della scrittura, perché riducono la fatica della composizione fatta su tavolette, forse Omero redattore finale dettò i poemi a un assistente che sapeva scrivere; dopo la loro nascita, i poemi furono modificati e integrati da altre mani, com’è successo per le sacre scritture, le variazioni avvennero dopo l’VIII secolo a.c. con interpolazioni rilevabili anche da cambiamenti di stile. I libri furono poi adottati da cantori e rapsodi, la forma definitiva si ebbe intorno al 700 a.c., conteneva un nucleo originale ampliato, opera di generazioni cantori, che si era originato da una vecchia tradizione orale.
La lingua di Omero è prevalentemente ionica, con forme arcaiche eoliche e cipriote, risalenti alla lingua di Micene, il crollo della civiltà micenea era avvenuto nel 1125 a.c.; la tradizione poetica fu portata in Asia Minore dagli emigranti, la poesia orale era esistita prima della guerra contro Tebe e prima della guerra di Troia e conservò nei secoli successivi parole micenee, anche lo schema metrico era miceneo.
Agamennone di Micene era capo degli achei arrivati a Troia, però le altre tribù achee avevano altri re, le armi erano di bronzo, le città greche da dove partì la spedizione erano per la metà micenee, la maggior parte di esse fu abbandonata dopo la fine dell’età del bronzo, Atene sopravvisse all’occupazione dorica; del contingente facevano parte uomini di Tessaglia, Beozia e Peloponneso.
Solo una parte del materiale poetico deriva dall’età achea, nell’Iliade tutti gli eroi avevano un carro da guerra, impiegato però come tale solo dai greci post-micenei, che lo presero dagli hittiti, gli achei combattevano soprattutto a piedi, furono gli hurriti e hittiti ad impiegare i carri e ad insegnarne l’uso agli altri popoli. Il carro divenne uno degli elementi distintivi dei nobili successivi, che poi gli preferirono la cavalleria, davanti a Troia operava la fanteria.
Tuttavia la struttura della società omerica era achea, con l’invasione dei dori, gli achei sopravvissuti furono fatti schiavi dai dori e si ridussero a vivere nei villaggi, il basileus al tempo di Omero era il re o un suo alto dignitario, successivamente, significò anche sindaco, conte o sovraintendente; Omero non ci ha parlato del palazzo di Micene, che doveva essere importante, ma solo del palazzo di Odisseo.
Con l’incendio di Micene, avvenuto nel 1125 a.c. per mano dei dori, crollò la cultura achea dell’età del bronzo e gli achei sopravvissuti che non volevano essere schiavi cercarono scampo oltremare, quelli rimasti divennero gli schiavi iloti dei dori; Atene resistette ma in Grecia la cultura declinò e fu l’età oscura, nel 1050 a.c. si svilupparono le emigrazioni verso l’Egeo, intanto i dori s’integravano nel Peloponneso, poi nacque la cultura classica greca.
Il secolo XI a.c. fornì contributi importanti ai poemi greci e non mancarono contributi eolici, però i poemi di Omero sono poemi ionici, i dori affluirono anche a Creta e colonizzarono Rodi e Tessaglia, il loro eroe era Eracle; con una tradizione partente dal continente greco, gli aedi ionici avevano canti sulla guerra di Troia. Però, secondo una tradizione, Omero sarebbe stato originario di Smirne o l’isola di Chios, per cui la Ionia di cui si parla sarebbe la costa dell’Asia Minore e non l’Attica, regione di Atene.
Nel 725 a.c. l’alfabeto fu introdotto in Grecia, perciò i poemi erano stati in precedenza trasmessi oralmente, ripresi da rapsodi, recitatori e cantori, poi ad Atene, nel V o IV secolo a.c., fu redatto il testo definitivo, praticamente quando nacque la bibbia ebraica definitiva; però nell’VIII secolo a.c. i compositori già cantavano i poemi. Questi poemi rafforzavano i legami tra Grecia e colonie dell’Asia Minore, fondando una cultura comune e una poesia eroica che poi fu copiata da Virgilio.
Nel 1200 a.c. era caduto l’impero hittita, perciò gradualmente Troia, Knosso, Micene, Frigia, Lidia e Ionia greca divennero le potenze principali dell’Asia Minore occidentale; in Grecia il posto degli achei era stato preso dai dori, in Sira e Palestina dominavano Fenicia, Damasco, Israele, Giuda, Moab ed Edom, poi, con l’età del ferro, crebbe la potenza assira e l’espansione dei popoli aramei.
L’espansione coloniale greca era avvenuta soprattutto tra il IX e l’VIII secolo a.c., poi, nelle città greche della Ionia, la monarchia cedette il potere all’aristocrazia, però esisteva rivalità tra Mileto e Samos e i greci facevano anche i mercenari; dopo l’uccisione di Gige, i cimmeri calarono su Magnesia e su altre città ioniche, i lici erano loro alleati.
I cimmeri, provenienti dalla Bulgaria, erano arrivati nell’VIII secolo a.c. attraverso l’Ellesponto, contenevano più di un popolo ed erano differenziati dagli sciti, l’orda dei cimmeri cessò nel VII secolo a.c. quando a Sinope furono sconfitti dagli sciti; allora i popoli del nord erano chiamati genericamente traci. In Lidia, a Gige successe Alliatte, che attaccò Mileto e poi venne a patti con la comunità ionica, nel 590 a.c. si scontrò con i medi che calarono in Cappadocia e i lidi ebbero la meglio; al tempo di Creso, Lidia e Babilonia erano alleate.
Alliatte venne a patti con Mileto e prese Smirne, aveva rapporti con Efeso, Mitilene, Corinto e Atene; da Gige ad Alliatte, crebbe l’influenza greca a Sardis. A causa della minaccia lidia, le città greche passarono da un’organizzazione oligarchica alla tirannia, l’espansione coloniale greca era avvenuta in periodo oligarchico e democratico; i tiranni che vennero si diedero da fare per consolidare il loro potere a spese della democrazia. Quando la Persia s’impossessò della Ionia, sostenne le tirannie delle città ioniche.
Contro i persiani di Ciro, Mileto chiese aiuto a Sparta e, senza successo, un’alleanza politica delle città della Ionia, i focesi fuggirono all’isola di Chios, in Corsica, Cartagine, Etruria e Calabria; con un’emigrazione di massa concentrata avrebbero potuto strappare la Sardegna a Cartagine. Le altre città della Ionia riconobbero i tributi ai persiani, fornirono truppe, ricevettero tiranni di nomina persiana, le città delle isole e della costa, Chios e Lesbos aderirono alle imposizioni persiane e le città ioniche furono sottoposte ad un satrapo persiano; nel 540 a.c. in Anatolia, Lidia, cari, lici, cilici, dori, ioni e eoli pagavano tributi ai persiani di Ciro.
Dopo l’età buia dell’invasione dorica si ebbe il rinascimento ellenico, con la rinascita di Corinto e Sparta, città doriche come Argo, i dori occuparono il Peloponneso, erano alleati con gli elei, quasi simili a loro, mentre gli achei sopravvissuti si diedero alla macchia, emigrarono, furono fatti schiavi o si stabilirono in Acaia, vicini a Corinto. Argo era la corrispondente dorica di Micenee, i fondatori di Sparta venivano dall’Argolide, da Argo presero le mosse gli argonauti e le dodici fatiche di Ercole. Gli argonauti arrivarono al Ponte Eusino, in Adriatico, a Megara e Corinto; Argo ebbe navigatori, fondò con Megara, Bisanzio, poi si scontrò con Sparta per il controllo del Peloponneso e perse.
L’Arcadia aveva una popolazione predorica e occupava il centro montuoso del Peloponneso, confinante con il territorio degli Elei; con l’arrivo dei dori, parte della popolazione emigrò a Cipro, a Pilo era il regno di Nestore che tentò di resistere ai dori; l’Arcadia fu tagliata fuori dal progresso, vi si adorava il dio Pan dall’aspetto caprino, c’era la passione della musica e dei giochi, alcuni dei suoi abitanti arrivarono a Siracusa. Nel 365 a.c. gli arcadi occuparono Olimpia.
In Grecia la nobiltà era ereditaria e raggruppata intorno a re eroici, alla metà dell’VIII secolo a.c. gli eubei iniziarono la colonizzazione e stabilirono contatti con Asia Minore e Sicilia; il centro di gravità si spostò da Argo a Corinto, sotto la dinastia dei Bacchiadi, che nell’VIII secolo a.c. cedettero il posto all’aristocrazia di famiglie che si sposavano al loro interno, per evitare che la proprietà della terra si disperdesse.
I milesi arrivarono all’Eusino e a Sinope, nel 750 a.c. i corinzi, sotto la dinastia dei Bacchiadi, colonizzarono Cuma, nel 734 a.c. fondarono Siracusa, costruirono navi e, assieme all’isola di Eubea, colonizzavano il nuovo mondo. Megara, rivale di Corinto, nel 730 a.c. fondò una colonia in Sicilia, chiamata Megara, in Asia condivise con Mileto parte delle terre dei cimmeri, nel 660 a.c. fondò Bisanzio.
In Italia l’Acaia fondò Crotone e Sibari, i messeni predorici, sconfitti da Sparta, fondarono Reggio e Taranto; Messenia fu sconfitta e divenne terra dorica, i vecchi proprietari terrieri pagavano agli spartani, come pizzo degli indigeni, metà del prodotto della terra; Sparta rese servi i vecchi lavoratori della terra abitanti a Messenia, un processo analogo avvenne a Siracusa e in tanti altri posti del mondo, succedeva quando arrivavano nuovi popoli dominatori.
Sparta aveva anche i suoi servi iloti, che erano achei decaduti, a Sparta, con le conquiste, il ceto aristocratico dorico dei proprietari terrieri si rafforzò, mentre nel resto della Grecia e soprattutto ad Atene, con i commerci si sgretolava. Argo come Sparta aveva una monarchia ereditaria, fu la prima potenza del Peloponneso, poi contesa da Sparta, Corinto e Atene, che non era dorica. Argo corse in aiuto di Egina contro Atene e ne distrusse la potenza marinara, aiutò Megara contro Corinto. Nell’Argolide vi era il tempio di Hera e ad Argo Pheidon cominciò come re ereditario e costituzionale e divenne poi un tiranno.
Dopo il 660 a.c., i tiranni, seguendo l’esempio di Mileto e della Ionia, si stabilirono anche a Corinto, il loro potere poggiava sul popolo, mentre quello dei re da Dio, perciò alcuni tiranni, come accadde a Sikion, potevano venire dal popolo e non essere aristocratici dorici. Con lo sgretolamento della potenza argiva la tirannide arrivò anche a Corinto, nel 655 a.c. a Corinto, Cipselo divenne tiranno, il padre era un aristocratico dorico mentre la madre non era dorica; per ragioni forse edipiche, Cipselo rovesciò la nobiltà dorica dei Bacchiadi e Corinto divenne la prima potenza marinara di Grecia.
Cipselo era un demagogo che sapeva guadagnare l’appoggio popolare, era sostenuto dalla classe degli opliti, cioè da borghesi che non erano dori; Cipselo eliminò le famiglie Bacchiadi ed espanse il commercio di Corinto, nel 625 a.c. gli successe il figlio Perindros; una tendenza delle dittature è quella di trasmettere ai figli la carica, trasformandosi anche in monarchie ereditarie. Anche il tiranno di Mileto era stato spietato con l’aristocrazia, così ai vecchi re pastori del popolo, subentrarono oligarchie e tiranni; nel 632 a.c. Atene ebbe un tiranno e lo ebbe anche Megara.
La caratteristica di questi tiranni era l’ostilità ai grandi proprietari terrieri aristocratici, avevano nel loro programma la liberazione dei servi e la distruzione dei proprietari terrieri, in precedenza, la divisione di classe poteva contenere anche una divisione di razza.
Con la caduta dei cipselidi, la potenza di Corinto scemò, però nel VI secolo a.c. ad Atene, Clistene continuò a sostenere la lotta contro i dori e gli aristocratici terrieri e cacciò i rapsodi che cantavano di Argo, anche a Sikion era forte la tirannide antidorica. A Sparta la cittadinanza era divisa in tribù, vi erano servi e aristocrazia ma non tirannide, la sua aristocrazia era terriera, gli spartani combattevano iloti e democrazia, avevano contatti con la Lidia ed erano la roccaforte dell’ancien régime.
Tuttavia anche a Sparta il legislatore Licurgo propose delle riforme democratiche, cioè l’integrazione razziale, propose l’abolizione delle tribù doriche e la creazione di tribù basate sulla località, anticipando così la riforma di Clistene, propose reggimenti locali non basati sulla discendenza; insomma proponeva di sostituire le tribù locali, basate su razza e famiglie, con i distretti amministrativi; una volta cessata la vita nomade, che aveva caratterizzato tutti i popoli, questa evoluzione è avvenuta in tutti i paesi. A Sparta la cittadinanza dipendeva dal possesso della terra e dal pagamento delle tasse, la terra era inalienabile e la moneta, come valore illusorio, era vietata; i più alti magistrati erano eletti, le donne erano separate dagli uomini e i servi iloti coltivavano la terra.
Il legislatore spartano Licurgo propose di conservare la monarchia, di ridimensionare l’aristocrazia di sangue e di abolire le tribù doriche, a Sparta esisteva anche un’assemblea di uomini liberi e Sparta si diede il migliore esercito della Grecia; i tegeani indigeni, che avevano resistito ai dori, invece che iloti, divennero alleati. Gli spartani combatterono per i greci e per i persiani, crearono la lega spartana del Peloponneso, furono alleati dei lidi e ammonirono Ciro.
La storia di Atene e dell’Attica prende corpo nel VI secolo a.c. e arriva ad Aristotele (384-322 a.c.), come Licurgo e Clistene, anche lui propose una costituzione; Atene era predorica, eppure i poemi omerici ignorano Atene, la sua Acropoli era micenea, il porto del Pireo era la porta di Atene; però le fortificazioni preistoriche di Atene erano state realizzate dal popolo dei pelasgi. Gli ateniesi consideravano Ione un loro eroe nazionale, cioè un signore della guerra, e consideravano l’Attica la patria degli ioni d’Asia Minore.
Atene era originariamente divisa in quattro tribù, il dialetto attico conteneva elementi preionici, forse gli ioni vennero nell’Attica dalla Beozia. Ione e Teseo erano i condottieri degli ioni, poi gli ioni seppero fondersi con la popolazione indigena; l’Attica fece una coalizione o confederazione di dodici stati indipendenti, ci furono disaccordi, dal V secolo a.c. si celebrava l’unificazione dell’Attica in un solo stato, con trasferimento di sovranità dai vari centri ad Atene.
Il primo re ateniese fu Cecrope, che raggruppò l’Attica in dodici stati, come la dodecapoli greca dell’Asia Minore, in precedenza c’era stato un conflitto con la confinante Eleusis; il potere era in mano agli aristocratici, che avevano il diritto di voto assieme ai liberi; secondo la tradizione, l’unificazione fu realizzata da re Teseo, in realtà il processo fu graduale e andò dal 1000 al 700 a.c..
Il popolo di Atene era diviso in tribù, fratrie o confraternite e clan familiari, le fratrie erano alleanze o partiti e officiavano il culto, rappresentavano anche gruppi locali; solo i cittadini liberi potevano far parte di una fratria, le fratrie onoravano Dionisio e difendevano la proprietà. In Attica esistevano quattro tribù, ognuna formata di tre fratrie, le tribù divennero poi distretti amministrativi simili alla contea inglese.
Il re capo della tribù aveva potere militare e giudiziario ed era scelto tra la nobiltà, ogni fratria era divisa in trenta clan familiari, che includevano anche non familiari, erano corporazioni di mestieri, il primo clan era quello dei proprietari terrieri aristocratici. Poiché il centro del potere tende a restringersi in poche mani, i clan esercitavano un potere più grande delle fratrie e delle tribù, però il loro potere fu ridotto dai tiranni e da Clistene.
La lista dei re ateniesi non è autentica, Codro era l’antenato dei Codridi, un’altra famiglia reale era quella dei Metontidi, un’altra dinastia faceva capo ad Akastos, uno degli ultimi re, sostituito dall’arconato; l’ecclesia o assemblea popolare nacque al tempo del legislatore ateniese Solone (635-559 a.c.), il consiglio del re coincideva con l’Areopago. Solone non creò da solo la costituzione ateniese, ma fu preceduto da Draconte; l’Areopago apparve nel VII secolo a.c., era consiglio di stato, organo deliberativo, corte giudiziaria per i delitti, custode delle leggi, vi facevano parte le principali famiglie.
Con la riduzione dei poteri del re, nel VII secolo a.c. Atene era una repubblica aristocratica, il re era eletto e rimaneva in carica un anno, la funzione di comandante militare era riservata a un alto funzionario e la giustizia civile era in mano a un magistrato chiamato arconte eponimo; così la monarchia si era trasformata in un organo collegiale, aveva distribuito i suoi poteri. Dal 683 a.c. l’arconte divenne carica annuale, in precedenza, alla monarchia elettiva, in certi periodi, si era sostituita una dinastia dominante.
Il collasso della monarchia arrivò con la nascita del polemarco e dell’arconte eponimo, cariche attraverso le quali l’alta nobiltà esercitava il suo potere, l’arconte eponimo era magistrato in materia di proprietà e per la salvaguardia della proprietà, il polemarco era a capo dell’esercito ed era ancora più importante, gli arconti erano magistrati annuali. La nobiltà indebolì il potere del re, in precedenza era stato il basileus a rappresentare il re e il santuario di Eleusis era stato nelle mani del basileus.
Probabilmente l’unione dell’Attica aveva favorito la distribuzione dei poteri delle monarchie delle città stato, simili ai duchi delle città rinascimentali italiane, all’inizio gli arconti comprendevano arconte eponimo, il basileus e il polemarco, poi il loro numero fu portato a nove membri, con l’aggiunta di tre legislatori che avevano il compito scrivere e pubblicare gli statuti. La prima registrazione scritta delle leggi di Atene fu fatta da Draconte e così nacquero i codici.
Prima di Solone, i nobili giudici efeti esercitavano i processi per omicidio e autorizzavano i luoghi di rifugio per gli assassini, questa istituzione fu copiata dalla chiesa medievale che aveva le chiese come luoghi di rifugio. Prima di Solone, ad Atene esisteva la classe dei cavalieri, quella dei fanti o opliti e i lavoratori e i contadini, anche senza terra, le associazioni avevano carattere militare; poi fu affidata all’Areopago l’elezione di arconti, magistrati e funzionari e lo stesso Areopago era costituito da ex arconti. Gli ateniesi erano antagonisti dei dori e di Sparta, però in epoca arcaica, cioè tra l’VIII e il VII secolo a.c., Atene non prese parte ai movimenti colonizzatori, anche ad Atene esisteva servitù della gleba o perieci.
Durante il periodo arcaico, il confine della Grecia era segnato a nord dalla Tessaglia, una pianura circondata da montagne, i tessali vi immigrarono al tempo dell’immigrazione dorica, si sovrapposero alle popolazioni locali, tra cui erano gli achei, tassati ma liberi e a volte alleati, però nel bassopiano erano servi iloti pure achei, obbligati a coltivare la terra dei padroni dori. La popolazione dorica dominante era divisa tra demos e nobili, i primi erano uomini liberi con poca terra, i nobili latifondisti trascuravano industria e commercio, possedevano la terra e, si esercitavano alla guerra, i re scomparvero nel VII secolo a.c.. Le città erano state indipendenti sotto un re, nel VII secolo a.c. gli aristocratici presero il potere, durarono fino al 400 a.c. e crearono ad Atene uno stato federale cantonale; a capo di ogni cantone era un tetrarca elettivo, con funzioni militari, che rimaneva in carica per l’intera vita.
Le città del cantone avevano un’assemblea che eleggeva il tetrarca; durante una crisi, a capo del cantone era nominato per breve tempo un dittatore, la carica poteva essere rinnovata; il potere di imporre le tasse era associato a quello di arruolare truppe; in epoca federale i dittatori raccoglievano contingenti in ogni proprietà, la lega assunse forma definitiva nel 700 a.c., la cavalleria era reclutata tra i nobili.
Dopo il 600 a.c. la lega Anfizionica comprendeva tessali, achei, dori, focesi, beoti e ioni di Eubea, però nel consiglio i tessali potevano disporre di sette voti su dodici, nel 590 a.c. alla lega partecipò anche Atene, entratavi a vantaggio del santuario di Delfi; era scoppiata una guerra per abolire un pedaggio reclamato dalla città di Krisa ai pellegrini diretti al santuario. Dopo questa guerra, gli Anfizioni raddoppiarono i voti di ateniesi e dori al consiglio e il predominio sulla Grecia cadde nelle mani di Sparta.
La Beozia, il territorio di Tebe, era un territorio montagnoso, inferiore alla Tessaglia in ricchezze, con popolazioni eoliche come la Tessaglia, assieme a popolazioni ioniche; nel paese ci fu l’invasione beota, Eracle era stato il dio tebano e le città erano indipendenti; dopo il 550 a.c. Tebe unificò la Beozia in federazione e poi il potere passò in mano agli aristocratici. I diritti politici si basavano sul possesso della terra e la legge salvaguardava la proprietà con severe leggi di successione, i beoti coltivavano musica e poesia e influenzarono Omero.
Focesi e locresi appartenevano al gruppo eolico, i focesi arrivarono dopo e soggiogarono i locresi, prendendosi la terra migliore, assieme parteciparono alla lega Anfizionica, i focesi avevano il controllo delle Termopili. Nella Locride vi era un’assemblea di famiglie nobili che con una legge vietò la vendita di terre, i suoi abitanti, assieme agli euboici, colonizzarono l’Italia meridionale. I focesi avevano tentato senza successo di bloccare l’invasione tessalica; nel 590 a.c. la sede della lega Anfizionica fu trasportata a Delfi e i Tessali ebbero libero accesso alla focide; i Tessali, come i beoti, erano eoli, nel VI secolo a.c. l’assemblea federale dei focesi batteva moneta e designava i comandanti militari.
L’isola di Eubea era vicina al continente, non raggiunse l’unione politica è fu considerata terra ionica, era abitata da calcidesi e eretriesi, nell’VIII secolo a.c. i calcidesi fondarono in Italia meridionale Cuma e Napoli; dall’800 al 650 a.c. Eubea fu la prima ad iniziare il processo di colonizzazione, però dal VI secolo a.c. fu superata da Corinto e Mileto. Dal VII al VI secolo a.c. l’isola ebbe un governo aristocratico, interrotto da governi tirannici, nel 650 a.c. gli eretriesi colonizzarono le isole cicladi.
Tra l’VIII e il VII secolo a.c. le due città furono anche in guerra tra loro, i calcidesi erano alleati di Corinto, Samos e lega tessalica, gli eretriesi di Egina, Mileto e Megara; vinsero i calcidesi e il territorio di Eretria sul continente fu diviso tra Beozia, Atene e Corinto. L’alfabeto calcidese arrivò a Cuma e ispirò l’alfabeto latino. Delfi faceva parte della Focide e vi aveva sede l’oracolo di Apollo, anche a causa della sua posizione centrale, divenne la capitale spirituale della Grecia; il santuario di Apollo esisteva anche in epoca minoica, in precedenza vi era adorata la dea della terra.
Delfi deriva da delfino, una vecchia divinità cretese, i dori adoravano Eracle, ma accettarono anche Apollo, che era il Dio della divinazione e divenne il protettore della nazione greca; si consultava soprattutto interpretando i sogni, la risposta del Dio arrivava per bocca di una donna, Pizia, erede delle antiche sacerdotesse della terra.
Vapori tossici provenienti dalla terra favorivano queste illuminazioni, masticando anche alloro, si cadeva in trance, i sacerdoti di Delfi praticavano sacrifici umani, riconobbero le altre divinità e a Delfi ospitarono anche Dionisio. A volte i responsi di Apollo erano oscuri, però esortarono a liberare gli schiavi, si espressero a favore degli umili. Nel VI e V secolo a.c. nel tempio di Apollo si accumularono doni votivi ed ex voto.
Il tempio, con i suoi tesori, era tentazione costante di pirati e uomini d’armi; Apollo era considerato onnisciente in ambito geografico, cioè era utile ai navigatori, approvava anche la creazione di colonie da parte delle città, come fece papa Alessandro VI con spagnoli e portoghesi. Platone riconobbe in Apollo la fonte del sapere, la protezione degli Anfizionici fece divenire Delfi capitale della federazione, così la città fu posta al livello di Olimpia, dove si adorava Zeus; Delfi divenne seda della lega anfizionica, punto di raccolta nazionale e sede di una grande festa.
L’espansione minoica si era sviluppata a Cipro, Cilicia, Palestina e Delta del Nilo, caduta la civiltà minoica, gli achei fondarono città achee sul continente greco, in Asia Minore e in Italia meridionale; con la caduta della civiltà micenea, i greci dell’età classica fondarono colonie eoliche, ioniche e doriche in Asia Minore e in Italia meridionale, questo processo si sviluppò dal 750 al 550 a.c.
I fenici bloccarono l’espansione greca in nord Africa, Sardegna e Mediterraneo occidentale. La tradizione ricordava le imprese coloniali narrando di Argonauti e dei condottieri di Tessaglia, ricordando le imprese di Ercole contro le amazzoni, erano coinvolti i reduci della guerra di Troia e i colonizzatori che vennero con Cadmo, che era di origine cretese. Con la colonizzazione, si sviluppò l’ellenismo egeo.
I focesi arrivarono in Corsica e furono scacciati dai fenici, anche isole Baleari e Malta erano sotto i fenici, nel 709 a.c. Cipro fu presa dall’assiro Sargon II, vi si adorava Eracle Zeus e Baal, a dimostrazione di una certa influenza fenicia; però Cipro rimase indipendente quando i vicini caddero sotto i persiani. In Licia vi erano pirati di origine minoica che irruppero anche in Cilicia, anche Rodi partecipò alle ondate migratorie e bisogna ricordare che i mercanti marittimi erano spesso anche pirati, anche i tirreni facevano parte dei popoli del mare dediti anche alla pirateria.
I coloni della Ionia si mescolarono con lidi e cari dell’Asia Minore, Cadmo era ritenuto contemporaneo di Elleno e zio di Minosse, fondatore di Tebe, gli insediamenti minoici della Beozia iniziarono all’inizio del XIV secolo a.c. Mileto creò colonie in Ellesponto, colonie milesi e megaresi nacquero al dilà del Bosforo; i cimmeri, provenienti dalla Tracia, distrussero Sardis e si installarono in Crimea dove nel 634 a.c. arrivarono i milesi.
La Crimea non face mai parte della Scizia, Mileto ebbe successo nel Ponto; Thera e Samos ebbero loro colonie, i greci arrivarono a Valona in Albania; non solo Troia, ma diverse città, a causa delle invasioni di popoli, furono rifondate più di una volta. I pirati tirreni facevano concorrenza a quelli fenici, nel VI secolo a.c. un popolo parlante latino abitava a sud del Tevere, i fenici erano in Sicilia occidentale e i dori in quella orientale.
Gli achei partirono prevalentemente dal golfo di Corinto, gli etruschi erano avidi di merce greca e Sibari era debitrice di Mileto. In Campania arrivò gente da Rodi, nel 421 a.c. i sanniti misero a sacco Cuma, anche a Cuma erano pirati; generalmente i fuoriusciti fondarono città com’è accaduto in Usa e Australia; Gela fu fondata da dori di Rodi e Corinto. Nel V e IV secolo a.c. le città stato contenevano clan familiari, confraternite e tribù, la coesione interna veniva da un vincolo religioso e dalla fedeltà a un re, dai primi insediamenti nacquero roccaforti rettificate che divennero con l’Acropoli sede del governo.
All’inizio solo la roccaforte era chiamata polis, ai suoi piedi erano le case dei sudditi, fino al IV secolo a.c. ad Atene l’Acropoli era la polis. Gli esuli ed i migranti si fecero i pirati e briganti e, durante le razzie, provocarono la caduta di città, in Grecia eoli e ioni erano prevalentemente popolazioni predoriche, i dori presero Creta e Micene. Le città fondarono unità cantonali e poi confederazioni, nel Peloponneso i dori erano divisi in cantoni, ognuno dei quali aveva una città stato, i dori occuparono le terre migliori, lasciando quelle marginali ad altre popolazioni preesistenti.
Con l’arrivo dei dori, le città più importanti divennero, prima che s’imponesse Sparta, Argo e Corinto, però, al di fuori della Doride, in altri territori come la Locride, la Focide e la Beozia, non si ebbe distinzione tra conquistatori e conquistati, con minori conflitti razziali e sociali. In queste città la giustizia fu amministrata prima dal re e poi dagli anziani aristocratici, però vi era tanto arbitraria nelle sentenze, i nobili giudici di Beozia si aspettavano doni.
Esiodo ricorda che dall’VIII al VII secolo a.c. la giustizia fu una gara di disonestà e perciò nel VI secolo a.c., per ridurre l’arbitrio dei giudici, si introdussero le leggi, i codici e le costituzioni e si entrò nell’età dei legislatori. Anche l’esercito rifletteva le differenze di classi, la falange degli opliti era fatta di borghesi con i diritti civili, la cavalleria era fatta di nobili; i codici segnarono il trionfo dello stato su arbitrio dei giudici, su diritto naturale e consuetudini.
La mescolanza dei popoli cancellò l’esclusivismo delle tribù, le caste erano nate dai privilegi politici, fiscali e terrieri, le città stato avevano rifiutato ai non cittadini la proprietà terriera, il matrimonio con un cittadino e la carica di sacerdote; i greci erano uniti dalla religione, sfruttavano le popolazioni indigene e non ebbero una visione imperiale. L’aristocrazia rovesciò il re ma non sollevò il popolo; con la scomparsa della monarchia, scomparve anche l’assemblea degli uomini liberi o senato, però l’oligarchia allargò l’accesso alla sua classe; in precedenza aveva prevalso il diritto di sangue e di conquista, poi vi si poteva accedere anche con la ricchezza, comunque si fosse ottenuta; venne la democrazia e questa escluse dalla cittadinanza e dal voto donne, emarginati e stranieri. Poiché la classe dominante abusò del suo potere, per sfruttare il resto della popolazione, fu la rivoluzione che partorì i tiranni.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
Bibliografia:
“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Nel 1200 cadde l’impero hittita, le amazzoni erano forse loro sacerdotesse della dea della guerra, l’impero cadde a causa dei cavalieri frigi provenienti dalla Tracia; Priamo, re di Troia, era vicino ai frigi e la città, in uno dei suoi strati, fu anche incendiata dai frigi, lo stato frigio era costituito da una federazione di tribù; in frigi furono loro volta soppiantati, dai lidi e poi dai cimmeri, provenienti dalla Tracia, i cimmeri dagli sciti provenienti pure dalla Tracia. Tutti questi popoli venivano dal nord e dai Balcani.
Fino all’VIII secolo a.c. la Frigia dominava la Lidia e le città greche della costa ionica, i frigi inventarono cembalo e flauto e adoravano Cibele, avevano un alfabeto derivato da quello fenicio e parlavano una lingua indoeuropea, forse Esiodo era frigio. L’Anatolia era abitata anche da lidi che adoravano Artemide e Bacco, pare che il loro il tempio di Artemide era stato fondato dalle amazzoni, adoravano anche la dea madre; Erodoto fa risalire i lidi ad Eracle, anche i dori vantavano questa discendenza.
I lidi erano cavalieri ed inventarono la moneta metallica; un altro popolo dell’Anatolia erano i Lici, che colonizzarono le isole dell’Egeo più vicine, erano affini agli hittiti, erano navigatori e facevano parte dei popoli del mare che attaccarono l’Egitto al tempo di Ramesse III (1193 a.c.), la loro società era matrilineare, resistettero fino al IV secolo a.c. alla penetrazione greca in Asia Minore, poi frigi, lidi e lici furono spazzati dall’avanzata assira.
Gli stanziamenti greci in Asia Minore continuarono fino all’VIII secolo a.c., però nel 705 a.c. si impose il regno di Frigia e nel 685 a.c. il regno di Lidia di re Gige; in Cappadocia, la terra degli hittiti, e in Ionia si conservava il ricordo delle amazzoni, l’impero hittita era esistito nel XIII secolo a.c., e la Frigia era stata influenzata dalla civiltà della Cappadocia. Nel XIII secolo a.c. sulla costa esisteva una civiltà ionica, con la Lidia alle spalle.
I frigi provennero dalla Tracia ed erano simili agli armeni, nel XII secolo a.c. ci furono molti movimenti di popoli, i frigi si scontrarono con le amazzoni, che erano sacerdotesse guerriere e si emanciparono dagli hittiti di Cappadocia. La sposa di Priamo era una principessa frigia, i frigi dominarono l’Anatolia occidentale prima degli ioni, influenzarono i greci immigrati e la stessa Troade aveva influenze frigie.
Nel XII secolo a.c. la Lidia fu invasa dai cimmeri provenienti dal nord, cioè molto prima del saccheggio di Sardis, capitale del regno di Lidia, avvenuto nel 652 a.c., sempre ad opera dei cimmeri; la città era nata dopo la guerra di Troia ad opera dei frigi e poi divenne capitale del regno di Lidia. Durante il dominio frigio, i lidi erano loro alleati, i primi principi lidi a governare Sardis erano degli eraclidi, come gli spartani; erano indoeuropei arrivati all’inizio del XII secolo a.c., prima che i greci si stabilissero a Smirne.
La prima cultura lidia era di tipo costiero o cicladico, poi venne a contatto con quella ionica, i frigi avevano un alfabeto e fino al IV secolo a.c. la scrittura lidia prevalse su quella ionica. I lidi si emanciparono dai frigi; prima dell’invasione dei cimmeri, avvenuta nel 705 a.c., erano state poche le relazioni tra Lidia eraclide e città greche della costa. Nel V secolo l’ultimo degli eraclidi fu ucciso dal mermnade Gige, capo della sua guardia del corpo, che nel 685 a.c. divenne re di Lidia, fondando una nuova dinastia.
Per il complotto, Gige si era alleato con un cario, vecchio popolo dell’Anatolia, dopo qualche anno Gige dovette fronteggiare un’orda di cimmeri, chiese aiuto all’assiro Assurbanipal e ricacciò i cimmeri, poi, con un giro di valzer, si alleò con il faraone Psammetico I contro l’Assiria; nel 652 a.c. i cimmeri lo attaccarono di nuovo, lo uccisero e saccheggiarono Sardis, la sua capitale.
Gige, poiché voleva l’accesso ai porti, aveva fatto una politica ostile verso i vicini greci della Ionia, attaccò Mileto, Magnesia e Smirne, però diede permesso i milesi di fondare delle colonie nell’Ellesponto; le città greche furono sottoposte a sudditanza solo sotto il successivo re lidio Creso. La Lidia era ad oriente della Frigia, ne aveva ereditato la supremazia e i mermnadi erano ricchi.
Mitilene era stata minacciata dalla Lidia ma era in contrasto commerciale anche con Atene, come suo capo elesse un dittatore a tempo per dieci anni, gli ateniesi volevano strappare ai mitilesi e a Lesbos le chiavi dell’Ellesponto. Il tiranno di Mileto arrivò al potere nel corso della guerra con la Lidia ed era in rapporto con Corinto; Mileto stata per riconquistare la democrazia ma poi la Persia impose la tirannide alla città.
Creso salì al potere nel 558 a.c. sua madre era caria, suo padre sposò anche una donna ionica, i popoli di Asia Minore erano sotto influenza lidia, però i greci della costa, cioè ioni, dori ed eoli, erano generalmente sovrani, le città greche fornivano truppe agli altri paesi, ma non avevano guarnigioni o governatori stranieri. La Lidia iniziò a coniare le monete, poi imitata da Ionia, Samos e Mileto, fu il re di Lidia Alliatte, padre di Creso, a creare la prima zecca.
Allora le carovane erano agenti di commercio e Delfi si arricchiva con i voti fatti ad Apollo; Creso aveva rapporti con Atene e Sparta, era alleato dei medi e voleva annettersi la Cappadocia, a tale fine, consultò gli oracoli di Delfi e di Ammone in Egitto; Ciro invitò le città della Ionia a sollevarsi contro Creso, ma i greci avevano troppi interessi commerciali con Creso e gli fornivano anche mercenari, perciò rifiutarono. Ciro inseguì Creso fino a Sardis, allora alleata di Sparta, nel 546 a.c. Creso, figlio di Alliatte, ultimo re di Lidia, fu fatto prigioniero da Ciro e si suicidò, i lidi furono disarmati.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
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“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Nel XIV secolo a.c. gli hittiti crearono in Siria degli stati vassalli, alla fine del XIII secolo l’impero hittita di Anatolia era stato ridimensionato dai frigi e da altri popoli indoeuropei, però il colpo finale agli ultimi re hittiti venne dall’Assiria. A causa della massiccia presenza di popoli aramei, fatti immigrare a forza con le deportazioni dagli assiri, alla fine del X secolo in Siria nacquero piccoli regni arabizzati e l’aramaico divenne la lingua franca di Siria e Palestina.
Gli aramei erano beduini affini ai cananei e l’aramaico divenne la lingua di Damasco, perciò in Siria orientarle nacque una lingua affine al fenicio, al cananeo e all’amorreo e dal VII secolo subì l’influsso assiro-babilonese; come gli amorriti, che erano stati i semiti occidentali, gli aramei, erano un gruppo misto di ceppo semitico tra cui erano gli ebrei. Abramo era arameo ed esistevano aramei ad Ur in Caldea e nell’Elam, gli aramei erano nomadi beduini con cammelli; per la ragione bellica di stato, fecero una confederazione di tribù ed approfittarono prima del crollo degli imperi hittita ed egiziano e poi dell’impero assiro.
Quindi, gli aramei si spinsero verso Siria ed Eufrate, queste tribù erano in maggioranza formate da arabi e risiedevano anche in Assiria e a Babilonia. Nell’XI secolo a.c. Saul si scontrò con gli aramei, che furono sconfitti da Davide e Salomone e fu loro impedita ogni ulteriore espansione in Siria, nel X secolo a.c. gli assiri continuarono le campagne contro gli aramei di Mesopotamia. Il re di Damasco portava il titolo de re di Aram e degli arabi, invece gli armeni discendevano linguisticamente dagli hittiti.
Dalla metà del XIV secolo a.c. vi erano tribù semitiche di nomadi beduini aramei, dal 1100 al 1000 a.c. arrivarono alle rive del Tigri e all’Eufrate e alle frontiere di Babilonia e Assiria, gestivano le vie carovaniere e arrivarono ad Aleppo e Damasco, che divennero centri aramei, Fenicia e Palestina dovettero subire la loro pressione. Queste tribù si combattevano tra di loro e a volte erano federate, facevano razzie, controllavano le vie carovaniere e praticavano il commercio, erano in grado di ostacolare i commerci dell’Assiria; alcune regioni erano state ridotte allo stremo dall’invasione aramaica.
A volte gli assiri riuscirono a imporre un tributo alle tribù aramaiche, i conflitti nacquero a causa dei pagamenti dei diritti di passaggio, la sovranità assira su un territorio esisteva solo con il controllo delle strade di comunicazione e dei passi di montagna. Nell’885 a.c. gli assiri fecero guerra alle tribù aramee, usavano impalare, scorticare vivi e deportare i loro nemici, purtroppo però nel IX secolo a.c. l’Assiria, a causa delle guerre con i Caldei o Babilonia, era indebolita e così gli aramei s’impossessarono di Siria e Damasco.
Nel XIII secolo a.c. gli aramei erano già passati in buona parte dalla Mesopotamia alla Siria, nell’802 a.c. gli assiri entrarono anche a Damasco, dove il re di Damasco portava il titolo di re di Aram; le tribù aramaiche nomadi si curavano poco dell’autorità centrale, perciò ci furono campagne contro le tribù aramaiche di Babilonia e sul Tigri, il re assiro voleva stabilire un suo dominio su queste tribù irrequiete. L’aramaico, per i rapporti stretti con la Siria, era largamente usato in Assiria, il re assiro Ashurnasirpal aveva introdotto in Siria tanti aramei, gli assiri deportavano popoli come hanno fatto i turch. In era volgare in Israele, a causa di questa presenza, non era più parlato l’ebraico antico ma l’aramaico, con cui si redassero le sacre scritture ebraiche definitive.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
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“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Per quanto riguarda la storia di Israele, probabilmente Davide (X secolo a.c.) è un personaggio storico, però solo la tribù di Giuseppe fu in Egitto, poi, alle porte della Palestina, Giosuè divenne il capo della casa di Giuseppe, invase la Palestina e fece una confederazione con tribù locali. Un’iscrizione del faraone Merneptah del 1230 a.c. fa un accenno a Israele, che era forse il nome di una regione preesistente all’arrivo degli ebrei.
Giosuè non occupò rapidamente tutto Israele, la confederazione delle dodici tribù (numero simbolico per ebrei, semiti, greci antichi e altri popoli), si spartì il territorio, creando cioè distretti amministrativi, tuttavia pare che la tribù di Caino rimase fuori della lega, anche per questo il mito si diresse contro di lui; prima di Saul, anche Gedeone avrebbe potuto fondare una dinastia. Gli israeliti dipesero inizialmente da artigiani cananei e fenici, il potere era in mano ai clan familiari e l’unione fu favorita dalla religione e dai santuari di Sichem e di Silo.
Gli ebrei presero le loro leggi da cananei e da babilonesi, in materia di religiosa, agricola, di diritto di famiglia e di proprietà, le norme consuetudinarie erano legate alla religione, le feste erano legate al ciclo agricolo furono prese da Canaan; a Silo vi era un padiglione in cui era l’Arca, abbellita dai cherubini. Gli israeliti copiarono dai cananei la musica ed adorarono anche dei stranieri come Baal, Astarte, il vitello e il serpente.
Prima dell’invasione ebraica, in Israele si parlavano dialetti amorriti e cananei, la lingua ebraica nacque per fusione tra i vari linguaggi ed era imparentata con l’aramaico dei beduini arabi dell’est, poi arrivati in Siria e installatisi a Damasco; però Israele ebbe anche rapporti diretti con la civiltà accadica o babilonese o mesopotamica; Israele prese dai cananei proverbi e leggi, i cananei avevano una scrittura più vecchia di quella fenicia, che ispirò quella ebraica.
L’unità politica si raggiunse grazie ai potenti nemici filistei, perché in precedenza c’erano stati solo scontri con le tribù arabe di edomiti, medianiti e moabiti, i filistei avevano una classe di militari di professione e un comando unificato ed ereditarono la Palestina marittima dagli egiziani; all’inizio gli ebrei furono sconfitti dai filistei, l’arca cadde in mano ai filistei, fu distrutta Silo, gli ebrei furono disarmati, con il divieto di procurarsi il ferro, furono nominati governatori militari filistei in Isdraele e imposti tributi agli ebrei.
A causa della minaccia filistea, il signore della guerra Saul, della tribù di Beniamino, fu proclamato re delle tribù di Israele e sconfisse i filistei, allora Giuda non faceva ancora parte della confederazione, egli si presentò come salvatore e inviato da Dio; in Egitto il re era dio e a Babilonia la monarchia era un’istituzione divina, però in Israele la corona era conferita dai sacerdoti, i quali erano timorosi di perdere il loro potere, perciò conferivano la corona come un dono dio, anche il papa poneva la corona sul capo degli imperatori del sacro romano impero.
Il potere di Saul risiedeva anche nel fatto che era capo dell’esercito e, sentito il consiglio dei capi tribù, chiamava alle armi gli uomini abili, in origine tutte prerogative riservate ai capi delle tribù, con la confederazione c’era stato un trasferimento di sovranità. Saul era comandante supremo dell’esercito, dopo di lui, come capo militare, veniva il comandante dell’esercito suo cugino Abner. Insomma, i sacerdoti parevano retrocessi, anche Mosè era il condottiero e suo fratello Aronne, per tenere il potere in famiglia, era il capo dei sacerdoti, allora non esisteva la separazione dei poteri e la democrazia era una chimera.
Nel regno di Saba o Yemen e presso gli arabi esisteva un’assemblea tribale convocata dal re per promulgare leggi, lo stesso costume vigeva sotto Saul; dopo l’elezione di Saul, il sacerdote Samuele fu costretto ad accettare i poteri trasmessi a Saul dalle tribù e non era contento, aveva cercato inutilmente di allontanare il popolo dal desiderio di un re e il suo potere di chiamata alla leva, perché il potere di chiamare alle armi era allora la fonte del potere (I Sam VIII 11-18).
Da quel momento Israele era come Edom, Moab, Ammon, Filistea e regni aramei del nord, che già avevano un re e con i quali Israele si era confrontato. Con Saul, Davide e Salomone si sviluppò leva e soldati di professione, fino ad assoldare mercenari. Saul governò dal 1020 al 1000 a.c.; gli successe Davide, nato in Giudea, che aveva sconfitto Golia ed i filistei ed era diventato un esperto capo militare, capo dei mercenari, consigliere del re, amico dei suoi due figli, di profeti e sacerdoti.
Ad un certo momento Davide, per sfuggire a Saul, che era geloso di lui, fuggì e si rifugiò presso i filistei, si mise al servizio dei filistei ed ebbe il compito di difendere il loro confine dalle incursioni dei nomadi, poi, nel corso di una battaglia contro i filistei, Saul perse la vita, aveva un erede di cui il generale Abner era il tutore. Con il permesso dei filistei, che pensavano di farne un vassallo, Davide fu eletto re della tribù di Giuda, l’erede di Saul e Abner furono uccisi, forse a causa di un complotto, e perciò anche le tribù di Israele consegnarono la corona a Davide, i sacerdoti erano contenti.
Quindi Davide conquistò Gerusalemme di Giuda, la città dei Gebusei, e ne fece la capitale e il centro religiose dello stato unificato, il suo potere gli era stato concesso da Dio, cioè dai sacerdoti, era il re dei preti, anche se poi ricevette anche l’acclamazione dal popolo. Da quel momento si parlò di patto eterno tra Davide e Dio, probabilmente Davide seppe salvaguardare meglio di Saul gli interessi economici e di potere dei sacerdoti, che ora richiedevano anche un tempio maestoso a Gerusalemme, con ampi poteri e privilegi, mentre l’esercito, come potere alternativo, era ridimensionato.
Davide fu re di Israele e Giuda per 33 anni, con l’aiuto di maestranza fenicia di Tiro, si fece costruire un palazzo nella città di Davide, dove Salomone avrebbe eretto il tempio, sempre con l’aiuto dei fenici, dove sarebbe stata collocata l’arca, ripresa ai filistei. I filistei interpretarono la presa di Gerusalemme da parte di Davide come un suo tentativo di liberarsi dal vassallaggio, perciò ci fu il regolamento dei conti e, fortunatamente, Davide prevalse.
Da quel momento i filistei persero i dazi sulle vie commerciali di transito che attraversavano Israele, una via portava dall’Egitto alla Siria e al Libano, una al golfo di Acaba, una all’Asia Minore, una in Mesopotamia, una a Damasco e una in Arabia; lo scopo delle potenze confinanti era quello di assicurarsi il controllo delle merci che transitavano su queste vie. I sovrani garantivano i trasporti delle carovane dei mercanti e in cambio riscuotevano i dazi; con la vittoria definitiva di Davide sui suoi nemici, divennero tributari di Israele, Moab, Ammon, Edom, Aram-Damasco e forse le piazzeforti filistee.
Probabilmente fu solo allora che avvenne la definitiva divisione del territorio tra le dodici tribù, in precedenza, quelle terre erano appartenute a città stato cananee, le annessioni di Davide arrivavano ai confini della Fenicia e il re di Tiro era amico di Davide. Come accadeva nelle corti reali, la corte di Davide, a spese del popolo, ospitava il capo dell’esercito Joab, i capi dei sacerdoti, il sovraintendente alle corvée, il capo delle truppe mercenarie, alti funzionari, cancelliere, scriba reale, il maestro delle cerimonie, il ministro degli esteri, il segretario generale e il ministro dei lavori pubblici.
Davide aveva un harem ed era osannato, sacerdoti e profeti consenzienti, come un Dio, a corte arrivavano i tributi di popoli e sudditi, mentre il popolo aveva il peso della leva, delle corvée, delle guerre e delle tasse; perciò a Hebrom, in Giudea, Assalonne, figlio di Davide, si ribellò, però, grazie al sostegno dei sacerdoti, al momento la dinastia non cadde e a Davide successe il figlio Salomone, che sposò una principessa egiziana e costruì il tempio.
Dopo la ribellione di Assalonne, con la morte di Davide, Israele al nord, come atto di ribellione, fece re Geroboamo, però il paese era ancora unito, come unione personale sotto il figlio di Davide, Salomone. Salomone creò distretti amministrativi, monopoli commerciali, dazi, ampliò l’attività edilizia, costruì palazzo, tempio, fortificazioni, caserme e scuderie; ampliò rituali di corte, relazioni diplomatiche, commerciali e culturali, assunse mercenari di professione.
Gli uomini obbligati ai lavori pubblici, per non danneggiare l’agricoltura, erano chiamati a turni, però Israele aveva carichi più gravosi di Giuda, i dodici distretti erano stati creati per l’amministrazione e le tasse, delle quali beneficiavano soprattutto corte ed esercito; a capo di ogni distretto c’era un alto ufficiale. Anche allora esisteva una legge speciale per Gerusalemme capitale, poiché Gerusalemme era ricca di privilegi, al nord Israele si sentiva discriminata e sfruttata.
La regina di Saba fece accordi commerciali con Salomone e su certi commerci Salomone si assicurò il monopolio; grazie alle tasse di transito istituite dal padre sul traffico carovaniero, con l’aiuto di Hiram re di Tiro, si fece costruire delle navi stazionanti nel golfo di Aqaba, da dove partivano per Ophir e Saba. Salomone sfruttò miniere e fece attività edilizia, per gli artigiani si rivolse ai fenici, che fornivano anche legname di cedro, per il palazzo e il tempio. Il tempio aveva un altare e pannelli di legno applicati alle pareti, come si usava in Siria, aveva arredi, cherubini ed elementi egizi, babilonesi e siriani.
I cherubini erano figure fantastiche simili alla sfinge egiziana, con corpo di leone, testa umana e ali d’uccello, Salomone imitava modelli stranieri anche a corte; aumentò il numero dei dignitari, nominò un maggiordomo, mise nell’harem donne straniere, aveva tante mogli e concubine; ebbe doti letterarie come suo padre Davide, che scrisse i salmi, mentre Salomone si dedicò alla letteratura sapienziale, un genere erudito che lo faceva saggio di tutti i saggi, perciò la regina di Saba lo sottopose a enigmi.
Poiché non cessarono le discordie tra Israele e Giuda, dopo il regno di Salomone, ci fu la divisione del paese; tra le cause del dissidio, le spese militari e in opere pubbliche di Salomone, la maggiore tassazione a carico di Israele, i privilegi di Gerusalemme e le spese della corte di Salomone; tutti questi fatti portarono alla devoluzione del nord. Della maggiore ricchezza aveva beneficiato una classe ristretta, le masse non ottennero niente; le tasse e lo sfruttamento della provincia hanno sempre provocato rivolte e devoluzione, i borghesi o abitanti del borgo sfruttavano loa campagna, la capitale sfruttava la provincia, in una logica di sfruttamento piramidale.
Il tempio, con i suoi riti e le sue celebrazioni, si arricchì, c’erano state voci contrarie alla costruzione del tempio in pietra ed esso accelerò l’adozione di pratiche religiose cananee; perciò probabilmente Zadok era un gebuseo che assunto tra il clero di Geova, mentre Abiatar, sacerdote israelita discendente di Mosè e di Elia, fu deposto da Salomone; ma i sacerdoti se la legarono al dito.
Israele si ribellò anche a questo fatto, sosteneva di difendere la tradizione del culto prima del tempio, perciò, dopo la secessione, si dedicò ai santuari concorrenti di Betel e Dan, dedicati a Geova. I due regni erano uniti solo dalla fedeltà a Salomone, che non riuscì a ripartire equamente i tributi e a ridurre le tasse e le corvée, perciò al nord crebbe la rivolta e Geroboamo di Israele fu costretto a riparare in Egitto. Alla morte di Salomone gli successe suo figlio Roboamo che governò solo sulle tribù di Giuda e Beniamino; fortunatamente, la religione israelita sopravvisse al crollo di Israele nel 721 a.c., per mano assira e di Giuda nel 587 a.c., per mano babilonese.
Ezechia, re di Giuda, d’accordo con Babilonia si decise per la guerra all’Assiria, ma era contrastato dal profeta Isaia, che nella sua corte rappresentava il partito assiro. Come accade oggi, allora in Israele e Giuda esistevano partiti filo-egiziani, filobabilonesi e filo assiri; il re assiro Sennecherib prese Babilonia, la distrusse e poi la fece ricostruire, come fece l’imperatore del sacro romano impero Carlo V nel 1527, dopo il sacco di Roma ad opera dei lanzichenecchi.
Intanto negli anni 702-701 a.c. il faraone aizzava il re di Giuda, Ezechia, le città fenicie, Damasco e Filistei contro gli assiri; sfortunatamente, scoppiata la guerra, gli egiziani non fecero in tempo a far arrivare aiuti a Giuda; per tutelarsi, Ezechia assunse mercenari arabi e si chiuse in Gerusalemme, abbandonando la campagna agli assiri. Sennecherib prese le città fortificate, Ezechia si arrese e accettò di pagare un tributo, cioè di pagare la protezione mafiosa allo stato dominante.
Salomone (974-932 a.c.), per trovare alleanze, faceva matrimoni plurimi, divise il paese in dodici distretti amministrativi, favorendo Giuda nell’imposizione e nella spesa in opere pubbliche; alla sua morte, il nord fece la secessione; tra i re successivi di Israele, Asa (884 a.c.) pare sia nome arabo, questo pose la capitale a Samaria, che senza abbandonare Geova, si legò ai fenici e ai loro culti, come Baal, mentre a Gerusalemme il culto di Baal era bandito.
L’assiro Salmanasser III (859-824 a.c.) cercò di annientare i regni aramei, di Israele e di Damasco, rese tributari Tiro, Sidone e Damasco; perciò Israele divenne sostenitore di una lega antiassira, a Samaria e Gerusalemme i profeti e i sacerdoti facevano politica, influenzavano i re e seguivano un partito. Nell’822 a.c. in Fenicia una lotta intestina spinse alla fondazione di Cartagine, nel 732 a.c. cadde Damasco e gli assiri v’introdussero il culto di Ashur. Nel 722 a.c. cadde Samaria e Sargon II deportò 27290 persone, nel 715 a.c. v’insidiò arabi beduini, deportò israeliti in Assiria e Babilonia, mantenne però a Betel, città rivale di Gerusalemme, il culto di Geova. Questa politica distruggeva legami religiosi, sociali, familiari e politici, furono distrutti stati semitici ed aramei, si isolò Giuda e si aprì la strada agli sciti barbari.
I nomi dei territori, come accadde con l’arrivo dei dori nel Peloponneso, non furono cambiati, si fecero matrimoni misti con i residenti contadini israeliti e gli arabi edomiti entrati in Israele, divenuti samaritani, si convertirono a Geova. Però i Giudei si consideravano puri e provavano avversione per i samaritani; comunque, Giuda, sotto re Ezechia, divenne tributaria degli assiri e suo figlio Manasse, imitando Israele, era dedito ai culti pagani.
Nel 677 a.c. in Fenicia fu distrutta Sidone, i regnanti mandavano le figlie all’harem del re assiro; in Giudea, Amon, figlio di Manasse, fu ucciso dal ceto dei proprietari di terre, cioè aristocratici e clero, che ne temevano le riforme, e nel 637 a.c. misero sul trono suo figlio Giosia. A corte il partito filo egiziano si faceva sentire e Giosia era a favore di Babilonia. Giosia, caro ai sacerdoti, fece delle riforme religiose e nel 621 a.c., restaurando il tempio, scoprì un antico rotolo, forse il deuteronomio; ossequioso ai sacerdoti di Gerusalemme, voleva centralizzare il culto, legare religione e politica, contrastare il culto di Betel e i culti astrali assiri.
Alla battaglia di Megiddo contro gli egiziani, Giosia morì e il faraone Necao designò erede suo figlio Joachim, allora i sacerdoti di Gerusalemme erano egittofili. Con la vittoria di Babilonia, a corte c’era un partito filo egiziano e uno filo babilonese, il sacerdote profeta Ezechiele fu costretto all’esilio, tra i profeti, Geremia sosteneva il babilonese Nabucodonosor; Geremia ed Ezechiele vedevano in esso lo strumento di Dio contro Gerusalemme, che effettivamente nel 586 a.c. cadde e il re di Giuda, Sedecia, fu accecato, mentre i suoi figli furono uccisi, tempio e città furono distrutti, però a Geremia i babilonesi concessero la libertà.
Alcuni attribuivano le disgrazie al culto della regina del cielo o a Geova, il sincretismo religioso aveva spinto anche alla fede in divinità femminili. Giuda subì due deportazioni da parte dei babilonesi, nel 597 a.c. e nel 586 a.c., fu privata degli artigiani; però, tra i profughi o diaspora di Babilonia il culto di Geova fu conservato e in quella città nacque il Talmud o tradizione orale babilonese. Nel 539 a. c. cadde Babilonia e il re persiano Ciro autorizzò il ritorno, la ricostruzione di Tempo e città di Gerusalemme.
Tiro ed Edom errano invidiosi di Gerusalemme, gli edomiti furono vittime di spostamenti da parte degli assiri, a vantaggio di nabatei e di altre tribù arabe, però andarono anche a ripopolare Samaria. L’invidia nasceva anche dal fatto che il ritorno dalla diaspora dei notabili ebrei, implicava la restituzione delle terre agricole ai vecchi proprietari, questa prospettiva dovette creare disordini e malcontento. A Tiro e Israele i capi locali erano chiamati giudici, perché una volta la funzione legislativa si confondeva con quella giudiziaria, la mescolanza di popoli non aiutava la purezza religiosa, i samaritani erano disprezzati dai giudei, che si sentivano superiori agli idolatri, tanti ebrei erano sparsi tra Egitto e Babilonia.
A causa delle sue concessioni, Ciro fu chiamato pastore di Geova, nel 515 a.c. il re persiano Dario aiutò la ricostruzione del tempio, Zerobabele, discendente di Davide, doveva seguire la ricostruzione, sotto i riformatori religiosi Esdra e Neemia. Il re persiano Cambise protesse la colonia ebrea di Elefantina in Egitto, Dario era zoroastriano ma non un vero monoteista; gli ebrei soffrivano l’ostilità di egiziani, edomiti e samaritani. Probabilmente a Giuda ci fu un conflitto tra potere politico e religioso, e Zerobabele, discendente di Davide, sparì dalla scena, forse l’impero persiano, geloso delle sue conquisto e timoroso della rinata casa di Davide, favorì tacitamente questa soluzione.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
Bibliografia:
“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Gli assiri adoravano Ishtar e volevano controllare le vie commerciali, fonti di reddito per gli scambi; scorticavano, impalavano e deportavano i nemici, esponevano le mani dei vinti alle porte della città, è così nacque il costume della manomorta. Nel medioevo la mano tagliata del servo defunto era consegnata al padrone e inchiodata alla porta, nel diritto medievale europeo la manomorta era attinente alla successione e, per la chiesa, significava esenzione fiscale; in un secondo tempo, l’imposta di manomorta divenne imposta sostitutiva a quella di successione, a carico degli enti religiosi, oggi abolita in Italia. Sono tante le parole che nel tempo hanno cambiato di significato.
A quel tempo la carestia, naturale o indotta da guerra, portava al cannibalismo; i babilonesi, che successero agli assiri, adoravano Marduk ed erano amorriti orientali o accadici, mentre gli ebrei erano amorriti occidentali, in entrambi i popoli, dopo la morte del marito, la vedova sposava un suo fratello. L’anno assiro e quello babilonese cominciavano con l’equinozio di primavera.
Gli accadici di Babilonia erano una confederazione tribale guidata da un’aristocrazia militare che eleggeva per un breve periodo un re, comprendevano hurriti, caldei e cassiti, i primi furono assoggettati dagli hittiti, i secondi erano gli eredi dei sumeri della costa e i cassiti erano indoeuropei provenienti dai monti Zagros, riuscirono a impossessarsi di Babilonia, costituendovi una dinastia babilonese. L’Elam era una società matriarcale, il paese controllava parte della Persia e della Mesopotamia, fu smembrato e incorporato dall’Assiria; le contese tra stati nascevano dai tributi, dai privilegi e dai diritti di passaggio.
L’Assira aveva avuto anche il controllo della Siria, ove erano discordie tra le città stato, rese tributarie di Tiro, Sidone, Byblos e Tripoli, esigeva tributi senza tentare di governare i popoli sottomessi. L’Assiria si scagliò contro Israele e Fenicia, nel 734 a.c. attaccò la Filistea e prese Gaza; poiché Damasco e Israele erano alleati, Giuda si alleò con l’Assiria e nel 732 a.c. Samaria e Damasco furono prese dagli assiri. Da quel momento, la popolazione di alcune città prese dagli assiri, fu costituita da prigionieri deportati, il che alimentò l’antipatia dei giudei verso i samaritani.
In Assiria si parlava di origine divina del sangue reale, però non mancarono gli aspiranti al trono con sangue incerto. L’assiro Salmanassar, morto nel 722 a.c., impose tasse e lavoro obbligatorio alla città sacra di Ashur, prima esente, per questa ragione fu deposto e andò al potere Sargon II (720-640) del partito clericale; accadevano le stesse cose viste in Egitto e in Italia. Esisteva un contrasto tra militari e sacerdoti, visibile ancora oggi in oriente, stranamente però le costituzioni non includono esercito e clero tra i poteri dello stato.
E’da ricordare che in Egitto, in Assiria e Babilonia i sacerdoti accompagnavano gli eserciti in battaglia, gli alti ufficiali a volte avevano anche funzioni religiose, nel mondo cristiano è accaduta la stessa cosa con i vescovi in epoca medievale; alcuni vescovi, fatti santi, come San Martino e San Giorgio, erano condottieri militari, possessori di tanti schiavi e criminali di guerra. Allora nella Babilonia meridionale erano i caldei eredi dei sumeri, abitanti nella Babilonia marittima, invece a nord vi erano le tribù aramee, Babilonia era ostile agli assiri, però vi esisteva un partito filo assiro (queste cose le abbiamo viste in tutte le epoche e in tutti i paesi perché politici, partiti e informazione si vendono anche allo straniero e al nemico).
Poi Sargon II sconfisse Babilonia, scelse governatori capaci e creò stati cuscinetto, Frigia e Cipro divennero suoi tributari, deportò gli israeliti e impiantò a Samaria altre popolazioni e arabi, rese tributaria Gaza; nel 715 a.c. si scontrò con le tribù della penisola arabica che non volevano pagare i tributi. Però gli egiziani tramavano in Palestina, che una volta dominavano, perciò crearono una coalizione contro L’Assiria, tra Filistei, Giuda, Edom e Moab.
Nel 710 a.c. il paese degli aramei est del Tigri era ridotto a provincia di Sargon II, l’opposizione all’Assiria poteva venire solo da Babilonia, con la quale nel 705 a.c. esisteva però un’unione personale; Sargon II esercitò un duro dominio sui nomadi arabi del deserto. Eccetto che a Babilonia, il potere del re assiro Sennecherib era saldo, dal 705 al 703 a.c. il re abbellì Ninive, capitale dell’Assiria.
L’aramaico era largamente usato in Assiria per i rapporti stretti con la Siria e perché il re assiro Ashurnasirpal aveva introdotto in Siria tanti aramei; la corte assira conosceva l’antica la lingua morta sumerica e l’ebraico. Quando il popolo è analfabeta, a corte, anche se si è analfabeti, si conoscono più lingue, prima della rivoluzione francese, alla corte di Francia si conosceva lo spagnolo e l’italiano e alla corte inglese, il francese e l’Italiano.
Il re assiro Sennecherib fu ucciso da un suo figlio, che aspirava al trono promesso ad altro figlio, l’assassino si mise a capo dell’esercito e iniziò una guerra civile, perse e nel 680 a.c. successe al trono l’altro suo figlio Esarhaddon. Le incursioni contro l’impero erano ispirate dall’Egitto, allora il re di Assiria si alleò con gli sciti, che avevano scacciato i cimmeri, fece una campagna in Arabia e catturò la regina degli arabi, gli dei arabi erano custoditi da una sacerdotessa.
Nelle case reali e dove esiste il potere ristretto, si sono sempre ispirati i complotti, anche tra consanguinei, i complotti, i tradimenti e gli assassini sono stati normali in tutte le corti e in tutte le epoche, le potenze si sono sempre fatte le scarpe e hanno sempre trovato collaborazionisti prezzolati all’interno anche dei paesi nemici. Erodoto parla di una pestilenza portata dai topi a seguito di una campagna militare del 675 a.c., certe scoperte recenti pare siano scoperte antiche.
Gli assiri non si contentavano più di riscuotere tributi dalle città sottomesse, distaccamenti assiri erano nelle principali città, nel 674 a.c. gli assiri invasero il Delta egiziano e posero l’assedio a Menphis, l’Egitto fu punito perché aveva istigato i nemici dell’Assiria e il re di Assiria assunse anche il titolo di re dell’Egitto; Assurbanipal (669-626 a.c.) divenne re di Assiria e sventò delle pretese nubiche sull’Egitto.
Lo stato di vassallaggio di uno stato che ha perso una guerra, si riconosce dal pagamento di tributi o riparazioni rateizzate allo straniero, dalla presenza sul proprio territorio di distaccamenti militari stranieri, fortezze e basi straniere gratuite, dall’obbligo di fornire truppe con divisa approvata e di essere alleati in guerra, fino al controllo sulla banca centrale, sull’esercito, sui servizi segreti e sui principali organi dello stato; questo controllo è esercitato attraverso alti funzionari collaborazionisti, la cui carica, assieme alla loro discrezione, si può sempre comprare, se pagata bene. Prima dell’unità d’Italia, a Roma gli uffici pubblici si compravano, oggi l’Italia vive questa generale situazione di vassallaggio.
Nel 651 a.c. il faraone Necao, aiutato da mercenari lidi, scacciò le guarnigioni assire dall’Egitto, nel 660 a.c. i cimmeri raggiunsero la Lidia di re Gige, che li sconfisse con l’aiuto assiro, poi Gige ruppe con gli assiri e si alleò con il faraone, perciò i cimmeri invasero la Lidia e nel 652 a.c. presero la sua capitale Sardis. Nei rapporti tra le nazioni i tradimenti sono normali, si dice che queste seguano gli interessi e non i trattati, perciò sono costrette anche a violare i trattati, però a volte sbagliano a fare i calcoli.
Gli assiri erano in lotta con Babilonia, governata dal fratello di Assurbanipal, Shamash, perché esisteva un’unione personale, i cimmeri furono dispersi e assorbiti dagli sciti, poi le truppe assire si scontrarono con gli sciti. Nel 668 a.c. Assurbanipal aveva nominato suo fratello re di Babilonia, dove Ninive controllava esercito e governatore, ma il fratello non fu leale e si alleò con caldei, Elam, aramei, arabi, Giuda ed Egitto e fu la guerra; nel 648 a.c. Assurbanipal occupò Babilonia e il fratello fuggì.
A Ninive un altro fratello di Assurbanipal era sommo sacerdote, quando nel 626 a.c. Assurbanipal morì, a Babilonia, il potere passò in mano a Nabopolassar, condottiero dei caldei, che si alleò con Ciassarre di Media, nel 616 a.c. Nabopolassar sconfisse l’esercito assiro e Ninive cadde; l’Assiria aveva chiesto aiuto agli sci, ma questi nel 612 a.c., per saccheggiare Ninive, si unirono a Ciassarre e ai babilonesi; poi i medi, come facevano assiri e babilonesi, deportarono gli artigiani a Persepoli. Insomma, quando si parla di deportazioni, ci si riferisce ad artigiani e notabili perché i contadini, sempre disprezzati da tutti, se continuano coltivare la terra, sono utili anche alla nuova potenza occupante.
Gli hittiti abitavano in Asia Minore e all’inizio del II millennio a.c. misero fine alla prima dinastia babilonese, poi Babilonia cadde sotto il dominio dei una dinastia cassita indoeuropea, Davide era in buoni rapporti con gli hittiti e il territorio di Israele era limitrofo con il loro territorio; in Cappadocia, centro importante hittita, era il principato di Metilene, nel XIII secolo a.c. gli aramei passarono dalla Mesopotamia alla Siria.
Gli stati aramei della Siria settentrionale fecero lega sotto Damasco, alleati anche con Israele, gli assiri deportavano popoli come hanno fatto i turchi. Nel 637 a.c. la Siria fu invasa dal settentrione dagli sciti che provocarono il collasso dell’impero assiro, nel 616 a.c. il faraone Neco corse in aiuto degli assiri, contro sciti e babilonesi di Nabopolassar, ma non riuscì a impedire la caduta di Ninive; nel 605 a.c. il faraone Neco fu sconfitto dai babilonesi, alleati con i medi.
A Babilonia Nabopolassar, che non era di sangue reale, sostenuto dalla casta dei sacerdoti, scosse il giogo degli assiri, perciò si fece violenta la reazione del partito anticlericale che si alleò con Ciro di Persia, gli consegnò il paese, però Ciro, prudentemente, poi non dimenticò di assicurarsi il favore della casta sacerdotale di Babilonia. Gli sciti, alla ricerca di prede e di donne, parteciparono alla guerra dei babilonesi contro gli assiri, Necao faraone d’Egitto e alleato dell’Assiria, si riprese Palestina e Siria, il suo cammino era sbarrato dal re di Giuda, Giosia, che morì nella battaglia di Megiddo.
Nel 605 a.c. a Carchemish assiri ed egiziani furono sconfitti, poi i babilonesi, alleati dei medi, sconfissero anche gli egiziani e, sotto il figlio di Nabopolassar, Nebuchadrezzar, si presero la Palestina e Siria. Re Joachim di Giuda era filoegizioano e antibabilonese, invece il profeta Geremia era filobabilonese e antiegiziano e rappresentava l’opposizione a corte. Nel 587 a.c. i babilonesi presero Gerusalemme e la distrussero, gli abitanti furono deportati a Babilonia, il re di Giuda, Sedecia, fu accecato e i suoi figli uccisi.
Nel 567 a.c. i babilonesi attaccarono l’Egitto, che divenne una provincia babilonese, a Babilonia si adorava il dio Marduk gli si facevano processioni; nel 556 a.c. divenne re di Babilonia, Nabonedo, che non era di sangue reale e perciò fondò una nuova dinastia, sua madre era sacerdotessa al tempio della luna di Harran, in Siria; perciò i sacerdoti di Marduk dio di Babilonia lo consideravano un apostata e alimentarono un’insurrezione repressa nel 555 a.c. dall’esercito. I sacerdoti si presero la rivincita e spianarono il potere a Ciro di Persia.
Ciro lasciò la vita a Nabonedo e ossequiò a Marduk, attribuendo la sua presa di Babilonia a Marduk. Creso a quel tempo era re di Lidia ed era residente a Sardis, era nemico dei persiani e alleato con truppe ioniche greche, nel 547 a.c. fu sconfitto da Ciro e poi si alleò con lui contro l’Egitto, nel 539 a.c. Akkad o Babilonia e Caldea fu presa dai persiani.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
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“Storia del mondo antico” Vol. III – Università di Cambridge – Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei)
Verso la metà della XX dinastia, l’Egitto dovette fronteggiare i libi, tribù abitanti nel deserto, che arrivarono anche alla regione di Tebe, anche gli etiopi o Cus arrivarono a Tebe, passando per la Nubia; i libici s’installarono nel Delta occidentale e poi furono ingaggiati come mercenari dagli egiziani, assieme agli sherden che poi si stanziarono in Sardegna e le diedero il nome; un principe libico riuscì a divenire faraone, Sheshonk, fondando la XXI dinastia.
Sotto la XX dinastia, gli operai addetti ai lavori pubblici si riposavano gli ultimi due giorni del mese e durante le grandi feste, il giorno lavorativo di otto ore era diviso in due parti, con una sosta per il pasto e il riposo; gli operai avevano stoviglie e trascorrevano la notte in capanne, erano pagati in natura, con grano, orzo, verdure, pesce. Quando il faraone era soddisfatto del loro lavoro, ricevevano un extra in sale e carne, gi operai potevano scioperare, durante il regno di Ramesse III (1200-1168 a.c.) (XX dinastia) ci fu uno sciopero molto lungo. La storia dell’Egitto è lunga migliaia di anni e qualcuno ha anche scritto che gli operai delle corvée addetti alle piramidi mangiavano molto male, probabilmente non sono stati trattati sempre allo stesso modo nelle varie epoche.
Nei villaggi le dispute erano risolte da un tribunale fatto di membri dello stesso villaggio, però la pena capitale e la grazia erano concesse dal visir o governatore, la carica di scriba si tramandava da padre in figlio. Alla fine del regno di Ramesse III, un terzo della terra apparteneva ai templi, i tre quarti di queste terre appartenevano al tempio di Amon-Re di Tebe, ove era un gran sacerdote, i dipendenti del tempio erano esenti da tasse, servizio militare e corvée. I privilegi del clero sono sempre stati soprattutto di carattere fiscale, il che consentiva, anche grazie alle donazioni, di accrescere il suo patrimonio, è accaduto anche alla chiesa cattolica.
La carica di gran sacerdote era familiare e poteva cadere in mano ad alti funzionari e militari, i sacerdoti partecipavano alle spedizioni militari e facevano elargizioni; a volte i sommi sacerdoti di Amon erano amministratori del tesoro reale e a capo dell’ufficio delle tasse; anche nella storia della chiesa la carica di vescovo da elettiva, nel medioevo divenne in parte ereditaria e condottieri militari divennero vescovi, il potere tende sempre ad accentrare più ruoli. Il sacerdote Penanuqe di Elefantine si rese responsabile di furti e malversazioni, il sommo sacerdote di Amon, Amenhotpe, sotto Ramesse XI, è stato raffigurato in un tempio di Karnak in dimensioni uguale al faraone, cosa insolita, a testimonianza del potere da lui raggiunto.
A un certo punto, il principe etiope Pinehas, figlio del re di Cus, all’inseguimento del gran sacerdote Amenhotpe, assieme ai nubiani, occupò Tebe e tempio di Amon, in quell’occasione, il faraone Ramesse XI, interessato a ridurre il potere del gran sacerdote, non intervenne. Il successivo gran sacerdote Hrihor, genero di Amenhotpe, era stato un alto ufficiale dell’esercito e portava il titolo di comandante dell’esercito, di primo profeta di Amon-Re e di sovraintendente dei granai del re. Insomma i conflitti tra stato e chiesa sono esistiti anche in Egitto, la religione e l’esercito sono poteri non menzionati come tali nelle costituzioni.
I titoli di Hrihor furono conservati dai discendenti, fino all’estinzione della famiglia, le mogli del sommo sacerdote di Amon-Re erano dette concubine di Amon, Hrihor mantenne il diritto a essere raffigurato nel tempio con le stesse dimensioni di Ramesse XI, governò l’Alto Egitto ed ebbe a Tebe la sua residenza. Gli successe il figlio Piankhi, sempre sotto Ramesse XI, sempre come gran sacerdote e comandante dell’esercito, il quale fece la guerra al principe etiope Pinehas e perse la Nubia.
La XXI dinastia, iniziata (1090 a.c.) con Smendes, citato dallo storico egiziano Manetone, era detta tanita perché risiedeva a Tanis e governavano sul Delta e sul Basso Egitto, con capitale Menphis, mentre a Tebe erano al potere i discendenti di Hrihor, che governavano, come re sacerdoti, l’Alto Egitto. L’ultimo faraone della dinastia, Psousennes I, era riuscito a riunire i due poteri sotto il suo scettro e portava il titolo di re dell’Alto e del Basso Egitto, capo dell’esercito e gran sacerdote di Amon-Re. La separazione dei poteri è sollecitata soprattutto da chi si sente più debole e rivendica l’indipendenza dal potere maggiore, quando re o sacerdote si sentivano più forti, erano tentati di accentrare i due poteri.
In precedenza a Tebe aveva rivendicato il titolo di re il gran sacerdote Pinudjen, figlio di Piankhi, le buone relazioni tra Tanis e Tebe furono rafforzate dalle principesse tanite che divennero consorti dei gran sacerdoti; dal sommo sacerdote Pinudjem I, nipote di Hrihor, i sommi sacerdoti, attraverso le madri, erano discenti dei re taniti. Una principessa della XXI dinastia divenne moglie di Salomone.
Negli edifici di Tanis era raffigurata la doppia ascia di origine egea e dei popoli del mare che, dopo la sconfitta subita per mano di Ramesse III, della XX dinastia, si stanziarono in parte in Palestina. A Tebe c’erano lotte intestine, le questioni giudiziarie erano sottoposte alla statua di Amon-Re, in modo da rafforzare la finzione che lo stato tebano era governato da Dio, il che favoriva consenso, sottomissione e governabilità.
L’Egitto fu dominato per un pezzo da re nubiani, etiopi, libici e da sommi sacerdoti di Tebe che si facevano faraoni, dal 675 al 663 a.c. fu sotto il tallone assiro, nel 595 a.c. fu sotto i persiani, nel 332 a. c. sotto Alessandro, poi sotto i Tolomei e i romani; con la XXI dinastia, succeduta ai ramessidi, il sommo sacerdote Hrihor governava a Tebe, come viceré di Ramesse XI, mentre il faraone Smendes (1100-1090 a.c.) governava a Tanis sul Delta.
Sul Delta il principe libico Bubastis non riuscì a prendere il potere e Smendes riuscì a governare l’intero paese; alla morte del sommo sacerdote Piankhi, figlio di Hrihor, gli successe il sommo sacerdote Painozem, figlio di Piankhi, che divenne faraone e risiedette a Tanis e Menphis, mentre suo figlio era sommo sacerdote a Tebe, però in città ci fu una rivolta e la carica di sommo sacerdote fu usurpata. Insomma in Egitto sono accadute le stesse cose che a Roma sotto i papi, queste cose accadono dove c’è la lotta per il potere e le ricchezze.
Nel 1030 a.c. a Tebe, al tempo del faraone Amenemopet di Tanis, il sommo sacerdote Menkheperre aveva ambizioni reali, nel 942 a.c. era sommo sacerdote di Tebe Shishak, della XXII dinastia, che divenne re dell’Egitto superiore e di quello inferiore. Durante la XXII dinastia, al tempo di Salomone, continuò la sovranità egiziana sulla Filistea, l’Egitto, volendo contrastare l’Assiria, intrigava anche in Giudea.
Nel 930 a.c. il faraone Shishak, che era di origine libica, prese Gerusalemme, portò in Egitto il tesoro del tempio di Salomone e lo depositò nel tempio di Amon a Tebe, tuttavia non stabilì la sua autorità su Giuda. Il successivo faraone Sheshonk assunse il titolo di re e conferì al figlio Iuput la carica di sommo sacerdote, così con la XXII dinastia i re sacerdoti di Tebe si erano impadroniti della corona di Tanis. La separazione dei poteri, riguarda i poteri dello stato, costituzionalmente elencati, più il potere dell’esercito, riguarda inoltre la separazione tra stato e religione.
Sotto i faraoni etiopi, la sacerdotessa di Tebe aveva grande autorità ed era membro della casa reale, nel 663 a.c. Tebe fu distrutta dagli Assiri. Gli antichi non si limitavano a imporre tributi ai popoli sconfitti, ad asportare le ricchezze di templi e dei re sconfitti e a fare rappresaglie, ma, presi da frenesia di distruzione, radevano al suolo anche città che avevano preso, adesso succede solo quando le città sono sacche di resistenza; non era sensato distruggere dei patrimoni, oggi lo si fa con i bombardamenti solo con le città che non si arrendono.
La caduta dell’Egitto fu causata dalla divisione tra potere laico a nord e sacerdotale a sud, perciò il faraone Sheshont, per salvaguardare l’unità del paese, mise Tebe nelle mani del figlio Iuput la carica di sommo sacerdote di Amon a Tebe; il pontefice tebano era di solito un principe di sangue reale, però i re sacerdoti di Tebe avevano generalmente tendenze separatiste, soprattutto quando non avevano in mano tutto il potere. Sembra di leggere la storia d’Italia, contesa tra papi e imperatori germanici del sacro romano impero.
Il sommo sacerdote Harsieni si proclamò re di Tebe, gli successe Pedubaste, fondatore della XXIII dinastia; comunque esisteva ostilità anche tra sacerdoti, come tra i vescovi del sacro romano impero, in lotta per il seggio papale, i vescovadi e per la scelta dell’imperatore da eleggere. Intanto l’infiltrazione libica continuava anche in Nubia e Sudan, mentre a Tebe una sacerdotessa fu elevata alla posizione del sommo sacerdote.
L’etiope di dinastia babastita Osorkon III abolì il sommo sacerdote e a Tebe inaugurò la serie delle sacerdotesse offrendo il titolo alla figlia Shepenopet, intanto a nord regnava l’anarchia, i capi del Delta erano principi indipendenti e si arricchivano con i dazi sulla merce greca. Nell’VIII secolo a.c. in Egitto dominavano nubiani, libici ed etiopi e nel 742 a.c. i principi del Delta riconobbero come faraone il nubiano Piankhi. Nel 772 a.c. gli Assiri presero Samaria, accecarono il re Osea e occuparono il Delta, nel 725 a.c. l’etiope Shabaka, principe di Sais, s’impadronì di Menphis, si unì a Piankhi e riconquistò l’intero Egitto.
Allora chi aveva un debito non risultante da contratto scritto poteva esserne liberato dietro giuramento; il giuramento davanti alla divinità era una garanzia, anche da noi si è continuato a giurare davanti a Dio, sulla bibbia e come testimoni nei processi. Nel 700 a.c. Shabataka successe a suo padre Shabaka come re d’Egitto; l’Assiria occupò il Delta ma non l’Egitto superiore, però nel 663 a.c. fece il sacco di Tebe; sotto il faraone Psammetico o Psamatik (663 a.c.), di origine libica, l’Egitto era vassallo dell’Assiria di Assurbanipal.
Nel 651 a.c. le guarnigioni assire sul Delta, con l’aiuto di re Gige di Lidia, furono cacciate da Psamatik che divenne faraone nel 610 a.c. gli successe Neco II; i re assiri, benché portassero il titolo di re dell’Egitto, non si considerarono faraoni come i re persiani. Dopo il faraone Osorkon II, della XXII dinastia, la spaccatura del paese tra nord e sud si consolidò e crebbero le tendenze separatiste dei capi libici e ciò favorì la penetrazione etiope e assira.
Grazie alla collaborazione dei principi del Delta, gli assiri s’impadronirono di Tebe, allora il sud era sotto la guida di etiopi (750-650 a.c.) ed Heraklopolis era il centro delle famiglie libiche; in Egitto arrivarono i pirati ionici e cari e il faraone Psammetico fu aiutato contro di loro da ionici e cari mandati da re Gige di Lidia. Nel 650 a.c. i milesi di Mileto fondarono una colonia in Egitto, anche gli ioni fondarono una colonia greca a Dafne sul Delta (650-565 a.c.).
Psemmetico riuscì a respingere anche i nomadi sciti (630-625 a.c.) arrivati dalla Tracia fino in Egitto; in Egitto esistevano anche mercenari palestinesi, anche i babilonesi avevano mercenari lidi e ionici, nel V secolo a.c. esisteva una colonia ebraica a Elefantina. Il faraone risiedeva a Sais nel nord e recuperò Tebe solo nel 655 a.c.; sotto il re assiro Assurbanipal, l’Egitto era alleato dell’Assiria, ma con oneri maggiori, in pratica era uno stato tributario con una certa autonomia.
Gli sciti dominarono l’Asia Minore per 29 anni, ritirandosi dall’Egitto, ad Askanon distrussero il tempo di Astarte, Gaza rimase in mani egiziane; il fratello di Assurbanipal era sommo sacerdote ad Harran, vi regnò fino al 610 a.c., quando la città fu presa dagli sciti. Nel 605 a.c. il faraone Necao o Neco fu sconfitto dai babilonesi, nel 598 a.c. i babilonesi presero Gerusalemme, dove il profeta Geremia, anche in precedenza, era strato loro collaborazionista, cioè era del partito filo babilonese.
Nel 586 a.c. i babilonesi rasero al suolo Gerusalemme e ne deportarono gli abitanti; in Egitto la classe militare indigena e libica era irritata per il favore accordato ai mercenari greci, perciò prese il potere il generale egiziano Ahmase, fu proclamato re dai sacerdoti, ridusse i privilegi dei greci e nel 565 a.c. li allontanò, poi, consolidato il suo potere, condusse i mercenari greci a Menphis e ne fece la sua guardia pretoriana. Anche questo è il trasformismo della politica.
Nel 560 a.c. il faraone Amasis, durante un periodo di debolezza babilonese, occupò Cipro e vi diffuse lo stile saita, cioè della dinastia di Sais, l’arte egiziana si sviluppò a Cipro, i re saiti si erano arricchiti con il commercio del grano; sotto Amasis, gli etiopi non diedero preoccupazione e Tebe aveva accettato il dominio del nord. A Tebe era la sacerdotessa capo, i capi militari erano discendenti dei libici, i sacerdoti si vendevano la carica. E’ accaduto anche nella storia dei vescovi europei. Nel 550 a.c. la Media fu assorbita dalla Persia, contro di essa fecero lega Egitto, Babilonia, Lidia di Creso e Sparta; nel 549 a.c. la Persia prese l’Anatolia occidentale e la Ionia, nel 539 a.c. prese Babilonia, Siria e Palestina.
Gli egiziani furono i padri di geometria e aritmetica, mentre i babilonesi di chimica e astronomia, nella religione misterica orfica, da Orfeo, nata in Grecia nel VII e VI secolo a.c., c’era stata influenza egiziana; quando Amasis morì, gli successe il figlio, ultimo re saitico, che fu collocato dal re di Persia, com’era sua consuetudine, tra i nobili nella corte di Persia. Il re persiano Cambise II (529-522 a.c.), figlio di Ciro, conquistò Egitto e Nubia ma, per la ragion di stato, adorava dei egiziani, comunque, ridusse alla metà le rendite dei templi egiziani; lo zoroastriano re di Persia, Dario I (522-485 a.c.), divenne faraone d’Egitto, codificò le leggi egiziane, introdusse il conio delle monete in Egitto, fece canali ed irrigazioni. Ciò malgrado, nel 485 a.c. ci fu una rivolta di egiziani e greci contro i persiani, in Egitto ci furono rivolte anche contro greci e contro ebrei; la marina egiziana partecipò anche alla guerra di Alessandro (332 a.c.) contro la Persia.
Nunzio Miccoli www.viruslibertario.it, numicco@tin.it
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(Osservazioni e commenti sono miei)
BABILONESI
Secondo il codice di Hammurabi (morto nel 1748 a.c.), re di Babilonia, l’agente che tornava senza guadagno doveva restituire il doppio dei beni che doveva vendere, inoltre, non si potevano vendere babilonesi all’estero, artigiani e popolo libero erano soggetti a tasse e corvée; come in Egitto, la manodopera era censita per lavori pubblici e le armi, l’arruolamento era forzato. Nelle accademie militari s’insegnava matematica e divinazione, sull’uso dell’acqua vi erano continue lagnanze davanti al re; le terre erano assegnate ai militari con vincolo feudale. Quindi, il feudalesimo è più antico di quello nato in Europa con la caduta dell’impero romano.
Nella coscrizione obbligatoria non si faceva distinzione tra servizio militare e servizio civile, la pena di morte era prevista anche per i reati di piccola entità, il risarcimento ai danneggiati estingueva il reato, invece oggi le due pene si cumulano; il principio “occhio per occhio dente per dente” aveva per lo più un valore simbolico, significava che bisognava pagare in qualche modo. Al figlio che aveva colpito il padre si tagliava la mano, per i morosi gravi c’era la riduzione in schiavitù, in altri casi la fustigazione, però, come in Israele, era prevista la remissione dei debiti.
Alla concubina che voleva farsi pari alla moglie, si radevano i capelli ad un lato della testa e poi vi si apponeva un marchio, le controversie civili erano discusse davanti ai giudici, nel cortile del tempio, ma i giudici non erano sacerdoti, la controversia si poteva risolvere anche davanti ad un arbitro; il sindaco presiedeva il senato cittadino. Come in Israele, i templi avevano diverse funzioni, contenevano chiese, scuole, banche, centri commerciali e corti di giustizia.
A Babilonia, per la ricerca della verità, nei processi era previsto il giuramento davanti al dio Marduk e l’ordalia, che non era usanza solo germanica ma di tanti popoli antichi; ad Ur e a Babilonia le sacerdotesse erano sposate al dio ed erano legate al tempio, erano spesso figlie e sorelle di re, non potevano entrare in un’osteria, non appartenevano alla classe delle prostitute del tempio, avevano proprietà, potevano sposarsi e avere figli e vivere anche fuori del convento. Il costume medievale europeo dei principi di chiudere figlie e sorelle in convento, anche per non disperdere l’eredità, aveva un’origine molto antica.
La donna era considerata moglie appena il padre o il marito accettava il prezzo della sposa, poteva stare in giudizio ed avere proprietà; per lei, la maggiore calamità era non avere un figlio maschio; per avere un figlio maschio, come alternativa al divorzio, poteva fornire una concubina al marito o ricorrere all’adozione; in Israele vigevano gli stessi costumi. Il divorzio era più facile per l’uomo che per la donna, la quale non poteva ripudiare ingiustamente il marito, ma poteva ripudiarlo in caso di maltrattamento, era la stessa cosa in Israele e oggi nell’Islam.
Al tempo di Hammurabi, gli scribi raccoglievano le vecchie tradizioni orali dal sumerico all’accadico, ormai la lingua sumerica era diventata una lingua morta come il latino, era usata in letteratura e nella religione e non era più compresa. A Babilonia, come in Israele, per lodare sovrani e divinità, si componevano inni e salmi e si facevano lamentazioni poetiche a ricordo di città distrutte.
Bibliografia:
“Storia del Mondo Antico” Università di Cambridge – Volume II – Il Saggiatore/Garzanti Editore
(Osservazioni e commenti sono miei.)
A parte l’Italia, dominata dalla finanza della chiesa, con Cina, Giappone e paesi musulmani, la finanza anglosassone nel secolo XX ha visto in prima fila personalità ebraiche o che si dicono tali, come i Rothschild, i Warburg, gli Schiff, il che è servito ad alimentare l’antisemitismo; tuttavia questi finanzieri sono una minoranza tra gli ebrei, i quali sanno fare anche i contadini, i militari, gli impiegati e i fisici.
Rimane l’interrogativo come mai diversi ebrei si sono occupati massicciamente di finanza e commercio, il fatto è che a loro, una volta emancipati nell’ottocento, fu impedito di fare altre attività e di possedere terra; i principi, per tassarli meglio, consentirono loro di fare prestiti a tasso usuraio e quando le casse dello stato languivano e gli ebrei erano arricchiti, alimentavano i pogrom e li espropriavano. L’esproprio di al specie, abbinato allo sterminio, è un’entrata straordinaria dello stato, ne soffrirono anche templari, albigesi, gesuiti, e, in generale, minoranze etniche e religiose perseguitate.
Malgrado questi trascorsi, in tempi moderni la finanza ebraica si è messa al servizio dell’alta aristocrazia, che non desidera comparire direttamente in campo economico e finanziario, non si contenta di società anonime e paradisi fiscali, ha utilizzato prestanomi e soprattutto personalità ebree; in economia gli esperti sanno distinguere gli animali da soma da quelli da carne e da latte, i cani da caccia da quelli da guardia e da tartufi, per questi esperti, un finanziere ebreo è garanzia di qualità, in realtà sono tutti uguali. Pare difficile credere che a Londra il barone Rothschild sia ricco ed i Windsor poveri, sono false le statistiche che forniscono la lista delle persone più ricche; l’alta aristocrazia tira il sasso e nasconde la mano, si serve di burattini e della mafia, forse andiamo verso il medioevo prossimo venturo.
Finanziari ebrei di Wall Street di origine russa finanziarono la rivoluzione borghese russa del febbraio 1917, addirittura Warburg si espresse a favore del bolscevismo, i finanzieri fin da risorgimento italiano, ma questi erano italiani, hanno finanziato le guerre; perciò Schiff aiutò finanziariamente il Giappone nella guerra del 1905 con la Russia. Questi finanzieri aiutarono Trotsky fornendolo di passaporto americano e di dollari, nel 1921 anche Lenin ricevette aiuti finanziari dal banchiere americano Hammer, di origine russa.
Trotsky, Lenin, Mussolini e Hitler attaccarono la plutocrazia, però accettarono i suoi soldi, nel caso dell’Italia i plutocrati finanziatori erano banche, confindustria e agrari, tra cui il più grande era la sua chiesa con i suoi enti, infatti, il Vaticano ritenne provvidenziale l’involuzione da anticlericale a confessionale dello stato italiano sotto il fascismo. Prima di questo trasformismo a 360 gradi, nel 1919 il partito fascista aveva proposto lo scioglimento delle società anonime, la fine della speculazione, la confisca delle rendite di guerra e di quelle improduttive e un’imposta progressiva; poi i capitalisti presero a finanziare il fascismo e usarono le milizie fasciste contro i socialcomunisti, diffidavano anche delle riforme di Giolitti che aveva proposto un’imposta progressiva.
Mussolini trasse ispirazione da Garibaldi, Crispi, che era autoritario, Giolitti, che usava i mazzieri nei seggi elettorali del sud, D’Annunzio, che era nazionalista, però, da un punto di vista pratico, nel suo trasformismo fece il percorso di Napoleone III che, da repubblicano e anticlericale, divenne imperatore e difensore della chiesa. Politici e giornali dipendono dalla finanza, sono burattini e mercenari, il loro motto è: “Comprami che sono in vendita, aggiungi un posto a tavola e sarò come tu vuoi”.
Piccola impresa e piccola borghesia, diversamente dall’industria pesante e dalla finanza, non si arricchiscono con la guerra e, soprattutto in Italia, non sono aiutate dallo stato e sono tassate pesantemente; eppure qualche storico di corte ha sostenuto, nascondendo la verità, che il fascismo fu finanziato dai coltivatori diretti. Certamente alla fine il fascismo ebbe seguito anche tra reduci e piccola borghesia, ma non furono loro a favorirne il successo, ma il mondo dei grandi affari, la chiesa, mentre il re appoggiava tacitamente la rivoluzione fascista.
Così furono soprattutto banche, confindustria e agrari che finanziarono la marcia su Roma, d’altra parte, anche la rivoluzione di Hitler fu finanziata da 200 grandi famiglie tedesche, il denaro della finanza ha sempre pesantemente ingerito sull’informazione e sulla politica, oggi in Italia la prima pare peggiore della seconda. I grossi imprenditori sono legati alle banche e la finanza impone i candidati nelle liste elettorali dei partiti e nelle cariche.
In Germania Farben, Siemens, Deutsche Bank e Krupp sostennero Hitler, perciò questo ricevette dal maresciallo Hindemburg l’incarico di ricoprire la carica di cancelliere. Come c’era stata un’involuzione in Mussolini, anche Goebbels e Strasser in precedenza si erano detti contrari all’alta finanza, volevano nazionalizzare le società anonime, le banche e le holding, ma il progetto fu messo da parte da Hitler; era accaduto che la finanza era riuscita a comprare anche i capi del nazismo. La finanza controlla destra e sinistra, assieme all’informazione.
Visto il successo del fascismo in Italia, in Germania industrie e banchieri si decisero a finanziare Hitler fin dal 1923, però allora finanziavano anche gli altri partiti, nel 1931 Hitler aveva rapporti con le maggiori personalità del mondo degli affari, Schacht, ex presidente della Reichsbank, riunì venti industriali tedeschi e consegnò a Hitler milioni di marchi, tra questi industriali vi erano imprese a controllo ebraico come la AEG e Osram, persuasi che l’antisemitismo di Hitler era diretto solo contro gli ebrei polacchi, antipatici anche agli ebrei tedeschi.
Americani e inglesi, diversamente dai francesi, volevano risollevare la Germania oppressa dalle riparazioni di guerra e salvare gli investimenti americani in Germania, perciò, prima sostennero la repubblica di Weimar e poi, tramite Warburg, avviarono trattative con il partito nazista; Warburg, sentiti Montagu Norman e Rockefeller, nel 1929 incontrò Hitler e gli inviò milioni di dollari, a tale fine, Hitler aveva scritto a lui ed ai suoi soci di Wall Street, poi Goebbels e Goering gli chiesero un supplemento di aiuti.
Gli ebrei come Warburg non credevano alla democrazia, il cancelliere austriaco Dolfuss era a conoscenza delle fonti finanziarie di Hitler e poteva ricattarlo, sapeva che Hitler era ebreo per un quarto perché suo padre era stato concepito dopo una seduzione della nonna da parte del barone Rothschild; Dolfuss voleva diffondere un documento che dimostrava l’origine ebrea di Hitler, non fu ucciso solo perché rifiutava l’annessione dell’Austria alla Germania.
Hitler aveva rapporti anche con il banchiere Thyssen, una volta preso il potere, fece uccidere alcuni uomini che conoscevano i suoi rapporti con la finanza internazionale, tra questi agenti di collegamento assassinati vi era Georg Bell, che era anche a conoscenza dei veri autori dell’incendio del Reichstag; fu assassinato anche Von Ketteler che trasportava il documento segreto di Dolfuss.
Otto Strasser, espulso nel 1930 dal partito nazista da Hitler, era nazionalista, antisemita e anticapitalista e conosceva i trascorsi di Hitler, quando Hitler prese il potere si rifugiò all’estero; anche nel fascismo ci furono defezioni causate dalla sua involuzione. Finita la guerra, nessun finanziere finì davanti al banco degli imputati a Norimberga, su questi fatti, l’informazione, per non offendere i suoi padroni, è stata sempre cauta.
Se i banchieri aiutarono Trotsky e Lenin, per gli storici di corte, visto che la Germania aveva perso due guerre mondiali, furono i tedeschi che nella prima guerra aiutarono finanziariamente Lenin per favorire la rivoluzione in Russia e la sua uscita dal campo dell’Intesa; la finanza ispira complotti, rivoluzioni e manifestazioni di piazza. Al tempo di Lenin, il banchiere Jacob Schiff, ebreo tedesco emigrato in Usa, era nemico dei Romanov ed aveva aiutato nel 1905 il Giappone nella guerra russo giapponese.
Nella prima guerra mondiale Schiff prezzolò agenti provocatori rivoluzionari che crearono disordini tra le truppe russe e nelle città, per non partire per il fronte, la riserva arrivò anche ad ammutinarsi. Nel febbraio del 1917 il governo borghese russo di Kerensky era fatto di frammassoni amici degli inglesi, che volevano continuare la guerra contro la Germania, ma il Kaiser aveva altri progetti, perciò mise a disposizione un treno piombato che portò in Russia dei rivoluzionari bolscevichi tra i quali era Lenin.
Schiff e Warburg finanziarono Trotsky, che era a capo dell’armata rossa, per acquistare armi e nell’ottobre del 1917 la rivoluzione bolscevica rovesciò Kerensky, instaurando un regime sovietico. Oltre Schiff e Warburg, anche gli industriali tedeschi finanziarono la rivoluzione di Lenin e la propaganda tra i soldati russi, si faceva propaganda anche tra i prigionieri russi. Trotsk